lunedì 14 marzo 2011

Il transfert in gioco nella psicoanalisi con i bambini



Per affrontare il tema di oggi ho bisogno di un minimo dispositivo logico che ci permetta di situare la posta in gioco. A questo scopo mi riferisco a un breve testo di Freud, intitolato «Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico», del 1916. 

Per la data e la composizione, questo testo non si può considerare propriamente un testo tecnico, ma permette di presentare in poche parole, in modo semplice, se possibile, il tragitto di una analisi e la sua posta in gioco. Il testo si trova in italiano nel volume 9 delle Opere di Freud edite da Bollati Boringhieri.

Freud vi definisce il compito di una psicoanalisi come segue: «...indurre il paziente a rinunciare a un conseguimento immediato e diretto di piacere» (conseguimento di piacere è la traduzione del famoso Lustgewinn, termine che Lacan valorizzerà traducendolo con «plusgodere»). Freud, se ne riassumiamo le indicazioni, dice che con la psicoanalisi si tratta di ottenere da una parte una rinuncia al soddisfacimento, che ora chiamerò una cessione di godimento e, dall'altra, uno spostamento del modo di soddisfazione iniziale. Freud precisa che questo non si può fare da soli, ci vuole «un altro influente », la cui influenza non concerne qualsivoglia forza morale o educativa, ma unicamente «qualche componente dell'amore».

Ecco lo schema logico minimo che vi propongo e che servirà per spiegare la tecnica della psicoanalisi con i bambini. 


                                                                                                                                                                                                                                                                                                               
                                                                                                                                             
Un modo iniziale di soddisfacimento, uno spostamento del modo di soddisfacimento, una cessione di godimento, una rinuncia al soddisfacimento. Il termine spostamento e il termine rinuncia o cessione non sono la stessa cosa. Nell’ultimo caso deve intervenire altro l’efficiente che è lo psicoanalista, vedremo in che modo.

La questione al centro della teoria freudiana è: come è possibile che uno spostamento di soddisfazione, vale a dire uno spostamento che tocca la pulsione, si realizzi grazie a un dispositivo fondato sulla parola? Freud risponde alla domanda in molti modi. Prendo due risposte che si trovano nell'Introduzione alla psicoanalisi. Per mostrare come è possibile mobilitare un modo di soddisfacimento attraverso la parola, ci dice che si deve in primo luogo isolare il sintomo come nuovo modo di soddisfacimento della libido. C’è dunque un primo tempo che isola il sintomo. In secondo luogo bisogna operare una connessione tra libido pulsionale da una parte e sistema inconscio dall'altra. È il ruolo che Freud attribuisce alla fissazione. La fissazione per Freud è un perno, un punto nodale dove funziona il meccanismo seguente: «Le rappresentazioni sulle quali la libido investe la propria energia appartengono al sistema inconscio e sono sottoposte ai processi di condensazione e di spostamento». Si realizza una traslazione della libido sulle rappresentazioni inconsce, sui significanti. È questo a consentire nella cura di mobilitare le modalità di soddisfacimento.

Questa prima translazione di libido sui significanti permette di isolare, dice Freud, ciò che chiama Libidovertretungen. Vertretung è la rappresentazione, il rappresentante dei rappresentanti della libido, il rappresentante degli agenti – per parafrasare Lacan nel seminario L’envers – degli agenti dell'agenzia libido : si tratta di significanti. Vi sono significanti che si trovano proprio qui. Il fatto che esista la Libidovertretugen consente che la mobilitazione dell'inconscio attraverso la parola produca uno spostamento del modo di soddisfacimento svuotandone i rappresentanti, relizzando cioè una cessione di godimento.

Si tratta, in fondo, della regola tecnica fondamentale, quella dell'associazione libera. Una delle migliori definizioni della regola si trova in Tecnica della psicoanalisi, dove Freud dice che far funzionare l'associazione libera significa sforzarsi di non contendere all'inconscio il compito di stabilire i rapporti che per il soggetto contano.

Partendo da un quadro così definito, nella pratica psicoanalitica con i bambini si pongono subito due questioni.

Prima questione: non è forse il caso, con i bambini, di modificare lo scopo della cura? Non è forse sufficiente isolare il sintomo e poi il bambino guarirà da solo? Alcune tesi, anche nel nostro campo, vanno in  questa direzione, vanno cioè nel senso in cui, come ho già detto, per il bambino sarebbe sufficiente lo spostamento.

Seconda  questione: pur mantenendo lo stesso scopo, lo stesso quadro d'insieme del processo, non si devono forse introdurre nella tecnica modifiche dovute alle peculiarità del bambino rispetto all'adulto? Non si deve forse, per esempio, cambiare il quadro, visto che un bambino difficilmente rispetta un quadro rituale? Non si deve abbandonare la regola della libera associazione, soprattutto con i bambini piccoli, che non maneggiano agevolmente il linguaggio? Non si deve modificare la concezione del transfert per adattarlo al bambino?

Vi propongo di rivisitare le madri officianti della psicoanalisi, di cui Lacan parla nel 1953 nell'introduzione a «Funzione e campo della parola e del linguaggio», per interrogarle sulla questione della tecnica. Chi sono le madri officianti? Le conoscete. Prima di tutto c'è quella che chiameremo la pioniera, Hermine Von Hug-Hellmut; ci sono certamente Melanie Klein, Anna Freud, Donald Winnicott – madre officiante della psicoanalisi anche lui naturalmente – poi Françoise Dolto e Maud Mannoni.

