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giovedì 14 gennaio 2016
domenica 2 settembre 2012
Sulla scuola e sul concorso per dirigerla III
Al Sottosegretario di Stato
Dott. Marco Rossi Doria
Faccio seguito di nuovo con una raccolta di ulteriori osservazioni che destino, come le precedenti, al luogo che ritengo essere il più consono ad una lettura ancor più che ad una risposta: la lettura qui, ritengo sia già risposta.
Mi inoltro con un termine: DISINNESCATO! …è la parola che più mi evoca il meccanismo del concorso per dirigenti scolastici: la cui interruzione, in Lombardia, per quanto brusca, fa pensare ad un taglio reale, non ipotetico, dei suoi possibili obiettivi di deflagrazione sul sistema scolastico che, tale concorso era previsto dovesse avere.
Antiche connessioni tra senso del dovere e principio di piacere hanno condizionato operativamente la gestione di questo concorso con-fondendo sempre più i due concetti in un unico obiettivo : tras-formare la scuola attraverso qualcosa che può sembrare simile ai processi di variazione “genetica” già tentati con l’immissione di progetti con le loro linee guida, che regolamentano “spazi” dell’umano che insindacabilmente, fisiologicamente e soggettivamente presentano come caratteristica propria lo sconfinamento “oceanico”, da sondare e da interrogare prima ancora che da utilizzare (un ottimo esempio è rappresentato dai progetti di educazione alla sessualità). Progetti come questi hanno mostrato, nel tempo, tutta l’incapacità a spostarsi su un versante che raziocinante non è per sua natura.Tali progetti, dunque, nel loro improprio quanto inutile raziocinio “a confinamento multiplo”, a seconda degli indirizzi con cui si presentano, rivelano il significato e la volontà rampante di un rovesciamento logico riferito alla funzione della scuola : essa non rappresenterebbe in questo caso il luogo-funzione di sapere ma luogo-fabbrica di trasformazione della “materia prima” in prodotto finito sostituendo in tal modo il compito storico dell’istituzione scolastica per l’infinito nelle sue varietà presentate dall’evoluzione dello studente.
Per una simile condizione all’interno della scuola sono necessari calchi e stampi dai confini precisi, dai bordi invalicabili a guisa di qualsiasi possibile errore: ogni de-bordaggio è interpretabile come non-sistematico e per questo non funzionante quindi: operatori obbedienti, insegnanti dal sapere pre-confezionato ma soprattutto dirigenti assolutamente allineati e conformi al calco ossia al pensiero unico.
Disegno sottile questo che tuttavia mostra le ragioni di tanto accanimento delle commissioni esaminatrici il cui compito è parso, in una simile ottica, quello del reclutamento dei nuovi dirigenti di fabbrica. Un accanimento che si presenta “a sorpresa” fin dalla prima prova, mostrando un potere sostenuto da formule di insindacabilità ed immunità in ciò che è parso assimilabile ad un “rastrellamento” da parte di un esercito sapientemente guidato-operato da una scuola che ha puntato così le armi in suo potere … contro la scuola.
Ciò che, in questo contesto, ha fatto sentenza, è la volontà di dominio sull’imprescindibile potere “a tutto pieno” dell’Altro, definito nel suo oggetto di appartenenza “il sapere”.
L’osservanza dimostrata, la cui rigidità, impropria quanto sorprendente in un simile contesto, rievoca l’osservanza religiosa delle crociate all’insegna dei massacri compiuti nel nome di un imperativo ben più potente politicamente ed economicamente che non sul piano mistico, mostra come, più che un cambiamento, questo concorso sia stato il segnale di avvio per una “avanzata di Attila” a seguito della quale, il dirottamento successivo della “nave-scuola”, non è riuscito, lasciando terra bruciata e resti: non è il gattopardo generalmente a godere di resti e macerie bensì l’avvoltoio e lo sciacallo.
Un dirottamento tuttavia non orientato all’acquisizione di nuove rotte verso destinazioni altre, (altri saperi, acquisizioni strumentali innovative ecc) bensì impantanato in una strategia di sbarramento al dinamismo dialettico, costretto dall’imperativo di una nuova dirigenza sostitutiva di un sapere dinamico transfattuale con saperi interfattoriali e rispettosi del religioso ossequio al feticcio dell’obbedienza considerata idealmente come plus-valore in un registro che passa non solo attraverso un richiamo al meritocratico ma alla benevolenza divina.
È proprio in questa logica che è possibile leggere il principio di piacere di chiaro richiamo freudiano che avrebbe guidato la logica di questo concorso. Un principio che mostra anche il volto politico con cui questo concorso è nato, e, un po’ come in una sorta di adozione con il cambio di gestione governativa, esso continua a mostrare i suoi tratti genetici che faticano a declinarsi nelle condizioni dei passaggi di eredità.
Un principio di piacere, dunque, che mostra il tentativo ad oltranza di mantenere la propria “pace” sensoriale (o forse semplicemente intellettiva), ottenuta come condizione politica attraverso la “decapitazione” del “corpo docente” in un tentativo appunto di raggiungimento della pace definitiva, eliminata la testa dell’ “Altro” pensante e per questo laborioso, è possibile ottenerne un cadavere: esso, si sa, impressiona per la rigorosa quanto innaturale immobilità. Il lavoro che intorno ad esso viene svolto, non porta, in alcun caso, alla sua vivificazione ma è funzionale a mostrare ai vivi il luogo di ciò che vivo non è. Qualcosa quindi di ben diverso da ciò che il desiderio organizza e che si contrappone all’abbattimento pulsionale imposto dal pacifico criterio del piacere.
