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lunedì 12 maggio 2014

Seminario del 5 Aprile 2014 Docente invitato: Cinzia Crosali

Presentazione di Giovanna di Giovanni
La Dott.ssa Crosali è italiana ma vive da molti anni in Francia, soprattutto a Parigi. È psicologa, membro dell’Ecole de la Cause Freudienne e dell’AMP. Ha un Dottorato di Psicopatologia e di Psicoanalisi. È autrice del libro: La depressione: affetto centrale della modernità (La dépression: Affect central de la modernité, Editore: PUR (Presses Universitaires de Rennes).

Relazione di Cinzia Crosali
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio è quasi un manifesto della psicoanalisi. Si situa in un momento cerniera nell’insegnamento di Lacan.
Dal titolo si pongono due questioni centrali: il soggetto e il desiderio. Sono questioni strettamente collegate, perché il soggetto è già da subito considerato come il prodotto dell’impatto che ha il desiderio dell’Altro sulla materia vivente. Quindi due operazioni: la sovversione e la dialettica. 
“Sovversione” è un termine molto importante, tant’è vero che appare per ben due volte nel quarto di copertina degli Scritti di Lacan nell’edizione francese: «L’epistemologia qui avrà sempre torto se non parte da una riforma che è sovversione del soggetto», e  «A trascrivere di questa sovversione, di ciò che c’è di più quotidiano della loro esperienza che Lacan si adopera per loro da quindici anni». Ho fatto una traduzione letterale. Questo “loro” è rivolto agli psicoanalisti ed è quindi del quotidiano del lavoro degli psicoanalisi che si occupa, è quindi anche lì che si trascrivere questa sovversione. 
“Sovversione” indica un rovesciamento, una rivoluzione. Lacan, alla fine degli anni ’50, si riferiva molto freudianamente a una sorta di rivoluzione copernicana, nel senso che la psicoanalisi decentrava il soggetto psicologico e mostrava, come dice Freud, che non è padrone in casa sua. Così Lacan, in un’intervista del 1957 a L’Express, diceva alla giornalista Madeleine Chapsal: «La psicoanalisi nell’ordine del mondo ha in effetti tutti i caratteri di sovversione e di scandalo che ha potuto avere nell’ordine cosmico il decentramento copernicano del mondo. La Terra non è più il centro del mondo. Ebbene, la psicoanalisi vi annuncia che voi non siete più il centro di voi stessi perchè c’è in voi un altro soggetto, l’inconscio. È una notizia che all’inizio non è stata bene accettata». Parliamo, dunque, di un soggetto che è sovvertito anche se nello scritto che studiamo oggi, non è ancora molto chiaro da che cosa sia sovvertito, bisognerà aspettare il testo successivo, Posizione dell’inconscio del 1960-64, che Lacan aveva presentato nel congresso di Boneval, perchè ci giunga a dire che è sovvertito dall’oggetto, è quindi l’oggetto che gli rinvia qualcosa del suo godimento. Qui non siamo ancora a questo punto, e vedremo che la soversione è piuttosto operata dal significante. 
L’altro termine è dialettica. È un chiaro riferimento a Hegel, da cui proprio qui Lacan si discosta, e usa Hegel in termini didattici per operare questa sovversione, lo dice proprio nel testo: «Donde il nostro riferimento, puramente didattico, lo si sappia a Hegel, perchè si comprendesse in che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi». Bisogna passare prima per Hegel per intendere cos’è la “sovversione”. Come diceva recentemente Philippe Lasagna a Parigi, bisognava passare per la dialettica del servo-padrone e il grafo del desiderio per permettere a Lacan di distaccarsi da Hegel e definire il soggetto nella sua articolazione significante. Un soggetto, quindi, che non è più definito dialetticamente, tramite l’intersoggettività, l’affrontamento, la dialettica servo-padrone. La dialettica non è più nel soggetto, ma si sposta sul desiderio. Il soggetto non è più dialettico, ma è il desiderio che risponde a una dialettica. Il soggetto risponde a una logica strutturale, a partire dall’idea dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Infatti, Lacan si chiede: «Ma una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?» (p. 802). Tutto il testo è un tentativo di dare una risposa a questa domanda. 
Il soggetto che concepisce Lacan è soggetto del desiderio, ma questo soggetto può desiderare solo a partire dalla sottomissione al significante. 
Il testo marca il passaggio dal soggetto costituito nella dinamica dell’intersoggettività, dal riconoscimento “io sono un soggetto perché l’altro mi riconosce come soggetto”, al soggetto strutturale, prodotto dalla catena significante. Questa è la “sovversione” del soggetto in questo testo del 1960. Si tratta di un soggetto diviso, barrato, che sta all’opposto del soggetto intero, con un’identità compiuta, che accede al sapere assoluto, dove la verità è ciò che manca alla realizzazione del sapere, al soggetto che è identico a se stesso… tutto ciò viene barrato. Prima era il soggetto a produrre la struttura, ora è la struttura a produrre il soggetto. Prima si trattava del soggetto della parola, di un soggetto che parla, adesso è il soggetto dell’inconscio, è parlato: non più un soggetto dialettico ma strutturale. “Strutturale” significa che per avvenire come tale, il soggetto deve inscriversi in una struttura pre-esistente ad esso. Si tratta della struttura del linguaggio, della struttura intesa come catena significante. È il significante che sovverte il soggetto, rappresentandolo per un altro significante. Venendo ad abitare il linguaggio, il soggetto acquisisce una struttura. Nel momento stesso in cui entra nella struttura è diventato, a sua volta, abitato dal linguaggio. 
Il Grafo del desiderio ha una data di nascita: il 6 novembre 1957, è la prima lezione del Seminario V Le formazioni dell’inconscio. Lacan fa nascere il grafo del desiderio dal motto di spirito, precisamente da uno di quegli esempi che Freud ha portato, quello del famoso neologismo “familionari” che condensa “familiari” e “milionari” in un unico significante che si situa fuori dal codice, non c’è nella lingua, non c’è nel vocabolario, ma è portatore di senso e che dà accesso al desiderio del soggetto che lo formula. Il soggetto convoca una combinazione significante, “familiari”, e subito dopo un’altra combinazione significante arriva a parassitare, “milionari”, mescolandosi con la prima, formando il neologismo “familionari”, sovvertendo il codice e svelando il desiderio del soggetto, in questo caso il desiderio di essere anch’egli un milionario. Il messaggio risulta sovvertito dal desiderio inconscio del soggetto. Inoltre, come ci insegna Jacques-Alain Miller in un corso del 20 marzo 1985, poiché “familionari” non c’è nel codice della lingua, non c’è nel tesoro dei significanti ricevuti, «esso impone già di introdurre il significante dell’Altro barrato», significa che “familionari” è il significante della mancanza dell’Altro, perché non figura nel codice, nel luogo dell’Altro.
Il progetto del Seminario è di costruire passo passo il grafo, per far questo Lacan deve partire dal rapporto tra il significante e il significato, un rapporto esemplificato con la metafora del materassaio. Al tempo di Lacan, i materassi erano fatti di lana e i materassai li facevano cucendo la fodera con dei punti tramite un ago ritorto. I punti che tengono insieme le due fodere e la lana si chiamano “punti di capitone”. Il punto di capitone è il nodo dell’imbottitura e Lacan ne fa la metafora del nodo che lega il piano dei significanti con il piano dei significati, altrimenti separati, come accade nella psicosi. Nel Seminario III Le psicosi, Lacan dice che il rapporto del significante e il significato è mobile, tende a disfarsi, invece nei punti in cui il significante si incrocia con il significato si producono effetti di senso. Il punto di capitone è la nozione necessaria per situare l’intenzione di significazione, cioè l’intenzione che mobiliterebbe il significante. Per colui che ascolta, ma anche per chi parla, quando si ascolta qualcosa che è stato detto è sempre nel momento successivo, in après coup, che si può accedere a quest’intenzione di capire qualcosa. Lacan presenta questa proprietà del punto di capitone con uno schema in cui traccia un vettore, che rappresenta il flusso significante, che va da sinistra a destra (S ----- S’), rappresenta quindi un ordine cronologico, poi traccia un secondo vettore che va in senso inverso e incrocia il primo in due punti, ed è il vettore del significato, che è istantaneo. Questa cellula elementare del punto di capitone è l’istante di vedere, di cogliere il significante che conta, un istante correlato immediatamente con l’istante di comprendere. Questa cellula ci permette di schematizzare come il significante, grazie al punto di capitone, arresti lo scivolamento altrimenti indefinito della significazione. La significazione si realizza nell’ultimo termine di un’enunciazione, in quanto ciascun elemento è anticipato nella costruzione degli altri e, inversamente, il senso è sigillato come l’effetto retroattivo. Per esempio, se dico: “Ieri ho preso l’aereo per venire a Milano”, è quando finisco la frase che si capisce il senso delle prime parole. Si comprende nell’ultima parola il senso delle precedenti, in modo retroattivo. Nel Seminario V Lacan fa l’esempio della parola concupissent, indicando che solo quando si sono sentiti tutti i quattro fonemi si produce un effetto di senso che toglie l’equivoco di una serie di insulti (i quattro fonemi, uno per uno, sono delle parolacce in francese). Ciò accade perché il vettore del “voler dire”, il vettore retroattivo, aggancia un significante nell’altro producendo, così, una nuova significazione. Grazie alla predominanza del significante sul significato, il vettore S-----S’ è il luogo favorevole alle operazioni di metafora e di metonimia, cioè alle operazioni di sostituzione significanti. Il vettore S-----S’ è costituito di fonemi, cioè di piccole unità senza senso la cui combinazione produce significanti. Un commentatore di Lacan, Joel Dor, fa un esempio di gioco di combinazione di fonemi, di minima grandezza, in due frasi: Il y a un as en moins e Il y a un os en mois. È cambiata solo una a con una o e le due frasi vogliono dire due cose diverse: “C’è un asso in meno”, e “C’è un osso in meno”. La connotazione di a e di o produce un effetto di senso completamente differente, il primo ci mette in un universo di carte da gioco, il secondo in un universo di scheletri, di ossa. A seconda di come i fonemi sono codificati nelle diverse lingue, la loro codificazione permette di distinguere i messaggi. 
Il grafo 1 (p. 807) indica il punto capitone. Lacan complessifica la cellula del punto capitone con il grafo 2 (p. 810). Possiamo considerare il primo piano del grafo come il rapporto del soggetto con il significante. E c’è anche un’altra linea, un sottosuolo, che è il rapporto del soggetto con l’immagine. Poi, ritroviamo i due punti di intersezione, che abbiamo appena visto, indicati con A e con s(A). A è il punto in cui si trovano fissati i diversi impieghi del significante, è il luogo del codice. Il punto A è il riferimento simbolico che permette agli umani di parlarsi, è il luogo del grande Altro che Lacan chiama il luogo del tesoro dei significanti. Il secondo punto, s(A), è l’interpunzione in cui la significazione si costruisce come prodotto finito, è il punto in cui si costruisce il senso del messaggio a partire dal codice. s(A) è il luogo del messaggio, A è il luogo del codice. s(A) è anche il luogo della verità di colui che parla, luogo che si avvicina alla parola piena, però Lacan avverte che spesso questo non accade: il discorso non arriva alla catena significante, non arriva al vettore che va da sinistra a destra, ma passa in cortocircuito con il segmento m ---- i(a) cosicchè il discorso gira a vuoto e si sfinisce in una ripetizione della parola vuota… è la macina delle parole, come ad esempio dei luoghi comuni. A proposito di questo circuito del grafo, già nel Seminario V Lacan diceva: «Il più delle volte non viene annunciata alcuna verità, per la semplice ragione che il discorso non dice assolutamente niente se non segnalare che io sono un animale parlante. È un discorso comune fatto di parole che non dicono niente grazie al quale ci si rassicura che non si ha a che fare con quel che l’uomo è al naturale, vale a dire una bestia feroce». È il discorso ammaestrato, banale. 
Per andare al di là della macina di parole occorre un’articolazione significante che giunga alla parola piena. L’articolazione significante è l’effetto di significazione e necessita di una certa intenzionalità, intenzionalità che si esprime nella sua forma più arcaica e primitiva nell’espressione del bisogno. Il bisogno è all’origine della catena intenzionale che è rappresentata dal vettore retroattivo. L’intenzione del soggetto, che sorge dal bisogno, deve dapprima passare necessariamente per il codice, da A, il luogo che permette di tendere alla soddisfazione del bisogno. Nel Seminario VI, Lacan dice: «Il bambino si rivolge a un soggetto che sa che è un soggetto parlante, per esempio la madre, che ha visto e ha sentito parlare, e che lo ha impregnato di rapporti dal momento in cui è venuto alla luce. Molto presto il soggetto impara che è per quella via, per quel defilè, che le manifestazioni dei suoi bisogni devono abbassarsi a passare per poter essere soddisfatte, devono quindi sottostare».
Il punto s(A) rappresenta ciò che è significato dall’Altro, è il messaggio della domanda secondo il senso che l’Altro ha dato, e questo senso l’Altro lo ha dato secondo il proprio desiderio. È tramite il proprio desiderio che l’Altro opera la significazione significante. Per esempio, possiamo immaginare il bambino che grida e la mamma che dice “Hai fame” o “Hai freddo”, secondo il desiderio della madre, la madre cerca di portare un significato al grido. Il fatto che l’Altro, la madre, dia un senso, permette di fissare il messaggio, e ciò che si fissa è un primo segno a cui il soggetto si identifica. A è il luogo dell’Altro in cui il soggetto si inscrive, quindi l’Altro occupa la posizione dominante. È dall’Altro che il soggetto riceve il messaggio che emette, in modo rovesciato. 
Lacan propone l’articolazione tra l’Altro, la parola e la verità: «Osserviamo che questo Altro distinto come luogo della Parola, si impone anche come testimone della Verità. Senza la dimensione che esso costituisce, l’inganno della Parola non si distinguirebbe dalla finta» (p. 809). Si tratta della finta che si manifesta, ad esempio, negli affrontamenti, nella lotta o nella parata sessuale, e Lacan nota che l’animale è capace di far finta, per esempio può fare una falsa partenza per metterci fuori strada nella caccia. Però un animale non è capace di far finta di far finta, cioè non lascerebbe delle tracce ingannevoli per far credere che siano false mentre sono vere. L’animale è escluso dal motto di spirito, come nell’esempio di Freud di quell’ebreo che dice al suo amico che sta partendo: “Perché mi dici che vai a Cracovia perché io creda che vai a Lemberg, quando invece tu vai veramente a Cracovia?”. La parola inizia nel passaggio dalla finta all’ordine significante. L’Altro è il testimone necessario perché la verità possa trarre garanzia non dalla realtà, ci dice Lacan, ma dalla parola. È la parola ad imprimere un marchio: «Il primo detto decreta, legifera, è oracolo; esso conferisce all’altro reale la sua oscura autorità» (p. 810). È così che Lacan definisce il tratto unario, ciò che marchia invisibilmente il soggetto, marchio che il soggetto riceve da un significante, un significante elevato alla dimensione di insegna, insegna di onnipotenza, di potere, che aliena il soggetto nella prima identificazione, quella che forma l’ideale dell’Io, I(A) che si trova alla fine del vettore retroattivo. Significa che il soggetto non può cogliersi da solo, ma può cogliersi solo dopo questa identificazione al tratto unario prodotta dal marchio del significante. E, alla fine di questo processo, diventa «ciò che era come da prima», cogliendosi solo nella formula del futuro anteriore, nella forma del «sarà stato» (p. 811). Questo si riallaccia al motto freudiano Wo Es war, soll Ich werden, si sottolinea soprattutto il “dove”, il dove permette di posizionare il soggetto, la posizione del soggetto deriva da dove si situa il desiderio. Lacan dice chiaramente che il grafo ci servirà a presentare dove si situia il desiderio in rapporto a un soggetto definito dalla sua articolazione significante.
Per costruire il primo piano del grafo Lacan prende in considerazione anche il rapporto del soggetto con l’altro, il piccolo altro, partendo dallo stadio dello specchio. Il bambino nasce prematuro, il sistema motorio e il sistema piramidale non sono ancora mielinizzati, quindi non c’è una coordinazione motoria corretta. Un bambino prematuro di sei mesi, prematuro non nel senso che è nato prematuro ma perché costituzionalmente nasce non maturo, messo davanti allo specchio riconosce se stesso con l’aiuto dell’adulto che lo sorregge. L’immagine che vede allo specchio è simile all’immagine di altri piccoli bambini della sua stessa età, viene poi assunta come propria immagine. Questa immagine provoca nel bambino delle reazioni di giubilazione perché gli permette di vedere unificato nell’immagine allo specchio ciò che in lui non è né unificato né completo, e grazie allo sguardo, al dire dell’Altro, dell’adulto che lo sorregge, trova conferma della sua unità. Tuttavia, c’è una prima lacerazione tra il soggetto e la sua immagine: è lui, ma non è lui. Questa dialettica è rappresentata nella parte bassa del primo grafo, è la linea m ---- i(a), in cui m sono io e i(a) è la mia immagine. Tale prima opposizione è alla base della rivalità immaginaria.  Il primo piano del grafo, in cui si compie il processo immaginario che va dall’immagine speculare alla costruzione dell’io, si articola in due percorsi. Un percorso passa sotto, e a questo livello c’è una fissazione all’immagine primordiale. L’altro percorso, invece, fa tutto il giro in alto e passa dalla significazione confermata dall’Altro, da s(A). La linea dell’immaginario m ---- i(a) corrisponde all’asse a ---- a’ dello schema L. Ci sono delle differenze tra lo schema L e il primo piano del grafo:  il circuito dello schema L si chiude, mentre il grafo è un sistema aperto. Si potrebbe dire che questo grafo è una variante del tema dello stadio dello specchio, che porta la tappa in cui il simbolico domina l’immaginario. In questo primo piano del grafo, si attua un processo che va dall’immagine speculare alla costituzione dell’io sul cammino della soggettivazione ad opera del significante (p. 812). Sono proprio queste quattro parole, “ad opera del significante”, a segnare la svolta rispetto allo stadio dello specchio del 1936-39 quando, in una logica tutta immaginaria, la strutturazione dell’io era prodotta dall’unificazione dell’immagine dell’io realizzata grazie all’immagine dell’altro. La svolta è data dalla predominanza del simbolico. Occorre una coordinazione simbolica perché la relazione al simile nello specchio produca un effetto di significazione, e occorre del significante che permetta di soggettivare l’identificazione immaginaria. Dunque, è sbagliato pensare che il primo piano sia quello dell’immaginario e il secondo il piano del simbolico, in entrambi c’è un’articolazione con il simbolico.
Le conseguenze che Lacan vuole sottolineare a partire dalla costituzione dell’io concernono la coscienza e la conoscenza. Egli critica il fatto di considerare la coscienza e la conoscenza come chiare e trasparenti, e considera la stessa trasparenza dell’io come ingannevole. Il cogito cartesiano del Disorso del Metodo e delle Meditazioni Metafisiche, “penso dunque sono” o “io sono in quanto penso”, viene considerato da Lacan una «sequela storica» (p. 812). Il Dizionario Zingarelli dà di “sequela” questa definizione: «sequela di cose e di fatti sgradevoli, di noie o di accidenti». Lacan trova l’Io di Cartesio problematico perché Cartesio considera il soggetto una sostanza e non un effetto del significante. Cartesio non si accorge che il punto principale della sua formulazione è proprio quando, nelle Meditazioni Metafisiche, dice: «Infine bisogna concludere, e tenere per costante, che questa proposizione: io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio». “Tutte le volte che la pronuncio”, cioè si tratta di una proposizione pronunciata, detta, che passa per i defilè del significante. Lacan, ne L’Etourdit, del ’72, diceva: «Perché un detto sia vero bisogna prima di tutto che sia detto, che ci sia un dire».   
L’altra considerazione riguarda Hegel che, nella Fenomenologia dello Spirito, non può evitare di cogliere la confusione costitutiva della coscienza: coscienza di sé che in realtà si fonda sul riconoscimento di un’altra coscienza, e quando il riconoscimento della coscienza si gioca tra l’io e il proprio simile si produce una rivalità aggressiva, la famosa lotta all’ultimo sangue. Lacan definisce lo schema hegeliano della lotta per puro prestigio come «un mito più che una genesi effettiva» (p. 812), e sottolinea che Hegel ha ignorato la questione della prematurazione dell’essere vivente dalla nascita, che per Lacan è alla base della cattura speculare. Hegel ha fatto della morte stessa il fulcro della lotta; la morte è il principio che differenzia le due coscienze: quella che le si avvicina di più, ovvero correndo il maggior rischio di perdere la vita, è la coscienza che vince, quella che cede, perché ha paura di morire, è la coscienza che perde, e diventerà lo schiavo, il servo. Ma in questa lotta c’è un patto, una regola, che precede la lotta stessa: bisogna che il vinto non perisca perché se ne abbia uno schiavo. Questo significa che c’è un patto simbolico, una legge, prima della lotta. Lacan afferma che vi è una legge preliminare alla violenza, mentre sembrerebbe che per Hegel la legge sia una conseguenza della lotta. Inoltre, mentre Hegel attribuisce il godimento al padrone e l’obbedienza al servo, per Lacan c’è un godiemnto del servo e, all’interno di questo testo, ne dà un esempio clinico, quello del nevrotico ossessivo che aspetta la morte del padrone e gode di questa attesa. Più volte ritorna in queste pagine la questione dell’“astuzia della ragione” che Lacan riferisce alla logica dell’ossessivo. L’“astuzia della ragione” è di matrice hegeliana e significa che il soggetto fin dall’origine, e fino alla fine, sa ciò che vuole, al contrario Freud sostiene che, poiché il soggetto non sa quello che vuole, c’è un divario tra la verità e il sapere. Questa rivoluzione freudiana non è considerata da certa psicologia, includendo anche alcune derive della psicoanalisi, che Lacan critica apertamente definendola banale, caduta nella mollezza e che non tiene in conto delle radici linguistiche dell’inconscio, che la domanda deve passare in ogni caso per i defilè del significante. È attraverso il passaggio dalla domanda, per il defilè del significante, che i bisogni passano dal registro iniziale, arcaico, al desiderio. Questo accade perché l’ananke somatica, il destino somatico, l’impotenza a muoversi, la prematurazione con cui l’essere umano viene al mondo e in cui persiste nei primi mesi di vita, lo colloca in una situazione di dipendenza in cui la psicologia rileva solo la dipendenza comportamentale, il bisogno di cure, senza cogliere che si tratta soprattutto di una dipendenza dal linguaggio. È la presa nell’Altro, l’agganciamento nell’Altro a permettere il passaggio dal bisogno al desiderio.
Che cosa dimostra la psicoanalisi rispetto alla questione del desiderio? In particolare, rispetto al desiderio sessuale?
Lacan non esclude la serie dei fattori normalmente considerati come la conservazione della specie, la serie degli accidenti della storia del soggetto, dei vari traumi intesi come contingenze, ma insiste a dire che tutto questo avrebbe poca incidenza senza il concorso degli elementi strutturali.
L’essere umano è diverso dall’essere animale perché è un essere parlante. Mentre gli animali hanno una sessualità prestabilita, che si svolge secondo schemi fissi, gli umani, proprio perché parlano, non sono mai a loro agio con la sessualità, la quale non ha niente di naturale. Lacan dice che già Freud si accorse che la sessualità doveva portare la traccia di qualche inclinatura poco naturale, già da qui si profila l’aforisma del “non c’è rapporto sessuale”. È chiaro che gli animali non incontrano gli impacci edipici nella loro sessualità, il divieto dell’incesto e neppure la problematica che ruota intorno alla questione del Padre. Per gli esseri parlanti la questione del Padre si pone come Padre morto, ucciso, come il Padre simbolico che Lacan riprende nei termini del Nome del Padre. 
Nel Seminario XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Lacan dirà: «È il Padre morto ad avere la custodia del godimento». Si riferisce al Padre di Totem e Tabù, dell’orda primitiva. Padre primordiale che impediva ai figli di godere della madre e delle sorelle, da loro ucciso perché era lui a goderne senza limiti. Alla sua morte i figli s’impongono una legge, l’esogamia, che prescrive la loro la stessa privazione. Il Padre è quindi considerato da Lacan il rappresentante originale dell’autorità della Legge, purchè non pretenda di erigerla, cosa che farebbe di lui un impostore.
Possiamo considerare questo Padre il garante definitivo? Certamente no, non c’è garante ultimo, non c’è Altro dell’Altro (Il n’y a pas l’Autre de l’Autre). Affermazione non priva di conseguenze... intanto ciò distingue la psicoanalisi dalla religione. Nella prima fase dell’insegnamento di Lacan vi è un Altro che è organizzato e consistente, nella seconda, a partire dai Seminari V e VI, l’Altro non esiste, è inconsistente. È un vero punto di svolta dell’insegnamento di Lacan, che segnerà una nuova fase della sua elaborazione, senza peraltro annullare la prima. C’è un riferimento a questa svolta nel Seminario VI dove Lacan definisce la formula “Non c’è Altro dell’Altro” come il grande segreto della psicoanalisi, ciò nel grafo completo è indicato con S(Ⱥ). In A manca qualcosa, e questo qualcosa che gli fa difetto non può esser altro che un significante. Un significante fa difetto a livello dell’Altro. 
La prima conseguenza riguarda il desiderio: se non c’è Altro dell’Altro, qual è il posto del desiderio? Dov’è la garanzia? Lacan articola così la dialettica bisogno-domanda-desiderio: «il desiderio si abbozza nel margine in cui la domanda si strappa dal bisogno». Non solo ogni domanda è una domanda d’amore, ma la domanda è sempre incondizionata, ed è sempre insoddisfatta perchè il bisogno introduce una specie di difetto nella domanda. La domanda d’amore è incondizionata, mentre il desiderio è condizione assoluta. La domanda che traduce l’esigenza, il bisogno del soggetto, necessita della presenza dell’altro perchè il bisogno sia soddisfatto. Senza la presenza dell’altro non c’è possibilità di accedere all’oggetto del bisogno, per poterlo fare è necessario passare nei circuiti della domanda. La domanda è incondizionata perchè non dipende dalle situazioni: la domanda è sempre domanda d’amore, cioè presenza dell’Altro. Invece, il desiderio è “condizione assoluta” nel senso che va al di là della domanda. C’è qualcosa di irriducibile, di assoluto che caratterizza il desiderio e che ha la sua radice nel bisogno, ma si stacca dall’elemento sensibile del bisogno. È come se il bisogno per poter essere espresso e soddisfatto dovesse passare per il setaccio della domanda, tuttavia c’è qualcosa che non passa, qualcosa d’irriducibile alla domanda, quel residuo, quella pepita, quel nucleo, è il desiderio. Lacan sottolinea che poi avviene una metamorfosi: l’oggetto del bisogno si muta in oggetto del desiderio, e la domanda si trasforma in domanda incondizionata d’amore. Una sorta di rovesciamento che Lacan esprime in questi termini: «Per una singolare simmetria il desiderio rovescia il carattere incondizionato della domanda d’amore, in cui il soggetto resta in soggezione all’Altro, per portarlo alla potenza della condizione assoluta (dove assoluto vuol dire anche distacco)» (p. 817). Miller, nella lezione del 23 marzo 1994 del Corso Donc, ci aiuta a leggere questo passaggio. Miller rileva che la soggezione di cui parla Lacan è la dipendenza, nel senso che il soggetto è assoggettato all’Altro dell’amore. È il desiderio che produce un rovesciamento e porta un distacco. Lacan gioca sulla radice della parola “assoluta” che par suonare come “assoluzione”, “assolvere”, infatti “distaccare” in francese si dice détacher, “togliere una macchia”, “assolvere”. Il desiderio svincola e sdogana il soggetto dall’Altro dell’amore, c’è un’emancipazione dei segni dell’amore, tanto che un desiderio deciso non si imbarazza troppo dei segni dell’amore… Miller però precisa che non si deve pensare che il desiderio deciso possa giustificare tutto, e allora propone che a desiderio deciso corrisponda amore cortese. Quindi, c’è un’opposizione tra l’amore e il desiderio, e Lacan illustra la genesi di questa emancipazione, che il desiderio produce nei confronti dell’Altro, con l’esempio dell’oggetto transizionale di Winnicott. Prendendo un piccolo pezzo dell’altro ci si può poi congedare dall’altro senza troppi affanni: questo è l’oggetto détacgé, staccato, anche se non è dell’altro. Questo produce un guadagno sull’angoscia, sappiamo come può rassicurare il peluche o il pezzo di stoffa che il bambino tiene in mano o che porta alla bocca. Occorre chiarire che non si tratta dell’oggetto a, concetto che al tempo di Sovversione Lacan non ha ancora a disposizione. L’oggetto transizionale non è l’oggetto a ma è solo un emblema, una rappresentazione immaginaria, a differenza dell’oggetto a che invece è inconscio. 
Il bisogno porta un difetto nella domanda, ciò significa che non c’è la soddisfazione universale, ed è questa impossibilità della soddisfazione universale che fa sorgere l’angoscia. La soddisfazione del bisogno non soddisfa completamente la domanda, c’è sempre una beanza, una mancanza, un buco. Il desiderio è sempre antinomico, il soggetto desidera quello che non vuole. Come nel caso della bella macellaia che desidera il caviale ma non vuole assolutamente che il marito le dia il caviale, quando lui sarebbe pronto a fornirglielo ogni mattina. Il suo desiderio deve rimanere insoddisfatto. La sua domanda è domanda d’amore. Il sogno della bella macellaia, riportato da Freud nell’Interpretazione dei sogni e ripreso da Lacan, è un esempio della dialettica del desiderio e della domanda. In questo caso si tratta di un desiderio isterico, di un desiderio insoddisfatto in cui l’insoddisfazione circola dal soggetto all’altro, l’amica che vorrebbe ingrassare ma che resterà insoddisfatta e non mangerà salmone. È un esempio che mostra l’aforisma lacaniano per cui “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”, in cui dell’ è un genitivo soggettivo, in un certo senso il desiderio dell’Altro è convocato dalla domanda del “Che vuoi?”, che vuole l’Altro. Il Che vuoi? è la domanda enigmatica che conduce il soggetto sulla via del proprio desiderio. Il Che vuoi? è il modo che Lacan usa per far sentire l’angoscia del soggetto di fronte all’enigma dell’Altro, all’enigma del desiderio dell’Altro. Ma questo passaggio per la via dell’angoscia è un passaggio indispensabile: per accedere al proprio desiderio bisogna che il soggetto si confronti con il desiderio dell’Altro. 
Nel Grafo 3 [p. 818] il tracciato a forma di punto interrogativo che veicola il Che vuoi? conduce a $◊a, il matema del fantasma, via che conduce al soggetto di assumere come riesce l’incompletezza dell’Altro e di posizionarsi come desiderante. Alla domanda “Che cosa vuole l’altro da me?”, “Che cosa sono io per lui?”, può essere data una risposta differente, orale, anale o altro, che fissa il desiderio su un oggetto, e questo contribuisce alla formazione del fantasma, esprimendo la posizione assunta dal soggetto nei confronti dell’altro. 
In questo tempo, il bambino che non sa fare un discorso ha già un rapporto con l’Altro perchè c’è già un marchio, un’impronta impressa sul suo bisogno dalla domanda. Di quale domanda si tratta? È la domanda che ha a che fare con l’Altro, perchè se la selezione dei significanti è effettuata dall’Altro, significa che dipende dal suo volere. Qual è il volere dell’Altro? Cosa vuole? È così che appare il Che vuoi? in questo punto della costruzione del grafo, dove si situa il passaggio alla seconda tappa. 
Il Che vuoi? è tratto da Lacan dal romanzo di Cazotte Il diavolo innamorato dove c’è un’evocazione del diavolo e, dal muro, appare una testa di cammello spaventosa che con voce cavernosa pronuncia: “Che vuoi?”.
La domanda del Che vuoi? convoca per la prima volta il desiderio dell’Altro, e Lacan lo disegna con un grande punto interrogativo piantato nel punto A. È a partire dall’intenzionalità del bisogno che la domanda convoca l’Altro, il luogo del codice, e poi s(A), luogo del messaggio, ma si costituisce anche come appello all’Altro nel Che vuoi?, va quindi al di là della domanda, sul versante del desiderio dell’Altro, ed è lì che si costituisce il desiderio del soggetto. Il soggetto situa il proprio desiderio all’interno, dentro, il desiderio dell’Altro, infatti c’è una piccola d che indica il desiderio. 
Possiamo dar conto della formazione del fantasma anche con altre parole. L’apparire del Che vuoi? introduce un’opacità, un’oscurità. L’interrogativo lascia il soggetto sospeso in un momento di angoscia, di sconforto, hilflos. Qui si situa l’esperienza traumatica. In questa terza tappa del grafo, il soggetto cercherà di placare l’angoscia con l’apporto della dimensione immaginaria, situata sulla linea m ---- i(a). Troviamo l’illustrazione di questo passaggio anche nel Seminario VI, dove Lacan dice: «L’elemento immaginario, cioè la relazione dell’Io m all’altro i(a), interviene nella terza tappa dello schema in quanto essa permette al soggetto di parare al suo sconforto, la détresse, nella sua relazione al desiderio dell’Altro». Para utilizzando le relazioni immaginarie che ha imparato a maneggiare nella sua relazione con il simile, con l’altro, cioè relazioni di affrontamento, prestanza, sottomissione, disfatta. Il soggetto si difende con il suo Io, e per difendersi costruisce qualche cosa dove situare il suo desiderio: questo qualche cosa è il fantasma. Miller diceva il Seminario VI avrebbe potuto  intitolarsi ed essere dedicato più al fantasma che al desiderio.
Un’altra definizione di Lacan è che il fantasma è sempre esistito in forma misteriosa, segreta, ma è solo con l’analisi «che ha cessato di essere un’anomalia, qualche cosa di opaco, qualche cosa dell’ordine della deviazione del desiderio, della sua perversione per essere invece concepito e articolato in una dialettica che può conciliare l’immaginario e il simbolico».
Il secondo piano del grafo funziona simultaneamente al primo, nel Seminario VI Lacan dice chiaramente che i due piani funzionano contemporaneamente nel più trascurabile atto di parola. Comunque, si può considerare il secondo piano del grafo come il luogo dell’inconscio; su questo piano si colloca il desiderio, d, è quindi un desiderio inconscio. d si colloca in un punto del percorso che va da A a $◊D [p. 820]. Nel grafo il desiderio è contrapposto al fantasma, c’è un vettore che li unisce indicando l’articolazione desiderio e fantasma.
Al punto $◊D Lacan pone la pulsione e dice che la pulsione è omologa al tesoro dei significanti, A. Dice che la pulsione è ciò che avviene della domanda quando il soggetto vi svanisce. La domanda pulsionale produce una sorta di fading, un’eclissi del soggetto. Questo ci ricorda il carattere acefalo della pulsione, irriducibile all’ordine simbolico. Ma se è irriducibile al simbolico, perchè ne fa qualcosa di omologo al tesoro dei significanti? Sembrerebbe una contraddizione. Lacan afferma che il grafo completo ci permette di porre la pulsione come tesoro dei significanti. Il “come” potrebbe intendersi nel senso di “omologa”. Viene posta da Lacan un’equivalenza dei significanti della catena superiore e pulsione. Evidentemente si tratta di significanti inconsci. C’è una tensione in questo punto del testo, in questo sforzo di Lacan di render conto di una relazione omologa fra pulsione e significante, che ci sembrano così disomogenei. Miller, in un Corso del 18 novembre 1981, diceva che la pulsione è la riduzione della domanda al taglio, come essenza della catena significante, ossia l’incidenza significante modifica l’elemento organico supposto nella pulsione… è una lettura di Sovversione del soggetto. Dall’incidenza del significante emerge la pulsione; l’incidenza produce un taglio, ritaglia qualche cosa e da lì emerge la pulsione. Sarà grazie al taglio, coupure, che si ritagliano gli oggetti, delimitati dai margini del corpo, le cosiddette zone erogene… oggetti di cui Lacan ci dà la lista: la mammella, lo scibale, il fiotto urinario, il fallo, a cui aggiunge lo sguardo, la voce e le rien, il niente. La difficoltà di questa correlazione tra la pulsione e il tesoro dei significanti è anche data dalla non disposizione della concettualizzazione dell’oggetto a. C’è ancora un’altra lettura, proposta sempre da Miller, in un Corso del 20 marzo 1985: «La pulsione è l’Altro del soggetto a livello inconscio. È un Altro speciale poichè è un Altro silenzioso, invece l’Altro a livello inferiore è, al contrario, un altro loquace». Sono sì significanti, ma con la particolare distinzione fatta da Miller tra silenzionso e loquace. L’Altro silenzioso ci ricorda il silenzio delle pulsioni, cui fa riferimento Lacan nel testo La lettera rubata. Più Lacan avanzerà, nell’ultimo insegnamento, verso la centralità del reale, più ripenserà anche l’inconscio freudiano, giungendo a formalizzare l’inconscio non più come un dispositivo significante, strutturato come un linguaggio, ma sempre più come inconscio reale. Questo significa che l’incontro con il reale, il momento di discontinuità, vacillazione, è messo da Lacan al centro dell’inconscio. L’inconscio reale, rispetto all’inconscio strutturato come un linguaggio, è un inconscio più silenzioso che loquace, più centrato sul silenzio delle pulsioni e sul godimento che sul simbolico. Anche se non siamo ancora a questa concettualizzazione sull’inconscio reale, già nel grafo Miller parla dell’Altro silenzioso. Miller dice che l’Altro silenzioso è articolato a quel termine singolare del significante della mancanza dell’Altro, e chiedendosi se questo termine è il significante del soggetto Miller risponde che il miglior significante del soggetto è un’elisione. I differenti modi dell’elisione sono l’inciampo, il passo falso, lo scivolamento… lì il soggetto svanisce. 
In questa lezione, che è sul grafo del desiderio, Miller cerca la risposta alla domanda: “Che cosa sono io?”. Articola la risposta ai due piani del grafo, indicando il primo come il livello dell’alienazione e il secondo come il livello della separazione. Sul primo piano il soggetto si coglie come effetto del significante, clinicamente è il livello della suggestione, è il significante che porta l’Altro, per esempio il terapeuta che produce nuove identificazioni. Il secondo piano è clinicamente il livello del transfert, l’interpretazione porta sulla causa del desiderio e si situa a livello della mancanza dell’Altro. Qui c’è il punto centrale dell’operazione lacaniana di sovversione del soggetto. Lacan ottiene una sovversione della struttura, per esempio della struttura di Levi-Strauss: fa vacillare lo strutturalismo introducendo un elemento che non è significante, che non ha significato, che è il soggetto. In realtà, l’emergenza del soggetto è la sua sparizione. Il soggetto avviene quando c’è una sparizione del soggetto, $ , più che un essere è definito come mancanza-a-essere.