Il paradigma qui si propone con un’associazione del principio di piacere legato a questo concorso che ne ha generato la morte stessa come pure la possibile volontà di creazione di una scuola inanimata e meccanicamente rivolta al nulla, in luogo del desiderio che si costruisce sulla mancanza e si orienta, con un certo godimento, verso il superamento di sbarramenti, in linea con la sete di sapere.
Tanto zelo operativo, dunque, non si avvicina al senso hegeliano del lavoro per l’uomo, bensì sembra connotato in una rumorosa parvenza.
La scuola potrebbe lasciare il posto alla sQuola (nessun sarcasmo, solo un riferimento ed un invito alla lettura di “Q” di Luther Blissett, ed al mantenimento della memoria storica e della sua analisi che consente al meccanismo della parola di continuare ad essere “letta” e quindi ascoltata differenziando l’uomo da “altro”.
Alle nuove leve, per mancanza di esperienza ma soprattutto, in assenza di un sapere componibile attraverso dati a cui si può accedere solo attraverso l’elaborazione di un passaggio esperienziale nei fatti (davvero calzante ancora il riferimento a Q di L.B.), alle nuove leve, dunque, spinte più dal complesso di inferiorità ancor più che dal desiderio meritocratico di ascesa sociale, di fronte alla nomina “in su” a dirigente, non resta che dirigere la propria obbedienza, in assenza di modelli di pensiero altro.
Tendo a citare l’esperienza come elemento che consolida forme di coraggio in grado di affrontare gestioni complesse come il sistema scolastico, il coraggio soprattutto di tutelare quanto già storicamente definito, come i criteri di civiltà di un paese, che poco si allineano con la fiducia collettiva prestata a baluardi ed insegne, politiche o religiose che siano, poiché, si sa, la fiducia è sempre cieca ed il compito della scuola è di rendere visibile ciò che l’inesperienza per gli alunni, il velo per insegnanti ed un fitto drappo per i dirigenti, nascondono.
Il coraggio quindi di tutelare il negoziato storico che sancisce il patto sociale: esso è significativo di una condizione di adultità e di identità che si discosta elettivamente dall’infantile ed inevoluta presa di posizione utilitaristica e corrosiva troppo spesso confusa e rimaneggiata come Forza e Coraggio nel suo versante più religioso o Forza … e quant’altro in quello laico.
Il coraggio di difendere le fondamenta minate del patto sociale appartiene al richiamo all’interesse pubblico, diversamente dall’intraprendenza di coloro che, nominati a tutelare l’interesse pubblico, si appellano a trattative create ex-novo, in un tentativo di parziale ri-definizione rispetto a quanto stabilito dalla sentenza del Tribunale Regionale, come nel caso della Lombardia.
Il costante richiamo a forme di emergenza a seguito della sentenza di annullamento delle prove scritte da parte del TAR Lombardia del suddetto concorso, soprattutto da parte delle amministrazioni implicate in questo annullamento che definisce altresì il fallimento di quanto è stato operativamente attuato come di coloro che ne hanno gestito la regia, impone ineluttabilmente alcune riflessioni.
Emergenza è tutto ciò che si riferisce allo stato straordinario che “emerge” e che le cose e le situazioni assumono a seguito di eventi altrettanto straordinari.
L’assenza di personale dirigente nelle scuole non definisce di per sé alcuno stato straordinario a fronte dei dati degli ultimi anni. Periodo, questo, in cui le scuole sono state dirette, così mi riferiscono, da “reggenti”. Si sarebbe dovuto trattare di un operazione di componimento delle dirigenze, assenti in alcuni casi da anni, con immissioni di personale a superamento del concorso e relativa graduatoria. La ripetitiva operazione eliminatoria dei candidati avrebbe di gran lunga minato e lasciato completamente assente ogni possibilità di elenco di graduatoria cui attingere.
Così composto il quadro, pare difficile pensare all’emergenza evocata dall’ amministrazione come a qualcosa che possa appartenere all’interesse dell’ordine pubblico, rimbalzando così la responsabilità di quanto avvenuto, su coloro che hanno richiesto una equa lettura dei fatti.
La visione di un quadro deve avvenire alla giusta distanza e l’immagine che sembra lasciare questo quadro mostra il bisogno di un restauro laddove le note di colore che lo valorizzano, identificabili nel riconoscimento di una responsabilità, sembrano via via scomparire dietro il velo delle dichiarazioni.
Il richiamo alla responsabilità di una mancata tutela dell’interesse pubblico, così mirato alla quota-parte della scuola che chiama a sua difesa l’uso delle regole, delle norme legalmente riconosciute, mostra il tentativo di salvaguardare e rinnovare la pace dorata quanto inanimata, ben più che la tutela dell’interesse pubblico per il quale, non un annullamento delle norme bensì spiegazioni a risarcimento degli errori svolti , eviterebbero una destabilizzazione del legame che fa dell’interesse qualcosa di definibile come pubblico.