Come rispondere alla domanda “Che cosa sono io?”, se non trovo la risposta nell’Altro? Solo iniziando a definire il soggetto come discontinuità si può intendere la risposta che Lacan pone in Sovversione. Egli risponde con una localizzazione: “Io sono nel posto che si chiama godimento”. All’inizio di Sovversione, Lacan aveva elaborato l’Io, Je, esattamente nella forma opposta. Era partito dal sogno del padre morto, di cui parla Freud e che Lacan ha abbondantemente ripreso nel Seminario VI. Questo riferimento serve a Lacan per trarne che l’Io è un morto che non sa di essere morto, quindi una posizione opposta a quella che pone l’Io al posto del godimento. Miller indica che al versante tragico dell’essere-per-la morte si apre accanto il versante comico dell’essere per il godimento. Quando Lacan indica nel fallo la via di questa soluzione non tragica ci dà un’apertura su questo punto. Nel Seminario sull’Etica dice: «La dimensione comica è creata dalla presenza, nel suo centro, di un significante nascosto ma che nella commedia antica è là in persona, il fallo». Ecco come Miller legge l’obiettivo di Sovversione del soggetto, testo complesso, non lineare, ma che acquista una logica più chiara se partiamo da una lettura centrata sulla questione di sapere se l’essere del soggetto è proprio solo l’essere-per-la morte, se questa è l’ultima parola della psicoanalisi. A ciò risolutamente Lacan risponde di no. 

Trascrizione di Marta Bottiani
Preparazione redazionale di Giuseppe Perfetto

mercoledì 26 marzo 2014

Seminario del 15 febbraio 2014 Docente invitato: Antonio Di Ciaccia

Presentazione di Marco Focchi 
Quest’anno stiamo lavorando sul testo Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. Presentando il piano generale di questo testo, Jean-Louis Gault aveva particolarmente insistito sulla contrapposizione tra dialettica e struttura. Sullo sfondo vi è il dibattito culturale all’epoca di questo scritto, ad esempio la critica mossa da Levi-Strauss a Critica della ragion dialettica di Sartre, dove la struttura emerge come uno strumento critico e di contrasto rispetto alla dialettica. E questo sposterà i termini di riferimento all’interno della riflessione di Lacan. All’inizio, nell’insegnamento di Lacan, c’è un riferimento importante alla dialettica, ai temi hegeliani: il soggetto è pensato nell’intersoggettività e nell’esigenza di un riconoscimento da parte dell’Altro. La struttura, come la leggevano gli strutturalisti, non implicava una nozione di soggetto. Era una visione positiva, oggettivante. Invece, Lacan mantiene una funzione del soggetto, pur valorizzando la struttura. Nello scritto che abbiamo ad oggetto si parla di “dialettica del desiderio” e non di “dialettica soggettiva”, è quindi uno scritto-frontiera che sposta la dialettica del soggetto all’interno dell’intersoggettività sulla dialettica del desiderio. Se ad un certo punto Lacan fa cadere la nozione di intersoggettività, soprattutto nel Seminario Il transfert, non fa cadere la dialettica del desiderio, il desiderio resta all’interno di una definizione dove il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. Si pone il problema di articolare la struttura e il soggetto in una nuova definizione. 
Gault, nel precedente incontro, ha messo in risalto la connessione tra il testo che stiamo lavorando quest’anno con un altro scritto di Lacan, Posizione dell’inconscio, dove questo tema è particolarmente sviluppato.
La ridefinizione del soggetto comincia ad emergere nel Seminario VI, il seminario più vicino al testo oggetto di quest’anno. Nelle prime lezioni del Seminario VI Lacan prende in riferimento La trascendenza dell’Ego di Sartre, testo dove Sartre critica la nozione di Ego trascendentale e definisce un campo della coscienza che non ha bisogno di un Io unificatore. Quest’aspetto è ripreso da Lacan: lo ritroviamo nella critica alla psicologia in Posizione dell’inconscio. Quello che interessa Lacan è la critica che separa la coscienza dal soggetto, che ritroviamo già presente nel Seminario VI e che sviluppa in questo scritto relativamente alla differenza tra il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione, ciò che mette in luce la divisione soggettiva. 
Ad iniziare la lettura dettagliata di questo testo abbiamo oggi Antonio Di Ciaccia, presidente dell’Istituto freudiano e fondatore dell’Antenna 110.

Relazione di Antonio Di Ciaccia
Quando mi era stata indicata la possibilità per questo incontro in un primo tempo avevo pensato di no. Mi domandavo: perché? La lettura permanente che ho, dal 1987, con i testi di Lacan, mi ha dato una specie di sensibilità... a parte il ricordo personale che avevo con lui. Avevo soprattutto sperimentato sotto angoscia. Io ero angosciato e gli avevo spiegato le mie ragioni. C’era qualcosa della trasmissione che passava nel testo di Lacan. Lui stesso era angosciato. Però quest’angoscia Lacan non la mostra. I suoi sentimenti, le sue finezze, le lascia sotto traccia... ed è uno dei problemi della traduzione. Non si vedono, tranne quando è ironico, sardonico. Altrimenti sono appena delle sfumature, che le traduzioni precedenti avevano completamente barrato. Ho cercato di rimetterle in moto, quindi a volte le ritroverete.  
Mi sono domandato perché avevo un’avversione per il testo Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. È uno dei tre testi fondamentali degli Scritti. Direzione della cura presenta come si dirige la cura. Questione preliminare non è soltanto sulla psicosi, consiglierei a tutti gli allievi di imparare a memoria la terza parte: lì avete il cinquanta per cento del Lacan “classico”. Sovversione del soggetto è una resa dei conti con Hegel. 
Il motivo per cui avevo avversione verso Sovversione del soggetto mi si è rivelato così: Lacan fa fuori Hegel con Hegel, cioè utilizza la stessa arma di Hegel contro Hegel. Di solito non fa così. Fa fuori De Clarembeau con Jaspers. Fa fuori Jaspers con Hegel. Tiene sempre all’orizzonte la posizione di Freud e, alla fine, fa fuori Freud con Lacan. L’ultimissimo Lacan, è Lacan che fa fuori Lacan.
In questo scritto, la mia lettura è che Lacan utilizza lo strumento di Hegel per fare fuori Hegel. Ad esempio, a p. 809, lo dice in questo modo: «Per dirla con Hegel e contro di lui». 
Quali sono i due versanti in cui Lacan cerca di far fuori Hegel? Il primo è il soggetto. 
Il soggetto hegeliano non può corrispondere con il soggetto freudiano. Il concetto di soggetto hegeliano arriva all’uomo con “i baffetti”, come lo chiama Lacan altrove. Il soggetto freudiano porta al soggetto barrato ($). Sono due strade separate. Il punto di snodo è sul rapporto tra “verità” e “sapere”. In Hegel la verità e il sapere si congiungono: «La verità […] in se stessa non essendo altro che ciò che manca alla realizzazione del sapere» (p. 800). Questo porta al sapere assoluto, Selbstbewusstsein, l’essere cosciente di sé... che è dove va tutta la filosofia. Mi direte: ma questa verità, che è una verità totale, diventa una verità totale con il sapere. Questo è ciò che Lacan dice non aver niente a che fare con l’inconscio. È contro questo che Lacan si erge. E la verità rivelata? Lacan delimita la verità rivelata a qualcosa che non viene a completare il sapere, non è quello che manca alla realizzazione del sapere.  Con la lettura di Hegel, “verità” va a una completezza con il sapere, pericolosa per l’essere umano. La verità rivelata va a una parzialità che concerne alcune persone. La verità, come la intende Lacan, è in opposizione rispetto al sapere. Il sapere è dell’ordine della struttura, la verità è dell’ordine della verità che mente. Lacan fa uno spostamento: dalla correlazione che ha la verità con la cosa (la definizione di San Tommaso d’Aquino, Adaequatio rei et intellectus), a un’adeguazione della verità con la parola. È la parola che viene presa come punto di riferimento, non più la realtà. Questa è la prima operazione di Lacan, ma non è l’operazione di fondo di questo scritto. 
La tesi esplosiva è sulla dialettica del desiderio. Lacan legge in due modi “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”.
Sul versante hegeliano, quello che si trova al primo piano del grafo del desiderio, l’Altro è un Altro dell’interlocuzione: la madre, l’altro che risponde, colui che vi riconosce... Questo non porta al vero e proprio desiderio, ma a nient’altro che un’identificazione. Il vostro “desiderio è il desiderio dell’Altro” è sul modo banale del corrente motore della normalità, dell’identificazione, per esempio uno diventa medico perché il padre è medico.
Fermarsi a questo livello vuol dire che la psicoanalisi non è altro che un rivestimento, una ripetizione, di quello che tutto sommato la filosofia diceva da tempo. 
Lacan è obbligato a passare a un altro livello. Lo fa tramite il significante, cioè l’Altro. L’Altro del significante però lo trasforma un po’, perché identifica l’insieme dei significanti che riguardano il soggetto come ciò che è dell’ordine della pulsione, a cui corrisponde s(Ⱥ) nel grafo, ovvero manca un significante nell’Altro. Su questo schema (p. 820) Lacan fa una specie di parallelismo, nella parte bassa, dove si può leggere “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”: m da una parte e i(a) dall’altra: è la forma identificatoria. Questo viene a causa del fatto che, come cappello di questo passaggio, c’è da una parte A, l’Altro, e il messaggio inviato al soggetto, s(A). A questo livello si ferma lo psicotico. Questo Altro preliminare è sufficiente per lo psicotico. In realtà, se devo dire quel che penso, questo Altro preliminare è il funzionamento normale dell’identificazione. 
Evidentemente, se c’è psicoanalisi questo non è sufficiente. Come si fa a passare al piano superiore? In modo parallelo a m-i(a) che è sotto, il piano superiore parte da d, c’è desiderio, che ritrovate sulla destra, e sulla sinistra vi è la scrittura del fantasma, $◊a, una scrittura ancora immaginaria (le scritture immaginarie di Lacan sono sempre in corsivo). “Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” non è più sul versante di prima. L’oggetto a non ha l’Altro nello specchio, non c’è identificazione. Questo Altro non è più dell’ordine di un Altro concreto, bensì quello che nel Seminario V Lacan chiama l’“Altro astratto”, l’insieme dei significanti, e fa riferimento all’Altro della teoria dei giochi. È a questo livello che c’è qualcosa di mancante rispetto all’Altro. Mentre l’identificazione immaginaria, del livello inferiore, è completa, in quello di sopra c’è qualcosa che viene a mancare. Il “desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” se lo si prende sul versante destro, con il d, “dall’altro” diventa la struttura del fantasma. È lì che Lacan, in un modo un po’ spregiudicato, ma sufficientemente nascosto, utilizza l’arma di Hegel contro Hegel. Finora sosteneva: “Hegel dice: il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”, è il piano identificatorio, l’Altro che vuol essere riconosciuto. Per Freud non è così. In analisi non è così. 
“Il desiderio dell’uomo è desiderio dell’Altro” non è più a livello di riconoscimento. Miller dice una frase ambigua: “perché l’Altro vorrebbe essere interpretato”. C’è bisogno di qualcosa che è dell’ordine dell’analisi. 
Com’è che Lacan giustifica il passaggio dal primo piano al secondo? Se non si passa al secondo piano la psicoanalisi è inutile. La filosofia, la saggezza... sono sufficienti. Il piano di Freud è quello di sopra. Lacan è guidato da Freud e, in effetti, fa riferimento a Freud per assicurare la certezza di poter stare su questo piano superiore.
Come è che Lacan compie il passaggio da “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” hegeliano a quello freudiano? Dov’è l’operatore logico che permette il passaggio? È il padre morto (p. 813 e p. 815). La nostra doxa è il padre morto. Il padre morto è il padre simbolico. Lacan passa a questo livello senza giustificarlo, se non con un sogno di Freud. Per compiere il passaggio dal “desiderio dell’uomo hegeliano” al “desiderio dell’Altro freudiano” Lacan utilizza come operatore logico “il simbolo è l’uccisione della Cosa”. “Il simbolo è l’uccisione della Cosa” è uno schema di fondo che Lacan utilizza sempre, che rivela una sola volta ne La significazione del fallo. La chiave passepartout che Lacan ha in tasca, con cui apre più porte, anche in questo testo. Hegel dice “il simbolo è l’uccisione della Cosa” e Lacan utilizza questa chiave hegeliana per smontare tutta l’articolazione di Hegel. A p. 813 si trova: «il simbolico domina l’immaginario». Qual è l’operatore che porta a questa affermazione? Se a livello di quello che chiamerà all’epoca “immaginario”, che comporta già anche il reale, si mette “das Ding”, l’uccisione di das Ding dà il significante tramite l’aufhebung hegeliano. La parola chiave per far capire che è su questa lunghezza d’onda è il termine “mort”, ovvero “uccisione”. Si legge: «ed in questo ci si può domandare se non sia proprio l’uccisione ad essere il Padrone assoluto». Con questa frase Lacan mostra che utilizza la chiave di Hegel. In effetti, tre righe dopo, dice: «si tratta di sapere quale morte». 
Lacan l’utilizza questo schema nel passaggio dal “bisogno” che, barrato, diviene “domanda”, il bisogno deve essere messo in catena significante. Prendendo lo stesso schema: il bisogno passando dalla aufhebung, che è allo stesso tempo “cancellazione” ed “elevazione” al livello della domanda, dà come risultato il desiderio (p. 807). Lacan compie tale operazione anche con i primi due grafi. Nel primo grafo (p. 807), all’inizio, c’è una specie di D da una parte e $ dall’altra. Nel grafo seguente (p. 810), $ è spostato sulla destra, non è più sulla sinistra. C’è uno spostamento. Lacan cambia il grafo. Il primo grafo è il grafo del bisogno. Il grafo del bisogno viene barrato quando è messo in catena significante. Lo schema di fondo è: das Ding viene barrato e diventa il simbolico. Sotto c’è il bisogno che viene barrato, diviene domanda, e all’epoca dirà che ritorna come desiderio. In questo caso, il desiderio è dell’ordine del significato, mentre qualche anno dopo sarà dell’ordine del significante.
Chi c’è qui sotto? Si potrebbe dire: l’essere umano nella sua materialità, che non esiste perché venendo al mondo è già nell’ordine del linguaggio. Quello che supponiamo entrare nella catena significante ritorna, ed è l’essere umano come soggetto, come “mancante di…”. Anche nel testo, si nota che Lacan, forse per dare una mano ai cattolici e ai protestanti, dice che ha a che fare con qualcosa del peccato originale. Il peccato originale è al livello di “qualcosa che manca”, a un livello completamente mitico. Non manca di niente, però messo nella catena significante viene a mancare.  Quando Lacan dice “significato” vuol dire il soggetto umano. 
Il grafo di p. 807 si trova a livello del bisogno, mentre quello a p. 810 si trova a livello del desiderio: la chiave passepartout che Lacan utilizza è lo schema hegeliano de “il simbolico è l’uccisione della cosa”.
Lacan fa fuori Hegel tramite la meccanica hegeliana stessa... senza dirlo ad alta voce perché questa conferenza è stata pronunciata davanti a un pubblico di filosofi... non veramente molto gentili con lui, in particolare Jean Wahl, come fa notare con una piccola nota.  
È esattamente questa chiave che permette a Lacan di leggere il mito di Freud. Lacan afferma che c’è un solo mito moderno: quello di Totem e tabù. Lacan dice che il padre primitivo è esistito nella logica, ma mai esistito nella realtà, lo sposta.
Il passaggio da “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” di Hegel a Freud lo si trova alle pp. 816-817. 
Alla p. 818 abbiamo il, chiamiamolo così, “grafo del pescatore”. Lacan dice: «di quale bottiglia questo è il cavatappi?».  Il “Che vuoi?” è in italiano perché Lacan lo riprende dal testo di Cazotte Il diavolo innamorato che è in italiano. Come ha notato giustamente Bassols, non è tanto il “che vuoi da me?”, ma è “che mi vuole lui?”, o meglio “che vuole?”, cioè non soltanto “io sono agente” di qualcosa rispetto al volere dell’Altro, ma “io sono oggetto”.
In questo caso, l’Altro è a livello della pulsione, pulsione che si presenta come una domanda del soggetto ma che non controlla. 
Lacan situa da una parte A, l’altro concreto, dall’altra parte l’Altro, l’Altro a livello analitico, l’Altro nostro di ognuno di noi, tutto ciò che è dell’ordine della pulsione e che metteremo in domanda. Compongono il nostro Altro l’insieme dei nostri significanti. Vi è disgiunzione tra l’Altro concreto, padre, madre..., e l’Altro che è l’insieme dei significanti che ci hanno determinato: questi ultimi ci mettono in difficoltà, non son più il padre e la madre.  
Quale posizione occuperà l’analista? Per esempio, una delle cose da evitare, anche se i vostri pazienti vi mettono in quel luogo, è di farsi identificare con il padre e la madre, loro hanno il diritto di farlo, ma voi avete il dovere di spostarvi. Il che vuol dire arrivare a far capire che l’Altro per il soggetto è l’insieme dei significanti che lo hanno determinato sin da bambino, che, per esempio, il padre gli ha dato uno schiaffo senza volerlo, o la madre ha avuto una relazione volendolo, e lui, bambino, era lì con gli occhioni a vedere questo. Tutto questo è dell’ordine dell’Altro del soggetto. La posizione dell’analista è complicata proprio per questo, deve incarnare qualcosa che non ha nulla a che fare con il suo essere incarnato nei suoi significanti. L’analisi didattica è arrivare ad avere un desiderio deciso senza fantasma. Nell’ultima parte della sua vita, Lacan ripeteva: “tutte le volte mi chiedo io che ci sto a fare in un’analisi”, proprio perché c’è questa disgiunzione.
Relativamente al grafo (p. 819), quando si chiude la via immaginaria, quella del primo piano, m-i(a), si apre la via simbolica, quella del livello di sopra. I due piani li avrei messi uno dietro l’altro. “Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” copre quello che c’è dietro, tant’è vero che quando si inizia un’analisi si comincia inveendo contro i genitori, ci vuole un po’ di tempo per capire che loro ci stanno come i cavoli a merenda, e del resto l’esperienza analitica è che ognuno in analisi è in posizione femminile. Quindi ci si corica sul divano ci si occupa unicamente dei propri genitori, al soggetto dei figli gli importa molto meno.
In questo testo Lacan dice che la causa del fantasma è il significante, qualche anno dopo dirà che è l’oggetto. C’è una mancanza che è costitutiva, e che è indicata con s(Ⱥ), Lacan l’ha indicato come il punto estremo della femminilità. Nonostante Lacan dica che le donne abbiano un accesso più facile a ciò, non è detto che il mistero sia per loro risolto. Lacan lo indica come un significante mancante. È la castrazione. Per avere un desiderio soggettivato, in un certo qual modo “normalizzato”, bisogna passare per la castrazione. Solo la castrazione permette questo accesso. Quindi, al posto di “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” bisogna dire “il desiderio dell’uomo è il desiderio di quella costruzione dei significanti che permettono la castrazione”. È solo la castrazione che permette al soggetto di arrivare a quel punto dove Lacan dice che il desiderio «si presenta come ciò che uno non vuole» (p. 818), infatti, in quegli anni Lacan decideva che la fine di un’analisi era data proprio da questo. O meglio, l’inizio dell’analisi sta nella divisione tra desiderio e volere: “io voglio tanto bene a mia moglie, però quando vedo quei visini per strada…”. Per Lacan la fine di un’analisi è quando uno vuole ciò che desidera e desidera ciò che vuole. Questo porta nella carne della propria divisione soggettiva: “tu vuoi questo però in realtà desideri un’altra cosa”. Come si arrangia la faccenda? Solo tramite la castrazione. Lacan sosterrà questa tesi fino alla fine, infatti in Joyce il Sintomo, a p. 559 degli Altri scritti, scrive, facendo il verso alla posizione del Santo dell’analista di cui parla in Television: «A dire il vero non c’è un Santo-in-sé, c’è solo il desiderio di cesellare quella che si chiama la via, la via canonica. Per cui capita che si ‘ntomi nella canonizzazione della Chiesa, la quale ne sa quanto basta per riconicarsi, ma in tutti gli altri casi prende un grosso granchio. Infatti non c’è via canonica per la santità, malgrado la volontà dei Santi; non c’è una via che li specifichi, che faccia dei Santi una specie. C’è solo la scabellostrazione, ma la castrazione dello sgabello si compie esclusivamente con la escappata. C’è Santo solo a non voler esserlo, solo se si rinuncia alla santità». Cambiate “santo” con “analista” e vedete che cosa dà. Lacan dice che Joyce ha usato uno sgabello per salirci sopra e farsi bello… dello sga-bello... ci vuole la castrazione dello sgabello.
Verso la fine di Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, è il complesso di castrazione che dà la chiave di cosa vuol dire “sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”: «In questo complesso di castrazione troviamo la molla principale di quella sovversione che stiamo tentando di articolare - sul versante del soggetto - con la dialettica - quella del desiderio -. Giacché, propriamente sconosciuto fino a Freud che l’introduce nella formazione del desiderio, il complesso di castrazione non può più essere ignorato da nessun pensiero sul soggetto» (p. 823). Questo è il punto teorico finale e strutturale, “è un osso duro”. 
Da lì in poi riprende qual è il valore di s(Ⱥ) e, a p. 825, vedete la teologia di Lacan. La teologia di Lacan lo porta, tra l’altro, a rivedere la funzione, uso il termine non a caso, Dio. Un conto è il Dio di Einstein, che riguarda l’Altro dei giochi, il “Dio non gioca ai dadi”, ma ciò che riguarda ciascuno, uno per uno: è il sacrificio. C’è un passaggio dove dice che a Freud è rimasta la tomba vuota di Mosè. È rimasto un enigma. Come quello di Cristo rimane un enigma per Hegel. Lacan da una soluzione, è: s(Ⱥ) che viene realmente al posto del morto, ed è quello che apre la possibilità della normalità per l’essere umano. s(Ⱥ) è legato alla questione del sacrificio di Abramo, Isacco, ecc., di cui parlerà nel “Seminario inesistente”, il Seminario di cui c’è una sola lezione prima del Seminario XI. La questione del sacrificio è qualcosa con cui ogni nevrotico si trova ad avere a che fare: è il suo rapporto con la castrazione. 
Lacan prosegue con una parte sul fallo simbolico, una delle variazioni che Lacan darà del fallo. Fallo che è il personaggio più complesso che la psicoanalisi abbia prodotto, e anche il più mutevole. Il fallo ha un sacco di vestiti, ha il vestito immaginario, quello simbolico, quello reale, quello di me, quello che rende impossibile il rapporto tra l’uomo e la donna… il fallo ha una panoplia di vestiti, a volte esce pure vestito come il prefetto di polizia del balcone di Janet, a cui Lacan fa riferimento nel Seminario V.
Da p. 827 in poi, Lacan scrive annotazioni da un punto di vista strettamente clinico, che riguardano un po’ la perversione e molto la nevrosi ossessiva e l’isteria. In questo scritto non parla della psicosi dicendo che si ferma al primo piano del grafo. Com’è la cura dello psicotico in Sovversione del soggetto? Lacan dà l’impressione che non sa ancora muoversi. Dice che con gli psicotici ci si ferma al primo piano. Per la fine della cura accentua la questione del desiderio nevrotico, ma rimane l’enigma se ci sia un desiderio nello psicotico. A p. 830 termina: «L’esperienza analitica testimonia che comunque è la castrazione a regolare il desiderio, nel normale e nell’anormale». Cosa intende con questo “anormale”? È forse un interrogativo che Lacan si dà sulla psicosi?