Straordinario è quindi il richiamo dell’emergenza da parte delle amministrazioni che ben poco hanno “vegliato” sulla gestione del bene pubblico.
Emergenza forse è l’incalzante richiamo alle responsabilità che gli incaricati preposti, devono affrontare a risoluzione o risarcimento di un precipitare nel mare fangoso di un pasticcio che proprio il senso del dovere pubblico avrebbe evitato.
È proprio la Lombardia, in un concorso pubblico che per la prima volta ha visto la “vivisezione” del corpo-Stato in una suddivisione nei vari micro-sistemi regionali, che, a detta di molti, sarebbe stata funzionale ad un rigoroso controllo sulle prevaricazioni preferenziali, collaborazionismi e “scelte di razza”, è proprio la Lombardia dunque ad avere definitivamente “tagliato la testa ad un toro” fin troppo d’assalto per fini così onesti, fin troppo in corsa da far pensare più alla presa che alla difesa di una roccaforte, la scuola, che, come ho già ribadito in precedenti mie osservazioni, per sua natura, solo la parola riesce ad espugnare.
È interessante osservare come proprio la Lombardia, con il governatorato degli ultimi anni, abbia operato, e senza colpo ferire, una trasformazione radicale nell’altro grande pilastro istituzionale: la sanità. Un cambiamento che ha stabilito una sostituzione logico-strategica di ciò che simbolicamente, filosoficamente e storicamente è sempre stato inteso con il termine “salute” con ciò che, in termini reali, l’Istituzione Sanità in generale, e lombarda in particolare, strumentalmente attraverso il mondo medico definisce come l’ideale di salute.
La trasformazione del mondo medico-sanitario, è avvenuta nel tempo, praticamente senza colpo ferire, ma, lasciando parecchi corpi mutilati o fors’anche soppressi nel nome di un sistema autoreferenziale totalmente avulso dall’unico movimento possibile che dia corpo e vita al concetto di salute e del suo “star bene”: la capacità medica di garantire un senso a ciò che ogni paziente chiama sofferenza e che si definisce come una mancanza e non certo il fuori senso di un più di salute senza limiti. L’operazione sulla sanità è stata ampiamente elaborata ma soprattutto garantita con un by-passaggio da parte di un mondo medico che, ipertrofico nel suo rigoroso rispetto del linguaggio manualistico, si mostra preoccupato di stabilire un ovvio-fare comunque ed in qualsiasi situazione, in luogo del saper-fare, ben più intellettualmente laborioso.
L’identificazione preconfezionata di risposte ha trasformato il saper fare medico in risposte prive di ascolto della domanda. Risposte quindi non garantite dalla capacità critico-intellettuale di riconoscere e distinguere tra sofferenza e non. Risposte comunque, ad “eventuale” copertura di ciò che un semplice lamento annoiato potrebbe produrre. Nel campo del disagio e della malattia psichica, il mondo medico ha creato sapientemente l’idea di un combattimento “attivo” contro ansia, tensione, noia, di cui si parla continuamente, forse anche per non dover nominare la reale sofferenza di cui molte collettività sono pervase. Nella scuola, “il combattimento” si muove intorno a significanti come bullismo, educazione sessuale, volontariato, ecc…, spostando l’attenzione dalle sue reali ragioni d’essere.
Elsa Forner
Paderno Dugnano, 25 agosto 2012.
sabato 14 luglio 2012
Sulla Scuola e sul concorso per dirigerla II
Al Sottosegretario di Stato
Dott. Marco Rossi Doria
Faccio seguito al mio primo scritto inviato alla Sua persona in data 6 maggio 2012, con questo nuovo che raccoglie recenti riflessioni di coda, che il concorso per dirigenti scolastici e le caratteristiche fenomenologiche che ha assunto e di cui vengo a conoscenza, mi spingono a sviluppare.
La posizione assunta dalla “popolazione” di docenti esclusi dal conseguimento delle prove orali, soprattutto dopo l’accesso ai loro scritti ed averli quindi riesaminati, ha via via rivelato, una radicale trasformazione di pensiero sul merito, categoria di per sé astratta, e sull’ingranaggio meritocratico, tutt’altro che astratto ed ascrivibile all’insieme di norme decretate di volta in volta ex novo dai rappresentanti dell’ordine emissario del momento.
In particolare, l’iniziale sgomento, il cui peso paralizzante aveva assunto le forme di un silenzio assordante, di un vuoto dal peso schiacciante, di un urlo munchano senza suono, ha trovato la propria via d’accesso al senso, in una logica resistente al fallimento mortifero: proprio il rientrare in contatto con i propri elaborati restituisce agli autori ciò che significa elaborare, con un giusto peso e la parola per dirlo.
Molti docenti, anche in una rilettura di riscontro à plus yeux, che ha accreditato loro il valore ottimale del lavoro esposto, hanno avuto conferma dell’intenzionale ambivalenza giocata dagli effetti del lavoro della commissione: il taglio eliminatorio che desse corpo al merito attraverso un’idea utilitaristica del rifiuto, ha finito invece per togliere definitivamente il velo alla reale strategia operata.