In questa seconda parte dell’incontro propongo un’analisi testuale.
Iniziamo con p. 795: «Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi». 
“Dialettica” è la parola che Lacan utilizza, fino a dieci anni prima, per indicare il transfert, l’aspetto immaginario del transfert (rif. Intervento sul tranfert). 
«Che essere un filosofo voglia dire interessarci a ciò cui tutti sono interessati senza saperlo»: trovo che sia una bella definizione della filosofia. 
Dopo parla di Hegel, suo interlocutore, e soprattutto di Fenomenologia dello Spirito da cui Lacan estrae la famosa frase: “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”.
Qualche riga dopo: che cos’è il soggetto? Il soggetto è ciò che è in un rapporto con il sapere, però «agevole anche per dimostrare l’ambiguità di un simile rapporto». Tutto si gioca su questa ambiguità: per Hegel non va dalla parte dell’ambiguo, per Lacan sì. 
Pagina seguente. Lacan si sposta. Non attacca frontalmente Hegel, si sposta utilizzando Nicola Cusano: «La stessa ambiguità manifestata dagli effetti della scienza nell’universo contemporaneo». Quindi passa a parlare della scienza e dello scienziato, e punta su qualcosa che è dell’ordine dell’ignoranza, sulla docta ignorantia. Per Lacan la psicoanalisi è possibile solo a condizione che ci sia la scienza moderna; questa non è stata una tesi generale di Lacan perché, fino al Seminario VIII, considerava che la psicoanalisi avesse un precursore in Socrate. Socrate è nella posizione dell’analista, soprattutto in quel passaggio dove dice ad Alcibiade: “Tu sai che io non sono niente”, per Lacan è la posizione del desiderio dell’analista. In realtà, la psicoanalisi non poteva nascere prima della scienza moderna (rinvio a In difesa della psicoanalisi, dove la prima parte del mio testo tratta della questione). Lacan ritiene che la psicoanalisi sia dell’ambito della scienza pur non essendo scienza. È una specie di contraddizione, ma è proprio lì il limite dato dalla scienza. Evidentemente, la scienza moderna è des-immaginarizzata. Con Galileo si è creata una situazione paradossale con cui Dio inizia ad essere barrato. Nello stesso tempo avviene anche nel soggetto, anche se tutto viene spostato sull’Io, sul Cogito ergo Sum di Cartesio. Cosa diventa il soggetto nella scienza? Diventa, se posso fare una metafora, come il puntino sul radar di una nave: non si capisce niente se non la posizione logica di quella nave. Nel radar non c’è scritto com’è fatta la stanza, com’è fatto il salone, ecc., è essenzialmente la posizione logica di quella nave rispetto al radar. Il soggetto prende questa posizione puntiforme e, nello stesso tempo, dice Lacan, evanescente: senza più carne. C’è bisogno di “quel soggetto” per poter affrontare il soggetto dell’inconscio.
Lacan propone una sovversione del soggetto: «In che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi» (p. 796). 
Poi Lacan comincia a prendersela con “quegli altri”, “gli psicoanalisti d’oggi”, indicando quelli dell’Internazionale e facendo riferimento a un testo, uscito negli anni ‘50, che indicava la posizione degli psicoanalisti dell’epoca, La psychanalyse d’aujourd’hui, scritto da una persona che non cita mai, tranne una sola volta togliendoci le vocali, cioè Nacht.
Lacan scrive: «Ciò che tenteremo di definire è la sovversione in se stessa, (…) come perno della nostra dimostrazione» (p. 796). Spiega che per sovvertire il soggetto bisogna dire no all’empirismo. È una posizione molto interessante perché tutta la psicologia proviene dall’aver detto sì all’empirismo. Per Lacan il medioevo è stata un’epoca estremamente importante perché basata sulla logica, ne sono un esempio le Quaestiones Disputatae tra i grandi teologi, in cui ogni tanto Lacan ci mette il suo zampino, devo dire in modo sempre molto preciso e corretto, tenendosi sempre dalla parte di Tommaso D’Aquino. Si arriva a dire che il sapere arriva o da un’induzione o da una deduzione. La deduzione deriva dal platonismo, dalle idee deriva un sapere dedotto, mentre l’induzione deriva dalle piccole cose dell’esperienza, tutto il positivismo viene da qua, cioè se facciamo una, due, tre esperienze, una dopo l’altra, possiamo estrapolare la regola. L’empirismo è squalificato da Lacan perché pensa che ci sia un’unità del soggetto, un’unità immaginaria del soggetto. Lacan dice che non è altro che un ritorno al soggetto della conoscenza. La conoscenza per Lacan esiste solo in un campo: si può leggere solo come la legge la Bibbia, la conoscenza è un rapporto carnale. Quando uno dice che “Tizio ha conosciuto Caia” vuol dire che ci è andato a letto. Semplicemente quella è conoscenza per Lacan, altrimenti pensa che sia semplicemente dell’ordine dell’immaginario, cioè una costruzione che uno si fa, su cui uno ci si siede sopra come uno sgabello.
Freud per “conoscere”, anche se sarebbe meglio dire “sapere”, non ha fatto altro che dar credito alle isteriche: «Ed ecco l’enormità: a quelli - del versante della filosofia - egli preferisce il discorso dell’isterico» (p. 798). «Ciò che abbiamo chiamato momenti fecondi nel nostro modo di collocare la conoscenza paranoica non è un riferimento freudiano», Lacan mette anche al suo posto l’amico Salvador Dalì, che all’epoca diceva che se Lacan aveva capito qualcosa della paranoia era grazie a lui… in un certo senso era anche vero.
«Dobbiamo penare per far capire, in un ambiente infatuato del più incredibile illogismo, che cosa comporti l’interrogare l’inconscio come facciamo noi, cioè fino al punto in cui esso dia una risposta non dell’ordine del rapimento o dell’atterrimento, ma una risposta in cui dica perché». Nel lavoro di analista si fa in modo che l’inconscio dica “perché” con i mezzi freudiani, il motivo dell’inconscio di tenere quel sintomo.  Su che cosa si basa quel sintomo? Che dica il perché. Quello che era formidabile in Lacan è che con una mano vi scuoteva, “devi dire perché!”, con l’altra vi teneva, uno non si sentiva mai lasciato cadere.
«Se noi conduciamo il soggetto da qualche parte, è appunto ad una decifrazione che suppone già nell’inconscio questa sorta di logica: in cui si riconosce, per esempio, una voce interrogativa, oppure il procedere di un’argomentazione. Tutta la tradizione psicoanalitica sta a sostenere che la nostra argomentazione può intervenire solo se entra dalla parte giusta, e che se questa anticipa su quella ne ottiene soltanto la chiusura». Quindi, prima logica, inquadramento, e poi decifrazione.
Più avanti dice: «Ci accostiamo al soggetto» senza rito di passaggio, la psicoanalisi non è un rito di passaggio. «Tutto ciò serve solo ad accostarci al nostro soggetto», per fare che cosa? «Un passo copernicano». Lacan fa riferimento a elipse. Elipse ha due traduzioni in italiano, Lacan le utilizza tutte e due. Elipse vuol dire che manca qualcosa nella letteratura, manca un elemento. È anche l’ellisse in astronomia: nel movimento degli astri c’è uno dei due fuochi che è vuoto. Lacan è lì che vuol portare la questione copernicana. Non è come si pensava prima, cioè che il sole, o qualunque altra cosa, è al centro e ci si gira intorno, ma ci sono due luoghi, uno pieno e l’altro vuoto ma operativo. Il punto è che c’è un vuoto operativo. In italiano, in letteratura si chiama “ellissi” mentre in astronomia “ellisse”; in francese sono tutte e due con lo stesso termine. Lacan ricorda come Copernico non parli degli oggetti, degli astri, ma del movimento; quello che conta è come si muovono, poco importa se sono questo o quest’altro. 
A p. 800 affrontiamo Hegel. Per Hegel la verità è ciò che manca alla realizzazione del sapere. Lacan dice: «L’antinomia che la traduzione scolastica…». Ricordate la “Adaequatio rei”? Nei miei studi di teologia e filosofia si ricordava come, tutto sommato, Hegel fosse un teologo travestito da filosofo. Il problema di ciò che viene chiamato Verità, con la maiuscola, in religione è rivelata, mentre per Hegel non ha quelle delimitazioni che invece esistono nella posizione della verità rivelata. La verità, soprattutto nella dottrina cattolica, è delimitata. C’è una differenza: per il teologo Hegel la verità è ciò che manca al sapere, invece nella teologia la verità è sempre stretta e delimitata. La posizione di Hegel arriva al Sapere Assoluto, Selbstewusstsein, essere cosciente di sé, onnicosciente (p. 800). Lacan dice: «Volesse il cielo che fosse così». Non è così. E alla fine del paragrafo c’è scritto: «non si collegano». Le teorie non si collegano affatto, secondo la dialettica tesi, antitesi e sintesi che darebbero questa assise completa del Sapere. «D’altronde la confusa voce di certi scricchiolii (…) è da altrove che deve suonare l’ora della verità». Si noti questo “altrove”, ailleurs: qualche anno prima Lacan definisce l’inconscio come ailleurs
Segue, a p. 801, un duplice riferimento: al soggetto assoluto di Hegel e al soggetto abolito dalla scienza moderna. C’è un rientro della verità che è stata rimossa da Hegel. La posizione logica della verità non è semplicemente quello che manca. Pertanto ritorna. In che modo? Tramite la scienza.
A p. 801, Lacan avanza la critica contro Hegel, presentando una posizione che va verso Freud: «Nel campo freudiano, malgrado le parole, la coscienza è un tratto altrettanto caduco nel fondare l’inconscio», quindi non è sulla posizione di Hegel. Prosegue: «nel fondare l’inconscio sulla sua negazione», cioè non-coscienza, «la coscienza è un tratto altrettanto caduco nel fondare l’inconscio sulla sua negazione quanto l’affetto è inadatto a sostenere il ruolo di soggetto protopatico». Non è l’inconscio il contrario della coscienza. L’affetto è inadatto a sostenere il ruolo del soggetto. Invece, tutta la lettura d’oggi del mondo moderno utilizza l’affetto come ciò che dà sicurezza al soggetto. Come la coscienza non è sufficiente per fondare l’inconscio semplicemente come negazione della coscienza, così anche l’affetto è inadatto a sostenere il ruolo di soggetto protopatico. Lacan dice che l’inconscio come negazione della coscienza lo conosceva già San Tommaso d’Aquino. 
Lacan dà la seguente definizione di inconscio: «L’inconscio a partire da Freud, è una catena di significanti che da qualche parte (su un’altra scena, egli scrive) si ripete ed insiste per interferire nei tagli offertigli dal discorso effettivo e dalla cogitazione che informa». È l’inconscio freudiano per Lacan. Non è la posizione dei post-freudiani. «In questa formula, che è nostra solo perché conforme sia al testo freudiano che all’esperienza, che esso ha aperto, il termine cruciale è significante». E dice che Freud mancava dello strumento della linguistica.
Lacan indica dove si trova il soggetto: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?» (p. 802). Ne dà due o tre modalità, riprendendo il testo dei due grandi grammatici Damaurette e Pichon. Il soggetto è lo shifther, cioè chiunque parla vuol dire “Io”, e nessuno può essere geloso dell’Io che l’altro dice, tranne che lo psicotico. Ma è il modo che designa qualcuno senza significarlo. 
«Chi parla? Quando si tratta del soggetto dell’inconscio» (pp. 802-803). Chi parla nel motto di spirito e nel lapsus? Ricordo che nel ‘78 una volta Lacan venne a Bruxelles. In una riunione, Pierre Malengreau gli pose la questione: “Quando c’è un lapsus dov’è la verità? In quale parte sta la verità? In quello che uno voleva dire o in quello che uno ha detto?”. Lacan risposte: “In tutti e due” (questo testo sarà pubblicato nel prossimo numero de La Psicoanalisi con il titolo “Sull’isteria”). È ciò che dice Freud. Una delle definizioni che Lacan dà dell’inconscio è: quello che sta nella differenza tra quello che uno dice e quello che avrebbe voluto dire. Lacan sta mettendo da parte il soggetto secondo Hegel, e lo sta indirizzando verso come lo presenta Freud.
«Perché la nostra caccia non sia vana (…) bisogna ricondurre tutto alla funzione di taglio» (p. 803), taglio che si ha tra significante e significato. Lacan mette insieme lo schema di De Saussure (S/s) e quello di Hegel (il simbolo è l’uccisione della Cosa). Per Lacan l’aspetto più importante è il taglio. La funzione più forte del taglio «è quella che fa da sbarra tra il significante e il significato. È qui che si sorprende il soggetto che ci interessa perché, annodandosi alla significazione ecco posta l’insegna del preconscio. Col che si arriverebbe al paradosso di concepire che il discorso nella seduta analitica vale se non in quanto esso inciampa»: questo è il motivo della regola freudiana. La regola freudiana è un imbroglio, un giusto imbroglio. Quando il paziente va sul lettino ricordategli la regola freudiana… io uso leggere il testo di Freud che si trova nel volume 6, a p. 10, le ultime due righe: ditegli esattamente la frase che Freud ha detto all’Uomo dei topi, è estremamente importante [«gli esposi l’unica condizione a cui la cura lo avrebbe impegnato, quella di dire tutto ciò che gli passasse per la mente, per sgradevole che fosse, per non pertinente o assurdo gli sembrasse», Freud S., Opere, Vol. VI, p. 10]. Una volta Miller ci ha fatto dire che cosa noi diciamo quando iniziamo un’analisi con i nostri pazienti. Lacan diceva che a partire da quello che dite al paziente si può dedurrà la vostra teoria. La regola fondamentale è, come dice Freud, l’unica regola a cui un’analisi è tenuta. Se fissate il paziente lì è possibile che l’inconscio “venga fuori”, altrimenti non riuscite a operare su di esso… poi l’inconscio viene fuori tutti i secondi della nostra vita, soltanto che non aiutate a fissarlo.
In questa seconda parte del nostro incontro volevo solamente darvi la modalità, anche troppo rapida, di come Miller ci ha insegnato a lavorare un testo. Miller ci metteva due ore per tre righe. Era estremamente più lento. Io ho saltato dei passaggi, ma prendete il testo e vedete qual è il suo punto di capitone. È molto importante che il punto di capitone si trasformi in realtà, quando fate l’analisi come analisti, nell’oggetto piccolo a. Il punto di capitone è l’oggetto piccolo a in una seduta. Lacan arriva a dire che basta una frase per puntarlo. È la logica del funzionamento per le sedute brevi. Quello che il paziente dice in seduta è da leggere così: Dov’è il punto di capitone? Da dove sta parlando il soggetto? Da che punto? A chi parla? Chi è il partner del soggetto? Quando si individua il partner, individuate qualcosa dell’oggetto a.
Lacan indica che il soggetto non è più quello hegeliano del Sapere Assoluto, piuttosto della discontinuità: «Solo questo taglio della catena significante verifica la struttura del soggetto come discontinuità nel reale» (p. 803). Questo è ciò a cui si deve puntare.
«Essere di non-essente, è così che l’Io fa il suo avvento come soggetto che si coniuga nella doppia aporia di una vera sussistenza che si abolisce dal suo sapere, e di un discorso in cui è la morte a sostenere l’esistenza. Commisureremo allora questo essere con quello forgiato da Hegel come soggetto» (p. 804). Lacan legge “il desiderio dell’uomo è desiderio dell’Altro” non più sul versante hegeliano ma sul versante in cui c’è la morte in gioco, si potrebbe dire “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro, ma il desiderio dell’uomo è il desiderio della morte”. Altro in quanto “morte” fa la sua entrata. “Morte” che si coniuga con l’uccisione, meurtre, del padre primitivo.
«Non esporremo ora la nostra dottrina della follia. Questa escursione escatologica infatti serve soltanto a disegnare quale beanza separi queste due relazioni, quella freudiana e quella hegeliana, del soggetto col sapere. E la radice più sicura di questa separazione è nei modi con cui in essi si distingue la dialettica del desideri» (p. 804). È lo status quaestionis se sia possibile una dottrina diversa del soggetto con il sapere. Da una parte, in Hegel, il soggetto è articolato al sapere che comprende la verità, dall’altra, in Freud, il sapere del soggetto è dell’ordine dell’inconscio e la verità del soggetto è dell’ordine della menzogna. 