Proprio l’accesso e la rilettura dei singoli scritti, richiesti in massa dai docenti “bocciati”, spinti dal desiderio rivelatorio di una verità altra, oltre la barriera del voto valutativo, ha maturato la conferma di ciò che a loro è stato comunicato : un rifiuto sapientemente subliminato all’interno dell’ingranaggio concorsuale : il rifiuto a leggere, il rifiuto a comprendere e, soprattutto, il rifiuto ad apprendere dalle varie “esperienze”in quei testi elaborate, condizione questa di cui, già nel mio scritto a Lei inviato, avevo fatto riferimento.
In altre parole, ciò che finora la scuola ha sempre adottato come oggetto di lavoro, il sapere ed il linguaggio per tradurlo, definirlo e sapervi attingere, non è ciò che è stato adottato dalle commissioni esaminatrici : esse lo hanno rifiutato.
In un’ipotesi immaginaria, è come se il significante “commissario/a”, ed il suo identificarvisi, da parte dei soggetti preposti, avesse imposto un regime disciplinare tuttavia indisciplinato ovvero, rivolto a chiunque, alla massa-docente, anche a coloro che, proprio dalle Università, hanno conseguito riconoscimenti “di sapere”, così conferiti dalle stesse facoltà.
Non si tratta di riconoscimenti che la Commissione può individuare nell’elenco istituzionale dei titoli dei candidati bensì, come si conviene alle onorificenze, sono visibili solo attraverso una sapiente lettura dei compiti.
Bastava saperli leggere.
L’impressione che ne è sortita, invece, è stato un movimento numerico valutativo che molto ricorda la logica di un altro significante in auge al momento: “SPREAD”.
La sua etimologia non ha origini greche né latine, sul piano linguistico. Lo spread segue ed insegue persecutoriamente un suo significato attraverso la grammatica numerica ed il suo discorso è il grafico. Esso decide ora del bene e del male sociale ed economico di tutti gli stati europei. Esso decide se il popolo greco apparterrà o no alla comunità Europa che, sul piano linguistico, dialettico e filosofico, i greci hanno generato.
Decapitare la genitorialità presuppone un’analisi prospettica sugli effetti de-generativi che possono derivarne, con buona pace delle ipotesi progressiste e futuriste (progresso e civiltà sono spesso pensati con il medesimo significato e dunque confusi come sinonimi) e, la richiesta evidenziata alle prove orali del concorso per dirigenti scolastici di mostrare un sapere onnisciente e nozionistico sul modello del data-base, funzionale ad uno spread scolastico e come tale de-umanizzato, mostra non tanto l’eliminazione di docenti che non sanno, quanto il rifiuto persecutorio del loro sapere umanizzante, contrassegnato dal fenomeno dell’esperienza e, dunque, non arginabile numericamente.
Tale meccanismo ha finito per mostrare un ammanco nel bilancio delle risorse, che nella scuola si chiamano “risorse umane”
Inarginabile, tuttavia, sembra essere stato anche il desiderio di una lettura propria e non imposta, evocando capacità inalienabili, da parte del nutrito numero dei docenti che hanno avuto valutazione negativa ai propri scritti.
Gli autori degli elaborati eliminati, non hanno trovato risposta alla propria esclusione. La risposta ha giocato un ruolo di assenza, pur se in modo molto ben articolato.
L’identificazione di una NON risposta all’esclusione e le modalità assunte per articolarla, conducono, in modo assolutamente speculare, alla mancanza di risposta che spieghi l’ammissione.
In altre parole coloro che sono stati esclusi, esaminati i propri scritti, sono consapevoli dell’evidente mancanza di errore così come coloro che sono stati ammessi, pur felici di esserlo, non ne comprendono le ragioni, senz’altro validissime, ma ad essi ignote.
Gli esclusi e gli ammessi non sanno perché sono stati posti in un di qua o in un di là del numero 21.
Anche gli esami orali, con un curioso sistema di “pesca” degli interrogativi da porre ai candidati lombardi, dopo avere registrato numeri davvero elevati di eliminati per essere l’ultima fase di un percorso così straordinario, ha posto in essere non tanto la natura ittica dei candidati, bensì la consapevolezza che si sia trattato sì di un percorso ad ostacoli, ma di natura non correlata al sistema “scuola”. Alcuni di loro avevano ottenuto punteggi elevati agli scritti (oscillanti da 25, a 28).
In Lombardia questa modalità concorsuale, ha posto in evidenza una lettura inequivocabile dell’unico oggetto di concorso, cui il sistema scuola deve assoggettarsi: il dominio sulla scuola stessa. Ciò che rende inequivocabile tale lettura, sono gli eccessi manifestati dalle commissioni esaminatrici nel rivelare tale natura. Condizione questa che consente di intravedere uno squilibrio oggettivo tra le finalità del concorso e la funzione energicamente espulsiva assunta dalle commissioni.
La notizia che, in Lombardia, un ingente numero di insegnanti, circa un centinaio ma forse molti di più, sia ricorso al T.A.R., ha consegnato l’immagine inconfutabile di un disastroso effetto fallimentare della strategia medesima.
Tale rapporto numerico indicativo di un sociale e del suo muoversi, contrapposto alla rigidità numerico-valutativa utilizzata, pare rappresentare il risultato-boomerang sortito dalle modalità adottate dalle commissioni esaminatrici, così ossessivamente intese a sviluppare, in modo allargato, il senso di fallimento tra i docenti.
Questa situazione ha evidenziato due aspetti significativi.
Il primo riguarda il riscontro dei docenti, sapiente per esperienza e non per diritto divino, capace di ricondizionare gli effetti più frustranti nella formulazione di un linguaggio a loro proprio, comune, non autistico, come, al contrario, un predominio individualistico presuppone.
Il secondo aspetto, del tutto parallelo al primo, in ordine di rilevanza , ma decisamente opposto sul piano delle significanze, è proprio la condizione di eccessiva ossessività con cui le commissioni sono state identificate e le immagini ossidanti che ha sortito, di un vuoto dialettico ma soprattutto di pensiero unicamente orientato ai dettami del dominio.
Le impreviste reazioni dei commissari fronteggiati da ostacoli del tutto inaspettati come un ricorso in massa e di cui rilevo e leggo alcune testimonianze, chiariscono, dal lato organizzativo del concorso, una totale assenza di adesione al sistema che faccia legame, come nelle aree del sociale dovrebbe essere, mostrando, a tratti, produzioni individualistiche che fanno difetto con qualsiasi sistema.
Il dominio sulla scuola e non della scuola riporta ad un significato sociale-educativo storicamente interessante, soprattutto nel’attuale momento politico in cui mentre si “operano” i tagli alla scuola pubblica, con le regole che sottostanno al sistema di distribuzione del danaro pubblico, si finanziano le scuole private, che sappiamo essere per lo più di stampo cattolico.
C’è da chiedersi se l’ipotesi di un processo di de-umanizzazione della scuola pubblica, almeno per quanto riguarda quella Lombarda, così “elettivamente” predisposta in una posizione geograficamente “alta”, non sia intesa a favorire un’accesso privilegiato al contatto con Dio o al contratto con l’Essere, il Verbo, appunto, nel miracoloso tentativo di trasformare l’oggetto simbolico della scuola (essere e verbo ma assolutamente con lettera minuscola) in materia.
È curioso osservare come le ultime legislazioni in materia di scuola, precedenti a quella attuale, siano state promosse da rappresentanze femminili. È proprio l’accezione cattolica a suggerire come il femminile sia luogo prediletto e simbolo di incondizionato amore.
Curioso anche osservare come questo concorso si sia rivelato una sorta di territorio di caccia che ben poco dell’amore per la scuola riferisce. Esso sembra avere assunto l’onere di una crociata che, anche nelle declinazioni al femminile, pare identificarsi in una battaglia dall’ordine fallico, testimoniando così quanto quest’ultimo e la sua metafora siano andati perduti, come pure, forse, la metafora cui il termine scuola rimanda.
Elsa Forner
giovedì 7 giugno 2012
Sulla scuola e sul concorso per dirigerla
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente testimonianza
Sono iscritta da diversi anni alla Sezione Clinica dell'Istituto Freudiano. Come clinico dell'area “psico”, mi occupo di disagio, riconducibile a tutto ciò che di mentale mi viene portato sotto forma di domanda, spesso si tratta di domanda ad essere come le testimonianze lacaniane mi hanno insegnato. Studio le cause sintomatiche, le più profonde per quanto sia possibile, una per una, perché ogni soggetto possa trovare la propria risposta alla sua domanda (non sono quindi i manuali i miei maestri, ma, i maestri, sono i miei manuali, da Freud a Lacan e ritorno). Detto questo, un quesito, importante, mi interroga negli ultimi tempi. La sua area è la scuola e la questione si riferisce specificatamente e significativamente ai risultati del concorso per dirigenti scolastici.
Mi interroga, come alla ricerca di una verità dicibile che, tuttavia, questi risultati sembrano ribadire, attraverso formule eliminatorie, e non attraverso il simbolismo ragionato della parola che, in chiave allargata si definisce dialettica.
Tutte le mie conoscenze dell’area scolastica, amici e compagni di lavoro, sono stati “bocciati” alle prove scritte di questo concorso. Davvero un gran numero di persone esperte, grandi intellettuali, capaci di analisi ad ampio spettro, per i quali l’idea filosofica della scuola al servizio delle risorse umane a cui è rivolta, nel rispetto delle regole vigenti, rimane imprescindibile e non subalterna alla soverchiante normatività talvolta imposta da luoghi comuni, che, in quanto tali, si espandono in modo massificato stabilendo classificazioni dai significati espulsivi e tutt’altro che integrativi.
Eppure, mi interroga proprio l’enorme quantità di esclusi, tutti docenti, che, come coloro che hanno superato la prova preliminare, sono stati sottoposti ad altre due prove scritte le cui tracce, almeno in Lombardia, davano indicazioni imprecise e confusive. Con tali tracce mi chiedo come possa essere stato tanto preciso il criterio di valutazione.
Molti di loro mi hanno raccontato lo svolgimento di questo concorso, peraltro preceduto da due o più anni di studio, ai quali qualcuno ha aggiunto masters costati migliaia di euro, nella prospettiva di prepararsi al meglio per il suo superamento.
La prova preliminare, consistente nella capacità mnemonica di ricordare la giusta risposta nei 100 test in 100 minuti (un minuto a test), selezionati tra 5000 a risposta multipla, aveva già eliminato una percentuale di partecipanti al concorso, oscillante in una media nazionale tra il 70 e l’80%.
Le prove scritte sono state due, della durata di otto ore ciascuna e si sono svolte in due giorni consecutivi.