Successivamente, Lacan apre su questa scissione: da una parte, sul versante di Hegel, il desiderio dell’uomo che sarà dell’ordine del riconoscimento, dall’altra il desiderio che sarà dell’ordine della castrazione.

Trascrizione di Alberto Tuccio
Preparazione redazionale di Giuseppe Perfetto

domenica 16 febbraio 2014

Seminario del 14 dicembre 2013.Docente invitato: Jean-Louis Gault

Seminario del 14 dicembre 2013
Docente invitato: JEAN-LOUIS GAULT


Presentazione di Marco Focchi
Dopo anni nei quali ci siamo occupati di temi collegati più al sociale, al mondo contemporaneo, quest’anno abbiamo scelto invece un filone clinico. Lacan dava un’indicazione clinica: bisogna disangosciare, ma non decolpevolizzare. La via per disangosciare è quella che va dall’angoscia al desiderio, cioè quella che, in fondo, toglie l’ingombro, la presenza, l’incombenza dell’oggetto e lascia spazio perché il desiderio si manifesti.
Il testo di riferimento per le letture fondamentali di quest’anno è Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano. Un testo del ‘60, centrale negli Scritti di Lacan. Un testo in cui viene messo in forma, per la prima volta in uno scritto, il grafo che Lacan ha elaborato nel Seminario IV e nel Seminario V: il grafo del desiderio”, come lo chiamiamo abitualmente. È lo scritto dove abbiamo il maggior sviluppo di Lacan sul tema del desiderio.
L’ultimo seminario di Lacan che è stato pubblicato in Francia è il Seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione. È contiguo a questo scritto, ed è il seminario in cui si conclude, nell’opera orale di Lacan, l’elaborazione del grafo. Questo testo degli Scritti è il più vicino al Seminario VI e ci dà dei riferimenti, delle coordinate importanti per leggere questo seminario, quando avremo il testo in italiano.
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio è un testo che Lacan ha pronunciato di fronte ad un’assemblea di filosofi, quindi ritroviamo molti riferimenti ad autori filosofici: nella prima parte, quella che commenterà J.L. Gault, si riferisce in particolare a Hegel. Pur parlando a un’assemblea di filosofi, questi riferimenti sono però declinati da Lacan sempre in senso clinico. Le grandi figure hegeliane, come la “coscienza infelice”, sono utilizzate per illustrare le svolte della clinica. È anche un testo che prende congedo da una certa lettura della filosofia, e apre un nuovo orizzonte di pensiero: è uno scritto cerniera tra i riferimenti culturali di Lacan.
Relatore oggi è Jean-Louis Gault, analista di spicco del Champ freudien e membro dell’Ècole de la Cause freudienne.