L’esclusione dalle prove orali per il mancato superamento delle prove scritte, ha lasciato me, come tutti coloro che conosco, sgomenti e, soprattutto, ha consegnato alle post-comunicazioni il sospetto che “qualcosa” non abbia funzionato. Questo “qualcosa” certo non è riferito agli scritti degli esclusi, elaborati secondo schemi e strategie di un certo modo di pensare, pur sempre mantenendo fede all’applicazione della vigente normativa scolastica, materia questa, peraltro, della quale i “bocciati” di mia conoscenza, da anni, so, essere perfetti conoscitori. Per inciso, proprio a queste conoscenze e competenze attingo, sovente, per le mie necessità professionali, guidata dal pensiero che esse stiano a loro, per puro intellettualismo, come il sapere sta alla scienza (non intesa come scientismo). A questo, aggiungo, che un cospicuo numero di presidi, appartenenti al “giro intellettuale” decisamente diverso dal “cerchio magico” ha potuto attingere a tale sapere riferito sia alla normativa che alla gestione istituzionale scolastica.
Tornando a riflettere su ciò che non ha funzionato, quest’idea si insinua anche in una lettura dei comportamenti tenuti dai commissari durante le prove che è parsa sottintendere il loro rapporto con i candidati-docenti in un : noi siamo i “maestri” voi coloro che “non sanno”; ipotesi questa che ha trovato conferma, in seguito, proprio nell’enormità numerica degli esclusi a fronte di tracce dai riferimenti generici e poco precisi, per le quali, tuttavia, il criterio di valutazione deve essersi svolto con precisione direi “chirurgica” considerata l’alta percentuale di eliminazione.
Detto ciò, torna quindi il sospetto, condizione questa che, per definizione, apre sempre ad una verità altra rispetto a quella appena svelata: una sorta di apertura nella direzione di una verità, meno evidente ma pulsionalmente più pregnante. Nel caso specifico di questo concorso il sospetto si sarebbe diffuso intorno all’idea che si sia trattato di una strategia eliminatoria di una certa categoria di pensiero, una vecchia categoria, il cui pensiero è circolante, va in giro, si dialettizza funzionando quindi come motore costruttivo e creativo a dispetto dell’ipnotico effetto che alcune formule sono, attualmente, in grado di ottenere all’interno di alcuni grandi sistemi pubblici come la scuola. Mi riferisco per esempio agli effetti ottenebranti che un significante come “bullismo” riesce ad ottenere una volta detto.
Parole come questa, segnano tracce, percorsi, agendo un po’ come la propagazione di un virus in un territorio con i suoi devastanti effetti epidemici: essi si scatenano in assenza di un’accurata analisi scientifica in grado di produrne l’antidoto. Nel caso del bullismo per la società, ma in modo particolare per la scuola, l’assenza di un approfondimento storico delle sue condizioni, consente una parziale verità stabilita solo sugli effetti che, come le malattie, spaventano in assenza di risposte pacificanti. Lo sviluppo di risposte-percorsi, assunti come antidoti purificanti, scatenato da un significante fantasmatico come questo, mette in evidenza quale impatto abbia avuto nell’immaginario collettivo che, sempre più privo di domande a riguardo, si ritrova a parlarne e ad operare in un vuoto di senso. Nel caso della parola “bullismo”, con la conseguente “catena significante” organizzata nelle varie tavole rotonde, essa sembra essersi infiltrata nella scuola, cambiandone in parte i connotati, allo stesso modo di un virus nell’organismo. Con la stessa propagazione e forza epidemica, una parola-contenitore come questa, è riuscita a cambiare dall’interno il rapporto scuola-insegnante-alunno ottenendo quanto nessun programma di riforma finora proposto avrebbe mai sperato di ottenere.
Ho trovato curiosa, devo ammettere, l’incidenza di questo “significante padrone” all’interno delle prove in tante regioni italiane, come a dire, il concorso è stato regionale ma ”bullismo” pare una parola in grado di parificare tutto (e forse anche di pacificare).
È come se il bullismo fosse ora il soggetto della scuola, lasciando agli alunni il posto di oggetto-matassa da distribuire nei vari percorsi-guida pensati dagli “esperti”, spesso nella logica di un’esclusione dal mondo-scuola. Posizione questa che sembra andare nella direzione opposta al concetto di integrazione, stabilito e rivolto appunto a coloro che sembrano declinati verso forme di disagio talvolta così feroci da confondere.
Il bullismo quindi, anche in queste prove, è andato per la maggiore e, la Lombardia, è parsa in testa alla classifica con un’alta percentuale rappresentativa all’interno della Commissione: qui, la “battaglia” contro il bullismo, costituisce, per una certa area della scuola, un vero e proprio brain-storming operativo che attraversa ogni ordine e grado istituzionale: poche domande, tante risposte.
Il successo formativo come anche la filosofia della “Scuola di Napoli” sono elaborazioni lontane anni luce dai profili richiesti dalla commissione lombarda. La funzione prevalente “pensata” da questa commissione, come da altre, è stata affidata al fenomeno del “bullismo”, lasciando spazio alla logica mortificante, che poco apre alle condizioni vitali e costruttive, certo molto più faticose e sapienti, che costituiscono la condizione-cardine della Scuola di Napoli.