Relazione di Jean-Louis Gault
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano è un testo del 1962. È uno scritto tratto da un’esposizione orale pronunciata durante la partecipazione di Lacan a un congresso riunito a Royaumont sul tema della dialettica.
Lacan scrive nella prima pagina dello scritto: «Questo testo rappresenta la comunicazione che abbiamo fatto, a un Congresso riunito a Royaumont su iniziativa dei “Colloques Philosophiques Internationaux” sul tema: La dialettica, cui eravamo invitati da Jean Wahl, tenutosi dal 19 al 23 settembre dell’anno 1960». E precisa Lacan: «La data di questo testo, anteriore al Congresso di Bonneval da cui è uscito quello che gli fa seguito, che ce lo fa pubblicare: per dare al lettore l’idea dell’anticipo in cui è sempre stato il nostro insegnamento in rapporto a ciò che potevamo farne conoscere». Poco dopo il congresso sulla dialettica, si tiene a Bonneval, nel novembre del 1960, il congresso sull’inconscio freudiano, dove Lacan presenta Posizione dell’inconscio. Lacan ricorda che Posizione dell’inconscio, che viene pubblicato dopo negli scritti, è il testo che segue Sovversione del soggetto. C’è una relazione tra “sovversione” e “posizione”.
Ho riunito alcune riflessioni sulla prima parte di Sovversione del soggetto sotto il titolo: “Verità e sapere”. Per Lacan il problema sarà trattare il sapere accumulato da Freud e dagli psicoanalisti post-freudiani a partire dalla verità freudiana, cioè giudicare il sapere a partire dalla verità. Per noi è lo stesso problema: come leggere Lacan, come trattare il sapere accumulato da Lacan a partire dalla verità dell’insegnamento di Lacan? Non si tratta di giudicare gli enunciati di Freud o di Lacan a partire dal sapere, ma di discutere questi testi a partire dal movimento di verità che si ripercuote nella ricerca di Freud o nella riflessione di Lacan. La nozione del soggetto, che Lacan introdusse nella teoria analitica, fu il suo modo di risolvere l’antinomia tra sapere e verità. L’operatore messo in gioco da Lacan per trattare la tensione tra sapere e verità è proprio questo concetto di soggetto, che funziona a favore della verità. Per esempio, Lacan riferisce il suo concetto di soggetto al soggetto di Cartesio perché il soggetto cartesiano emerge come resto dello svuotamento del sapere. 
Non c’è una dogmatica nell’insegnamento di Lacan. Lacan non si deve leggere a partire dal sapere come dogmatico, ma attraverso un sapere che si confronta con momenti di verità, cioè un sapere messo alla prova della verità. 
In Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio incontriamo un’opposizione tra dialettica e struttura, introdotta da Lacan nella sua interpretazione dell’esperienza analitica. La prima parola che incontriamo in questo testo è “struttura”. Il testo comincia così: “Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi”. Questo scritto è animato da una tensione fra dialettica e struttura. Lacan aveva utilizzato la dialettica sin dall’inizio, a partire da Hegel, poi, come lui stesso dice, per sbarazzarsi di tutto “l’immaginario tanto apprezzato nella clinica”. La prima tappa necessaria, per ridurre il peso dell’immaginario nella psicoanalisi, fu introdurre la concezione strutturale dell’esperienza e della teoria analitica.
All’epoca di questo scritto, fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60, in Francia c’era un dibattito su dialettica e struttura. Per esempio, l’introduzione della posizione strutturale di Lévi-Strauss, come nel suo libro sul Pensiero selvaggio del ‘62, si presenta come una critica della ragione dialettica di Sartre. L’emergere dello strutturalismo è una reazione all’esistenzialismo e alla dialettica. In Foucault, nel ’66, in Les mots et les choses per esempio incontriamo una critica de L’essere e il nulla di Sartre. Vi è dunque opposizione: o dialettica o struttura. 
Lacan prende un’altra posizione. Per lui c’è la dialettica e la struttura, e introduce questa tensione tra dialettica e struttura nella sua riflessione sulla pratica e la teoria analitica. 
C’è antinomia tra struttura e dialettica perché la struttura non è dinamica: è la struttura come l’aveva elaborata Saussure, come relazioni tra elementi morti, che non hanno vita. In questo senso, la dialettica introduce la dimensione della vita. Ciò che era determinante per la struttura era la sincronia, la struttura rigetta la dimensione del tempo della diacronia.
Lacan tratta questa tensione partendo da la dialettica della parola e la struttura del linguaggio. Tematizza l’opposizione come il problema centrale dei rapporti del soggetto con la parola e con il linguaggio. Il soggetto parlante dell’esperienza analitica è preso tra la dialettica della parola e la struttura del linguaggio. Questo è il problema che tratta Lacan, perché per lui non c’è accordo tra la parola e il linguaggio.
Per Saussure, per esempio, c’è accordo tra parola e linguaggio, non c’è tensione. Lacan ha commentato i diversi paradossi del disaccordo tra parola e linguaggio, parlando della follia del sintomo (il sintomo è la traduzione della tensione tra parola e linguaggio) e anche delle ricadute della scienza. Così, a pag. 796 degli Scritti, Lacan scrive: «Lo scienziato che fa la scienza è lui pure un soggetto, ed anche particolarmente qualificato nella sua costituzione, com’è dimostrato dal fatto che la scienza non è venuta al mondo per incanto. (…) Ora questo soggetto [lo scienziato] che deve sapere ciò che fa, si presume almeno, non sa ciò che già di fatto negli effetti della scienza interessa tutti». C’è una tensione dal lato dello scienziato tra il suo rapporto con la scienza e gli effetti della scienza nella civiltà, sa ciò che fa quando fa la scienza ma non può sapere niente degli effetti del suo sapere. Si ripercuote, a livello della scienza, la tensione tra linguaggio e parola attraverso questa tensione nel sapere.
La difficoltà che incontra Lacan è la posizione quasi insostenibile di una struttura del linguaggio dove opera un soggetto dialettico. Ciò che testimonia di questa posizione insostenibile è proprio il titolo: Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. La parola “dialettica” si sposta, non è più in relazione con il soggetto, con la dialettica del soggetto della parola, ma Lacan ne ha spostato il luogo, in relazione con il desiderio. E nel luogo della dialettica del soggetto incontriamo la “sovversione” del soggetto. Con questo testo Lacan introduce una nuova concezione del soggetto: una definizione non dialettica del soggetto, bensì strutturale. “Sovversione” del soggetto avviene dopo una concezione della pratica analitica che Lacan aveva precedentemente presentato come “realizzazione” del soggetto. Nel Discorso di Roma l’obiettivo di una cura analitica è presentato come una realizzazione soggettiva. Ma, già nel Rapporto di Roma, Lacan aveva questa preoccupazione: una definizione strutturale del soggetto. Vi è uno spostamento, dalla dialettica del soggetto del senso verso una definizione del soggetto a partire dalla struttura del significante.
La prima frase è: «Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi». E a pag. 802: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?». Prima la struttura. Struttura che struttura la pratica analitica. Struttura che definisce l’inconscio, e dopo Lacan tenta di definire un soggetto a partire dalla struttura dell’inconscio. 
Precedentemente Lacan usava una definizione dialettica del soggetto: riferiva il soggetto ad un altro soggetto, attraverso l’intersoggettività, attraverso il desiderio di riconoscimento del soggetto. Tale definizione del soggetto dall’intersoggettività è una definizione del soggetto a partire dal soggetto, perché l’altro soggetto è un soggetto, dunque vi è un circolo vizioso nella definizione del soggetto. Non è un peccato il circolo vizioso, perché è una necessità, necessità di fondare una teoria a partire da qualcosa che non si può definire, ma in questa prima concezione della teoria analitica era il soggetto l’elemento che non si può definire perché si definisce tutto a partire dal soggetto stesso.
Precedentemente avevamo prima il soggetto e dopo veniva il resto, qui Lacan introduce prima la struttura e dopo il soggetto. La struttura è qualcosa che si instaura prima del soggetto. Prima Lacan poteva definire l’esperienza analitica a partire dal soggetto, qui la definisce a partire dalla struttura del linguaggio. “Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi”, prima Lacan non diceva questo, diceva che è il soggetto che è costitutivo della prassi che si chiama psicoanalisi. Questo è il rovescio operato da Lacan in questo scritto.
Lacan elabora la questione nell’ambiente intellettuale dell’epoca. La posizione di Lacan è molto originale perché adotta la struttura ma non rigetta il soggetto, e cerca una nuova definizione del soggetto a partire dalla struttura. Mantenere la nozione di soggetto era una contraddizione per gli strutturalisti, per esempio Lévi-Strauss non ha mai capito perché Lacan avesse mantenuto il concetto di soggetto nella struttura. Consideravano il soggetto come pre-strutturalista. Althusser e Derrida parlavano dell’arcaismo di Lacan a proposito del suo desiderio di mantenere questa nozione di soggetto.
Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio «quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?». È il problema di Lacan in questo testo. Lacan introduce una problematica nuova. Con l’introduzione della struttura non si parla più di parola ma di catena significante: «L’inconscio, a partire da Freud, è una catena di significanti». Il soggetto è definito dalla catena di significanti. Il significante è l’elemento minimale della struttura, la struttura si riduce ai rapporti tra significanti, questo è dedotto dalla concezione della struttura di Saussure. A questo livello incontriamo un altro circolo vizioso: il significante è definito a partire dal significante, ciò indica che l’elemento che non si può definire è il significante, e a partire dal significante si definisce il soggetto. Lacan sostituisce alla dialettica la diacritica, la diacritica è la definizione di un elemento a partire dalla differenza con un elemento dello stesso tipo. La concezione saussuriana del significante dice che il significante si definisce soltanto come differente da un altro significante. Nella fonologia questo è chiaro, in italiano per esempio, distinguiamo due fonemi “r” e “l” perché c’è una differenza tra “rana” e “lana”, mentre nel giapponese “r” e “l” non si distinguono, c’è un solo fonema che copre il campo fonetico di “r” e”l”.  Ciò è molto importante nella clinica, per esempio il commento di Lacan del sogno del padre che non sapeva di essere morto parte da questa posizione differenziale. 
Riprendendo l’algoritmo saussuriano, Lacan definisce il significato come effetto del significante e il soggetto come un effetto del significante. Si tratta di una definizione del soggetto a partire dalla logica del significante. Definire il soggetto dalla logica non è definirlo a partire dal riconoscimento, com’era la sua posizione iniziale. Lacan mantiene la stessa parola “soggetto” ma ha un senso completamente diverso. Da Sovversione del soggetto il soggetto definito da Lacan è il soggetto dell’inconscio, precedentemente era il soggetto della parola, il soggetto che parla e che dava senso alla parola. Nella dialettica el soggetto, quando si trattava di un soggetto per un altro soggetto, il soggetto non era definito a partire dalla rimozione. Riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto possiamo concepire? Nella logica del significante, il soggetto è rappresentato da un significante per un altro significante. Non si tratta più di un soggetto in rapporto con un altro soggetto, ma di un significante in rapporto con un altro significante a livello della catena significante.
Lacan parla di “sovversione” del soggetto non più di “dialettica” del soggetto. La parola “sovversione” vuol dire: soggetto sovvertito dal significante. In precedenza, era il soggetto che era creatore del senso, ora il soggetto è rappresentato da un significante, è un soggetto creato. Al posto del senso viene il soggetto e il significante è il padre del soggetto, il creatore del soggetto. Il problema della creazione, di cui Lacan aveva parlato, si sposta verso il significante, dando al significante il posto di creatore del soggetto. 
Il soggetto è il soggetto dell’inconscio, non il soggetto della parola. Il soggetto non s’incontra più a livello della parola, a livello del discorso è un soggetto che sparisce. La questione che incontra Lacan è vedere come si presenta il soggetto a livello della catena significante perché il suo posto è stato rimosso, dunque non è più presente a livello della catena significante, si trova altrove che nel discorso concreto. Lacan mostra che se nel discorso concreto non incontriamo mai il soggetto dell’inconscio, lo lo possiamo incontrare altrove, e qui sta tutto il valore dell’opposizione fra enunciato e enunciazione. A pag. 802 Lacan scrive: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire? Possiamo tentar di partire, in una preoccupazione di metodo, dalla definizione strettamente linguistica di Io, Je, come significante: dove esso non è altro che lo shifter o l’indicativo che nel soggetto dell’enunciato designa il soggetto in quanto parla attualmente. Esso designa cioè il soggetto dell’enunciazione, ma non lo significa. Com’è evidente nel fatto che ogni significante del soggetto dell’enunciazione può mancare nell’enunciato». Abbiamo un enunciato senza il segno del soggetto dell’enunciazione. Lacan incontra il problema di come si presenta il soggetto a livello del discorso concreto, e la sua preoccupazione è di costruire un concetto di soggetto conforme alla struttura del linguaggio.
Questo soggetto, ritenuto nell’inconscio, è un soggetto inedito nella storia del pensiero. Lacan parte dal soggetto della parola, lo introduce nella struttura del linguaggio e, nello stesso tempo, si trova costretto a modificare la definizione di questo soggetto.  
La frase iniziale di questo testo, «una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi», rappresenta la destituzione del soggetto costituente, indica la sovversione del soggetto. Nella prima parte del suo insegnamento Lacan concepiva la cura, soprattutto la fine della cura, come una realizzazione del soggetto. Da questo momento deve cambiare la sua concezione e lo farà dicendo che la cura analitica si dirige verso la destituzione del soggetto. La parola “destituzione” del soggetto per caratterizzare la fine dell’analisi è in relazione alla concezione di un soggetto sovvertito dalla struttura. 
In questo testo, il primo riferimento ad autori è Hegel. Lacan evoca Hegel come «un’agevole mediazione per situare il soggetto: in un rapporto con il sapere» (pag. 795). Lacan dice che la situazione del soggetto, come lui lo introduce nella psicoanalisi, la trova in Hegel. E situa questo soggetto, a partire da Hegel, nella sua relazione con il sapere. Il sapere è ciò che si definisce dalla coppia S1-S2, dalla relazione tra un significante e un secondo significante.
Lacan utilizzava Hegel sin dall’inizio, per esempio nel ’51 come guida per orientarsi nella pratica analitica quando commentò il caso di Dora (Intervento sul transfert). Ma in questo scritto si oppongono due tipi di relazione con il sapere: la relazione con il sapere del soggetto hegeliano e la relazione del soggetto con il sapere in Freud.
In questo testo Lacan si allontana da Hegel, relativizzando il suo riferimento precedente nel proprio insegnamento, per esempio incontriamo questa riflessione: «Donde il nostro riferimento puramente didattico, lo si sappia, a Hegel, perché si comprendesse, ai fini di formazione che ci sono propri, in che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi» (pag. 796). Lacan spiega la sua posizione rispetto a Hegel: è stato il modo di introdurre la questione del soggetto nella psicoanalisi. Il “soggetto” veniva da Hegel, ma come « riferimento puramente didattico». La parola “didattico” svalorizza completamente il riferimento a Hegel. Non è Hegel il teorico al quale ci si può riferire, è soltanto un aiuto didattico. Ma introduce qualcos’altro: Hegel per far intendere, «perché si comprendesse (…) in che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi». Ciò che Lacan dice è: 1. abbiamo introdotto la questione del soggetto a partire da Hegel per mostrare che, 2. in definitiva, questa nozione di soggetto è sovvertita nella psicoanalisi. Lacan risponde a lui stesso, perché era lui ad aver utilizzato la nozione di soggetto dialettico di Hegel, lui stesso aveva definito la fine dell’analisi come realizzazione del soggetto. Qui Lacan fa riferimento alla soluzione ideale di Hegel: «Torniamo per questa via al servizio che ci attendiamo dalla fenomenologia di Hegel: che segna una soluzione ideale, quella (…) di un revisionismo permanente, in cui la verità è in costante riassorbimento in ciò che ha di perturbante, in se stessa non essendo altro che ciò che manca alla realizzazione del sapere. L’antinomia (…) qui è supposta risolta in quanto immaginaria. (…) Questa dialettica è convergente (…) [verso] un sapere assoluto» (pag. 800).
È la posizione che Lacan aveva adottato in precedenza trattando dell’esperienza analitica, come una dialettica convergente, come una dialettica di integrazione. Ciò supponeva un soggetto compiuto nella sua identità a se stesso. Lacan rigetta tale concezione del soggetto hegeliano, commenta il percorso delle figure della coscienza nella Fenomenologia dello spirito affermando che «questa dialettica è convergente (…)». La prospettiva del sapere assoluto è interpretata da Lacan come equivalente alla congiunzione tra simbolico e reale, congiunzione del simbolico con il reale, «e questo che altro è se non un soggetto compiuto con la sua identità con se stesso?». Il riassorbimento completo della verità nel sapere assoluto, questa riduzione del reale al simbolico, suppone un soggetto compiuto nella sua identità con se stesso, «in ciò si legge che questo soggetto è già lì perfetto». L’ipotesi fondamentale di tutto il processo era un soggetto compiuto nella sua identità a se stesso. Lacan aggiunge: «Ed infatti è nominato come ciò che ne è il sostrato», il sostrato dell’operazione della conquista del sapere assoluto «si chiama», nei termini di Hegel, «Selbstbewusstsein, essere cosciente di sé, onnicosciente».
Se la nozione del soggetto si sottrae alla dialettica, “sovversione” vuol dire che il soggetto non è identico a se stesso, che non si compie, che la sua divisione è definitiva.
Lacan oppone l’infelicità della coscienza in Hegel al disagio della civiltà in Freud: «Chi non vede la distanza che separa l’infelicità della coscienza che, per quanto potentemente scolpita in Hegel, si può dire essere ancora soltanto sospensione di un sapere dal disagio della civiltà in Freud » (pag. 801). Disagio della civiltà che «non può essere altrimenti articolato che come il rapporto di traverso (in inglese si direbbe: skew) che separa il soggetto dal sesso?». Evidentemente, non incontriamo in Hegel questa considerazione del rapporto di traverso del soggetto con il sesso.
Come concepire una dialettica del desiderio senza una dialettica del soggetto? Lacan qui non parla del desiderio del soggetto, ma del desiderio dell’uomo. 
C’è una difficoltà: Lacan incontra qualcosa che non è dialettizzabile. Lo sforzo di Lacan in questo testo sarà isolare gli elementi sui quali la pratica analitica si inceppa. 
La dialettica è sempre la riduzione all’unità degli opposti, il confronto fra due concetti opposti si risolve nel superamento dell’opposizione, cioè nella sintesi. Ciò vuol dire che la realizzazione del soggetto, come reintegrazione, sarebbe una de-sovversione del soggetto. Si sarebbe potuto pensare all’esperienza analitica come un tentativo di superare la sovversione del soggetto. Ma questa sovversione è definitiva: qui s’inscrive da parte di Lacan l’elaborazione del soggetto dell’inconscio, conforme alla struttura del linguaggio, definito a partire dalla catena significante e delle formazioni dell'inconscio. La sovversione del soggetto è qui l’emblema del soggetto barrato. Come definire questo soggetto? Questo soggetto non si manifesta più in quanto tale, non possiamo parlare del soggetto che si presenta in se stesso, si manifesta soltanto attraverso la rappresentazione del significante. E la rappresentazione del soggetto attraverso il significante si vede soltanto dall’inciampo del significante. Lacan situa il soggetto attraverso il significante “ne”, nella frase : “je crains qu’il ne vienne» (pag. 802): c’è una divisione tra l’enunciato e l’enunciazione. Attraverso questo “ne” il soggetto dell’enunciazione dice “che non venga!”, attraverso questa struttura del linguaggio Lacan situa il soggetto dell’enunciazione. Adesso il soggetto dell’inconscio si manifesta a partire dai lapsus, dagli atti mancati, cioè da ciò che può mancare a livello della catena significante. «Per cui il posto dell’inter-detto, che è l’intra-detto di un fra-due-soggetti, è lo stesso in cui si divide la trasparenza del soggetto classico per passare agli effetti di fading che specificano il soggetto freudiano» (pag. 803). Lacan introduce queste parole inter-detto, intra-detto, parla di due soggetti: il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione. È lo stesso soggetto o sono soggetti diversi? È lo stesso soggetto, è il soggetto sempre diviso. Lacan sottolinea questo “fra tu e tu” nel suo commento a Amleto. A un certo momento, Amleto si dirige verso la madre e gli dice “between you and you”; in un altro passaggio lo spettro si dirige verso Ofelia e parla del “between you and you”. Lacan, a partire da questo momento, punta verso, amplia, la divisione soggettiva, non fa un movimento di riduzione della divisione se non per mostrare il “tra tu e tu”: ciò che lo psicoanalista deve interpretare. «(…) per passare agli effetti di fading che specificano il soggetto freudiano nel suo occultamento ad opera di un significante» (pag. 803), con il significante il soggetto sparisce, per esempio nel seminario sul desiderio Lacan dice non c’è altro segno del soggetto se non il segno della sua scomparsa.
Lacan continua così: «(…) questi effetti ci conducono ai confini in cui lapsus e motto di spirito nella loro collusione si confondono, o anche là dove l’elisione è talmente la più allusiva nel ricondurre al suo covo la presenza (…). Perché la vostra caccia non sia vana, vana per noi analisti, bisogna ricondurre tutto alla funzione di taglio, di coupure, nel discorso, e la più forte è quella che fa da sbarra fra il significante ed il significato. (…) Solo questo taglio della catena significante verifica la struttura del soggetto come discontinuità nel reale» (pag. 803). Lacan definisce la struttura del soggetto come discontinuità a partire dalla struttura della catena significante, essa stessa discontinua.  Il soggetto si presenta anche come sottrazione, come mancanza a livello del significante.   
Da questo scritto, Lacan promuove un nuovo concetto del soggetto che non ha nulla a che vedere con la sua concezione precedente di un soggetto compiuto nella sua identità con se stesso. L’insegnamento di Lacan non avanzerà nella direzione della dialettica; l’ha mantenuta in relazione al desiderio, e questo fa problema.
Lacan sottolineerà elementi che non sono dialettizzabili: il desiderio è dialettizzabile, il godimento non è un elemento dialettizzabile, incontreremo per esempio il “non c’è rapporto sessuale”, “non c’è la donna”… 
La dialettica, in questo testo, si mantiene in relazione al desiderio, ma si tratta del desiderio dell’uomo, non del soggetto. Desiderio dell’uomo che si forma in relazione al desiderio dell’Altro, «perché in esso il desiderio si lega al desiderio dell’Altro, ma è in questo anello che dimora il desiderio di sapere» (pag. 805). C’è una dialettica del desiderio perché il bisogno passa attraverso l’Altro, l’Altro del significante, e si ripercuote in una domanda. Emerge il desiderio, ma fino al punto in cui si stacca l’oggetto a.
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano è uno scritto di transizione perché sta in una posizione insostenibile: mette in relazione il soggetto che non è più dialettizzabile con un desiderio che è mantenuto nella dimensione della dialettica. Posizione dell’inconscio indica un’avanzata.
Man mano che la dialettica perderà il suo valore, in Lacan diverrà centrale la problematica del fantasma.
In questa nuova concezione del soggetto introdotta da Lacan in questo scritto, il soggetto riferito al significante è un soggetto morto. Per esempio: «Io posso venire all’essere con lo sparire, dal mio detto» (pag. 804) parla del soggetto. E aggiunge: «Un sogno riferito da Freud nell’articolo: Formulazioni sui due principi dell’accadere psichico, contiene questa frase, legata al patetico su cui si sostiene la figura di un padre defunto come quella di uno spirito: Non sapeva che era morto» (pag. 804). Un uomo aveva perso il padre da poco, dopo la sua morte fa questo sogno: il padre è presente, vivo, nel sogno, parla con il soggetto e il soggetto aggiunge, parlando del padre, “non sapeva che era morto”. Per interpretare l’assurdità apparente del sogno, Freud aggiunge una parte della frase che considera mancante: dobbiamo aggiungere a “non sapeva che era morto” la frase “secondo il mio desiderio”. Questa è l’interpretazione che Lacan commenterà in cinque lezioni sul sogno nel seminario sul desiderio. In questo scritto aggiunge qualcos’altro: il sogno non tratta della relazione del figlio con il padre, ma della relazione del soggetto con il significante, «ne abbiamo già preso pretesto per illustrare la relazione del soggetto col significante» (pag. 804). Il soggetto che parla, il soggetto del significante, non sa che è morto. 
Questo sembra un po’ assurdo se ci riferiamo al soggetto nel senso comune, al soggetto della parola, al soggetto della conoscenza, al soggetto psicologico.
All’inizio del suo insegnamento, Lacan aveva situato la dimensione della vita dal lato del soggetto, ora la vita non è più legata al soggetto ma sarà legata all’oggetto a, per esempio nella concezione che possiamo avere del parlessere, dell’essere parlante.
Lacan indica questo: «(…) è la morte a sostenere l’esistenza» del soggetto come soggetto del significante (pag. 804);
«In Hegel (…) è al desiderio che è attribuito il compito di quel minimo di legame con l’antica conoscenza che bisogna sia mantenuto dal soggetto perché la verità sia immanente alla realizzazione del sapere. L’astuzia della ragione vuol dire che il soggetto fin dall’origine e fino alla fine sa ciò che vuole. È qui che Freud riapre alla mobilità dove escono le rivoluzioni, il giunto fra verità e sapere » (pagg. 804-805). Il soggetto hegeliano sa e soprattutto sa ciò che vuole. Questo non lo incontriamo dal lato del soggetto freudiano: Freud apre l’opposizione tra verità e sapere, ciò vuol dire che il soggetto freudiano non sa ciò che vuole.