Da nessuno dagli enti istituzionali della scuola ho mai sentito parlare della Scuola di Napoli e dei suoi concetti chiave, ma dagli amici intellettuali “bocciati” si, da loro si, come anche da uno dei massimi docenti dell’Istituto freudiano (lacaniano) di Milano, di recente scomparso, che lo scorso anno mi parlò della sua intenzione di aprire un dibattito conoscitivo sulla Scuola di Napoli.
Da anni, molti di questi docenti contribuiscono per meriti di conoscenza soggettiva già sopra accennata, alla gestione delle scuole in cui lavorano, come raramente accade. Sono stati loro a spiegarmi che i Presidi delle scuole sono “Dirigenti Scolastici” ovvero, essi devono gestire l’insieme di regole costitutive di un ente portatore di metafora: la scuola. È questo assunto che li distingue dai dirigenti aziendali.
Ciò che attraversa la scuola è il linguaggio: frutto simbolico dell’essere parlante e del suo sapere e, come tale, ben lungi dal gioco di partita doppia del dare-avere. La capacità di perforare l’universo evolutivo per dare accesso alla metafora scolastica, anche utilizzando la selva oscura dei loro neolinguismi, è la parte sostanziale della sfida e si chiama successo formativo. La sua gestione sta nella combinazione del macrosistema satellitare di regolamenti, operatori e servizi cui la scuola è collegata. Non avrei mai saputo tutto questo senza di loro e tanto mi salva dall’affrontare la scuola con luoghi comuni.
So che i loro dirigenti scolastici ed i loro colleghi, durante questo concorso, hanno stipulato con loro quasi un patto di riconoscenza appoggiandoli, incoraggiandoli con profondo affetto ma soprattutto con una speranza che definirei identificatoria di un ideale di immagine della scuola di cui molti ancora vorrebbero far parte, se gestiti, incoraggiati e diretti da questo tipo di forza e pensiero.
Eliminarli ha lasciato il segno di un “taglio” che risulta significativo nella direzione di un tipo di scuola pensata per ordinare un sapere congelato in un kit d’ordinanza, perché venga celebrato con l’obbedienza e non certo con lo sviluppo del parl-essere.
Non è casuale il mio riferimento alla Scuola di Napoli. Essa si è costituita su un taglio ben diverso dall’ordine disciplinare intrapreso dalla scuola in generale e da quella Lombarda in particolare. Nata dalla volontà dei suoi fondatori, (tra i quali il Dott. Marco Rossi Doria, attuale Sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione), ormai conosciuti come “maestri di strada”, di “fare scuola” nei quartieri di Napoli con un altissimo tasso di dispersione scolastica, essa ha raccolto la sfida di “modellare” forme di sapere entrando nelle maglie di un tessuto sociale ricco di risorse umane evolutive ma scollato dal sistema scolastico. Vi sono entrati impegnandosi nel rafforzamento di una relazione che facesse da collante tra il sapere già esistente e l'offerta di arricchirlo, senza esercitare alcun potere sull'obbligo scolastico ma obbligandoli all'ascolto empatico di una spinta che disobbedisca all'imperativo di “scendere in campo”, che per definizione è sempre di qualcun altro, per decidere di “salire la vita”, la propria.
I “maestri di strada”, nel “trovare il modo” di fare scuola, poco spazio riservano al panorama che generalmente ruota intorno alla valutazione scolastica. L'accordo implicito ma anche esplicitato dall'approvazione del loro progetto da parte delle Dirigenze Scolastiche del territorio, definisce, come obiettivo massimo, il recupero scolastico della fascia dell'obbligo. Per valutare, qui, è necessario uscire dalle grate che disegnano griglie nelle quali i numeri da....a....“dicono” il valore, per entrare nello spazio aperto della dimensione soggettiva: il chi, ma anche il come, non certo il quanto.
Le posizioni della Scuola di Napoli sono partite da considerazioni riferite al grave disagio social-territoriale di Napoli ma allargano il proprio discorso teorico alle difficoltà comuni a tutto il mondo evolutivo di cui sono responsabili fenomeni come la scomparsa delle figure adulte di riferimento, l’indebolimento di certezze educative, la mancanza di assunzione chiara di responsabilità adulta. Sono contesti questi che ben si discostano dalla possibilità di un’implicazione di formulazioni disciplinari o giudizi valutativi scollegati dal riconoscere le complessità. E sono gli stessi che il mondo docente in generale si trova a fronteggiare. Ciò che fa riscontro al fondamento della Scuola di Napoli, parte con la domanda “che cosa possiamo fare?”
Questa posizione si apre all’ascolto dell’elevato e molteplice bisogno sociale presente, attraverso un’organizzazione dello spazio-tempo a misura evolutiva, in fuga dall’insuccesso e dalla dispersione.
Un simile contesto scolastico, ben differisce dal normativo codificare il sapere in risposte unificanti che respingono il bisogno sociale all’interno di domande mute, con cui la scuola lombarda sembra confrontarsi, proponendo offerte formative sempre più affini ad una contrattualità interistituzionale “stanziata” nelle tavole rotonde di rappresentanza, all’interno delle quali il sapere non prende posto se non come condizione inanimata, morta, decontestualizzata dal sociale che deve assumerlo come proprio.