Dibattito

Focchi
Ti sei riferito al rapporto che questo scritto ha con Posizione dell’inconscio. Ci sono temi che si riflettono in un testo e nell’altro, per esempio la critica alla psicologia, al soggetto psicologico e a quello che costituisce idealmente l’oggetto di una scienza psicologica. Un “soggetto” che Lacan critica perché, dice, non è unitario. In Posizione dell’inconscio troviamo la formalizzazione di quello che già qui è accennato, quando Lacan parla della divisione del soggetto usando la formula del ne espletivo francese, che in italiano non abbiamo. Cosa ci dice Lacan in quelle parole?

Gault
Lacan lo segnala nella pag. 802. Il “ne” i grammatici lo considerano qualcosa di un po’ capriccioso. Il soggetto ha voluto dire così ma…, salvo che… Si sa sicuramente che Lacan aveva un collega psicoanalista e anche linguista, Pichon, che aveva scritto una Grammatica con un collega, Damourette. Lacan aveva letto questa Grammatica e ha trovato da essa parole che dopo ha introdotto nel suo discorso [Rif :. Des mots à la pensée. Essai de la grammaire de la langue francaise, Chapitre La Negation, http://www.valas.fr/IMG/pdf/Lac_act_damourette.pdf]. C’è una ricchezza immensa di commenti sulla negazione. La caratteristica della negazione in francese è che usiamo due termini per formulare una negazione. Per esempio, la negazione in italiano si dice così: “non parlo”, “non vado”, “non gioco”, ecc. Basta il verbo coniugato alla persona che gli conviene e il “non” che si mette davanti alla frase affermativa. Il francese ha una negazione particolare: si devono utilizzare due termini, due elementi, due pezzi. In francese “io parlo” è “je parle”, per formulare “non parlo” diciamo “je ne parle pas”. Damourette e Pichon chiamano il primo pezzo, ne, “discordanziale”, discordante, marca una discordanza tra enunciato ed enunciazione, una discordanza tra una posizione del soggetto e un’altra posizione del soggetto, una discordanza tra due posizioni del soggetto in relazione a ciò che sta dicendo. E chiamano il pas il preclusivo. Lacan ha preso da Pichon il “preclusivo”. “Preclusivo” vuol dire che qualcosa non c’è. La negazione comune fa intervenire i due pezzi, ma si incontra spesso in francese una delle forme negative che usano soltanto il ne discordanziale. Il ne discordanziale è discordante perché traduce due posizioni opposte del soggetto, traduce la divisione soggettiva: il soggetto vuole e non vuole, dice una cosa ma vuole il contrario. L’esempio che dà Lacan è “je crains qu’il ne vienne”, a questo dobbiamo opporre le frasi “Je crains qu’il vienne” frase affermativa, “temo che lui venga”, “non voglio che venga”, “spero che non venga”. “Je crains qu’il ne viennes pas”, “temo che non venga”, che apparentemente vuol dire che il desiderio del soggetto è diretto verso la venuta, “ vorrei che venisse”. Ma c’è una terza possibilità: “Je crains qu’il ne viennes”, dice una cosa ma nello stesso tempo il soggetto attraverso la piccola parola ne esprime un desiderio e nega, “vorrei non venisse ma temo verrà”.

Pozzi
Il soggetto è un effetto del significante, non del senso. Tuttavia, questo effetto non è lo stesso a seconda della struttura. Quello che ci ha esposto mi sembra vada nella direzione per farci capire in che modo questo effetto ha a che fare con la nevrosi. La questione sul ne e il pas sembra che introduca anche qualcosa che ha a che fare con la psicosi… le strutture divergono.

Gault
Qui “struttura” è “struttura del linguaggio”. Non c’è una struttura per il soggetto nevrotico e un’altra struttura per il soggetto psicotico. Il soggetto in quanto parlante, giacché introdotto nel linguaggio, è diviso dal linguaggio, ha a che fare con la struttura del linguaggio. Il soggetto emerge come effetto della struttura. Questo è generale, è trans-clinico. Per esempio Schreber testimonia della sua divisione dal linguaggio, come quando è confrontato con le frasi interrotte (allucinate) che lui deve completare. Si vede molto chiaramente che come soggetto del significante è sottomesso alla divisione, dal significante. Il soggetto Schreber, nel momento dell’allucinazione, si trova diviso tra un elemento Significante 1 e un altro elemento Significante 2. Possiamo dire che è lo stesso per ognuno di noi, per ogni soggetto che parla. A livello della struttura del linguaggio non c’è differenza. La differenza è che per Schreber una parte della frase è allucinata, l’altra parte è singolarizzata, assunta come parola sua. Una è rigettata nel reale, come allucinata, l’altra fa parte del suo discorso. La frase del sogno “il padre non sapeva che era morto” è un enunciato assurdo, ma questa parte non è allucinata, fa parte del discorso del soggetto che torna nel sogno. E anche il secondo elemento, “secondo il proprio desiderio”, fa parte del discorso del soggetto: il soggetto riconosce che aveva sognato questa frase, sua, e riconosce il desiderio che lui aveva avuto di vedere la morte toccare il padre. La divisione esiste per il soggetto nevrotico, la divisione esiste per il soggetto psicotico. Nel caso di Schreber, per esempio, la differenza è che il soggetto è confrontato col fatto che una parte dei suoi pensieri sono nel reale. Non può recuperare questo. Si mantiene questa divisione assoluta tra una parte degli enunciati del soggetto e un’altra parte degli enunciati del soggetto. Invece, nel caso del paziente di Freud una parte torna attraverso il sogno, una parte è rimossa, rimossa vuol dire che può tornare nel discorso del soggetto, il soggetto può riconoscere questo come suo. Schreber non può riconoscere la parte allucinata, una parte del simbolico è rigettata, è preclusa, e torna nel reale. Nel caso della nevrosi la parte rimossa fa parte del simbolico e dunque torna in una forma che non è reale, ma in una forma simbolizzata, nel lapsus, nell’atto mancato, nel sogno, ecc.

Visini
Quali possono essere le corrispondenze tra la struttura del linguaggio e quella dell’inconscio?

Gault
Lacan dice che la parola “inconscio” è una parola che ha mille sensi. In Posizione dell’inconscio Lacan parla di un inconscio molto preciso, lo qualifica, “freudiano”. “Inconscio” si è sempre mantenuta per lui una parola difficile da utilizzare, perché fa riferimento alla coscienza. Non si tratta di un elemento che non ha la qualità di essere cosciente, non si tratta di un “non ha”, ma è un elemento positivo. La difficoltà che è contenuta nella parola incosciente è che questa parola contiene un elemento negativo: in-cosciente, non cosciente. Alla fine del suo insegnamento Lacan aveva detto “non possiamo utilizzare un’altra parola perché questa parola è di Freud, ma a me non piace”, ed ha fatto tutto quasi un seminario intero su un diverso modo di parlarne, in francese aveva chiamato l’incosciente freudiano “l’Une bévue”, fa riferimento al suono della parola “inconscio” in tedesco “Unbewusst”. In francese “Une bévue” è un modo elegante di qualificare un atto mancato, si direbbe “una svista” in italiano. Parlare significa che manca sempre qualcosa nella frase. “L’Une bévue”, “l’Unbewusst”, l’inconscio”, sono la stessa parola che indica questo effetto di mancanza inerente al uso del linguaggio. Questo è il fondamentalmente effetto del linguaggio: rinvia il soggetto ad una mancanza di parola, e soprattutto la parola introduce la divisione. “Tu hai detto qualcosa ma cosa hai voluto dire?”. La frase, la più semplice, è sempre sottomessa all’interpretazione. La parola “buongiorno” può essere una dichiarazione di guerra per esempio. Si deve interpretare la più semplice parola. È quello che ha scoperto Freud. Questa divisione. Quando il soggetto parla si divide, e si trova diviso tra quello che ha detto e quello che avrebbe voluto dire. Secondo la concezione di Lacan, ciò che Freud aveva chiamato “inconscio” è legato allo statuto del soggetto che parla. Si dice qualcosa, c’è un enunciato, ma c’è al di là un pensiero, una intenzione più o meno inconscia che il soggetto non può dire, non ha detto. Il soggetto può recuperare questa parte che non ha detto, ma se parla, introduce di nuovo una divisione, e questa divisione tra dire e detto è irriducibile. Quando si parla di questi effetti, che Freud ha chiamato “formazioni dell’inconscio”, incontriamo la struttura articolata del linguaggio. Da qui la definizione che Lacan ha potuto introdurre del’ inconscio strutturato come un linguaggio.

Ramaioli
Concludevi dicendo che al tramonto della dialettica fa fronte l’ascesa del fantasma. Hai nominato il Seminario VI. Miller, nella presentazione del Seminario VI, dice che la questione del fantasma attraverserà tutto il seminario. Dunque, dal soggetto della dialettica, al significante, al fantasma. 

Gault 


Possiamo parlare del grafo. C’è questa differenza molto importante tra due piani del grafo, e questa separazione non la possiamo ridurre perché quando parliamo apriamo questa separazione. È lì che si situa il desiderio. Il desiderio indica la divisione tra enunciato ed enunciazione. Lacan situerà il desiderio in questo campo. La questione del desiderio, che è la questione del seminario VI, Lacan la riferisce a un oggetto molto particolare: il fantasma. È il fantasma l’oggetto del desiderio in quanto inconscio. Per sapere cos’è il problema che il soggetto incontra nella sua relazione con il desiderio si deve puntare verso il fantasma, fantasma che dà supporto al desiderio. Non si può fare una interrogazione sul desiderio al livello conscio. Nella struttura del fantasma incontriamo la relazione molto particolare che il soggetto ha con un oggetto, non è essenziale dire che questo oggetto è l’oggetto del desiderio, ciò che è importante è la struttura del fantasma nella quale il soggetto è implicato nella relazione con un oggetto molto particolare, immaginario all’inizio, dopo pulsione.

Trascrizione: Elsa Forner
Revisione redazionale: Giuseppe Perfetto