La domanda d’apertura della Scuola di Napoli sembra trovare risposta in formule come, tempo di riflessione, riflessione circolare, forte attenzione al linguaggio. La scuola in generale e quella lombarda in modo particolare hanno stabilito, da tempo condizioni valutative che stabiliscono chi, di sapere, deve vivere o perire. É questa l'idea imperante con la quale, i docenti più illuminati che conosco, devono fare i conti per poter salvaguardare la loro dimensione che include alunni e sapere.
Le commissioni del concorso per Dirigenti scolastici, hanno “quantificato” in misura percentuale ammessi e non ammessi attraverso una lettura degli elaborati da cui traspare l'assenza di una tridimensionalità che tenga conto dell'autore, dell'elaborato e del lettore. Una lettura monoculare quindi, tuttavia garantita da criteri di insindacabilità che rendono onnipotenti commissari e valutazioni: quantificano il grado di sapere di ognuno dei candidati: alcuni “sanno” 19-20, altri 12-15, altri 22-24, altri 13-17. La linea di demarcazione è rappresentata dal numero 21: il suo superamento o meno consente l'ammissione. In effetti, come “sindacare” un simile sistema, è un po' come sindacare su chi vince o chi perde al gioco dei numeri al lotto, in un gioco che tende a negoziare i confini del sapere.
Paderno Dugnano, 5 giugno 2012
Elsa Forner
giovedì 2 febbraio 2012
Richiesta di riapertura delle linee guida su ‘Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti’
Il 26 gennaio sono state presentate a Roma le linee guida per l’autismo che raccomandano alle Regioni, come unico strumento terapeutico, l’adozione della tecnica neo-comportamentale ABA (Applaied Behaviour Analysis) derivata dal metodo Lovaas.
Nella metodologia utilizzata dal panel sono stati presi in considerazione unicamente gli studi appartenenti all’ambito neo-comportamentale a favore del metodo ABA, soprattutto in Scozia e negli Stati Uniti, escludendo tutta la bibliografia riguardante approcci diversi sia delle stesse nazioni che di altre. Sono state, quindi, escluse tutte le esperienze cliniche italiane ed estere che si rivolgono all’individuo nella sua complessità e che utilizzano metodologie diverse per validare i propri studi. Da ciò deriva, ovviamente, il fatto che in ambito clinico si imporrà l’attuazione di una sola linea di trattamento senza possibilità di scelta né da parte del paziente, né dell’operatore.
Tale posizione unilaterale, totalmente carente sia sul piano scientifico che su quello clinico, non appare adeguata ad affrontare un problema complesso come quello rappresentato dall’autismo e non tiene conto della pluralità che anima lo scenario culturale.
Appare irrispettoso, oltre che scorretto, escludere dal dibattito tutti gli approcci diversi da quello neo comportamentale, definendo scientifico il solo metodo preso in esame perché utilizza strumenti di tipo quantitativo e parcellizzato che consentono più facili catalogazioni.
Appare irrispettoso, oltre che scorretto, escludere dal dibattito tutti gli approcci diversi da quello neo comportamentale, definendo scientifico il solo metodo preso in esame perché utilizza strumenti di tipo quantitativo e parcellizzato che consentono più facili catalogazioni.
Senza entrare nel merito delle carenze riscontrabili nella metodologia utilizzata e apprezzando comunque l’intento di fare un po’ di luce su una situazione clinica tanto discussa, è doveroso riaprire il dibattito per includere i recenti risultati della ricerca nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva che pongono l’affettività alla base dello sviluppo cognitivo e per consentire a tutte le autorevoli voci scientifiche italiane di esprimere la propria posizione teorica e clinica in materia di autismo.
E’ inoltre fondamentale affrontare e non eludere il problema della diagnosi per poter accertare la reale presenza del disturbo, le sue diverse manifestazioni e la gravità della sintomatologia all’interno della disomogenea categoria dei disturbi dello spettro autistico. Ciò al fine di identificare l’intervento più proficuo in base alle potenzialità del singolo bambino e non agli strumenti dell’operatore e per definire realmente l’efficacia della terapia, tenuto conto che modalità diagnostiche non omogenee non consentono conclusioni scientifiche adeguate.
Se non si apre un dibattito che favorisca un confronto tra i vari approcci teorico-clinici, si assisterà all’esercizio di un monopolio che minerà alla base la libertà dell’operatore di scegliere la cura in base al proprio orientamento e alla gravità del disturbo, e quella del paziente di condividere il progetto terapeutico.
In riferimento a tutto ciò, viste le dichiarazioni rilasciate da molti esponenti del mondo scientifico e in considerazione di tutti gli anni che la nostra formazione, sia pur nella sua diversità, ha richiesto, abbiamo deciso di non far passare inosservato tale avvenimento e di chiedere lo stesso rispetto per tutte le altre linee di pensiero che tanto hanno contribuito all’evoluzione di costrutti teorici e al raggiungimento di risultati clinici.
Tale unità di intenti, che sappia andare oltre la singola specificità per garantire un approccio completo all’individuo, si rende necessaria in questo momento storico non solo per l’autismo ma anche per tante diverse patologie che si troverebbero ad essere affrontate con la stessa unica tecnica validata con la medesima modalità.
Per avviare il procedimento di riapertura delle linee guida si richiedono, dunque, i consensi di tutti coloro che, pur nella specificità della propria formazione, riconoscono la centralità degli affetti, delle emozioni e della relazione nello sviluppo e nella strutturazione di una patologia tanto complessa.
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