Prima però fissiamo il nostro punto di partenza, vale a dire Freud, in modo da situare con lui la questione del transfert nella cura del piccolo Hans. Ci aiutiamo con la lettura che Lacan ne fa nel Seminario IV.
1-    Leggiamo a p.332: «un significante che servirà da supporto a tutta una serie di transfert»
2-    L’obiezione fatta all’analisi di Hans è che non è una cura perché è il padre a condurre il gioco. A p. 417 troviamo: «In effetti, non possiamo forse chiederci, dal momento che questa analisi è stata portata avanti dal padre, se non presenti dei tratti specifici che ne escludono, almeno parzialmente, la dimensione propriamente transferale?». Lacan risponde alla questione qualche pagina dopo, dicendo che vi è un rapporto complesso con il padre, una duplicazione: c’è il padre effettivo, che dialoga con Hans, che è un padre che ha la parola; e c’è il padre al di là, che apre il campo della parola e ne indica il fine, il padre Freud, al posto di ideale, testimone della verità. Lacan sostiene che in ogni analisi di Freud vi è questo sdoppiamento del padre, ma che abitualmente si produce sullo stesso analista.
3-    Esaminiamo questa idea. Colui che ha la parola è innanzitutto Hans «Conosce peró molto bene il favore prezioso che gli offre il fatto di poter parlare, e lo sottolinea senza sosta. Quando dice questo o quello, e gli si risponde che va bene o che va male – poco importa, dice, va sempre bene, visto che possiamo inviarlo al professore.
Non si tratta solamente di parlare, ma di parlare a qualcuno (…). Sarebbe stupefacente non ci accorgessimo, in questa occasione, che si trova qui quanto vi è di prezioso e di efficace in un’analisi.
Tale è la prima analisi fatta con un bambino.» (374-375)
4-    La funzione che rende possibile rivolgersi a un Altro permette di associare alla costruzione sintomatica della fobia dei cavalli «il mito religioso dell'Edipo». Poiché questo mito viene proferito da Freud, il piccolo Hans può dire che il professore parla con il buon Dio, e diventa possibile estrarre il significante individuato, cavallo, da una posizione puramente immaginaria per inscriverlo su un'Altra scena, dove può essere utilizzato per un certo numero di permutazioni, per ogni sorta di traslazione. In un mondo dove la sostituzione è possibile, entra in scena la metafora, cosa che permette a Hans di uscire dall'impasse materna. Oggi, per altro, non siamo più obbigati a pensare che il padre sia il termine ultimo della metafora. La plurivocità del significante mette l'enigma al cuore del dispositivo che oggi possiamo indicare con il termine, forgiato da Lacan, di soggetto supposto sapere. E' il luogo del «perché?».
5-    Lacan ha però reperito nel testo di Freud un altro modo di messa in funzione del significante, un'altra modalità del transfert. Non si tratta più dell’effetto derivante dal distacco tra significante e significato, ma al contrario di un effetto di ormeggio singolare. Lo possiamo osservare nell'equivoco wegen dem Pferd / Wägen dem Pferd, a causa del cavallo / carrozza a cavalli. «Per il fatto che che non risponde a niente» dice Lacan (345), si verifica «un transfert di peso grammaticale» tra la causa e il significante cavallo
.È un processo metonimico di natura diversa da quello del gioco delle permutazioni significanti: qui abbiamo la fissazione del godimento a una causa senza nome. È l'altra faccia del transfert.
6-    Vedremo che non è questa la vena sfruttata dalle pioniere della psicoanalisi con i bambini, che rapidamente diventeranno prigioniere delle questioni di tecnica psicoanalitica.


Hermine Von Hug-Hellmuth

Parliamo ora di Hermine Von Hug-Hellmuth. Diciamo qualche parola su di lei, perché è la meno conosciuta. Non è medico di formazione, all'inizio è un’istitutrice. È lei la prima a Vienna a prendere bambini in analisi, e per questo viene chiamata pioniera. Per molto tempo tuttavia non si è più sentito parlare di lei, perché ha fatto una fine drammatica: nata nel 1871, nel 1924 è stata assassinata dal nipote, di cui era stata nutrice. Il nipote è stato, inoltre, il primo caso di cui ha pubblicato la storia, avendolo seguito quando lui aveva cinque anni. Nel 1920, quattro anni prima della morte prematura, scrisse un articolo sulla tecnica dell'analisi dei bambini. Il testo non comincia nel modo migliore, poiché sostiene che l'analisi, come pedagogia e come terapia, non può limitarsi a liberare il giovane delle proprie sofferenze, deve anche inculcargli valori morali, estetici e sociali. Dobbiamo però perseverare nella lettura e, nel seguito, l'articolo pone questioni precise e tuttora valide. Seguendone il filo riusciremo a districare, la questione della tecnica e quella del transfert, giacché solleva tre punti decisivi per la particolarità dell'analisi del bambino.

Il primo punto riguarda ciò che chiameremo il quadro. Hermine Von Hug-Hellmuth interroga il quadro dicendo che in fondo la differenza con i bambini è che non vengono di loro spontanea volontà. Il bambino risponde alla volontà dei genitori. Ma si viene spontaneamente a vedre uno psicoanalista? Non ne sarei cosí sicuro! Far qualcosa spontaneamente vuol dire farla con piacere. E per l’appunto, generalmente, si va a incontrare uno psicoanalista quando il piacere è messo in questione. Di fatto, già in questo breve accenno si vede l’interesse che c’è a interrogare la psicoanalisi nel suo insieme, prendendo per esempio il problema del quadro, a partire dalle questioni che si pongono con i bambini. Nessuno viene spontaneamente in analisi, si viene spinti da qualcosa. Possiamo quindi in prima battuta dire che non vi è, a rigor di temini, una differenza radicale su questo punto tra il bambino e l'adulto.

Il secondo punto individuato dal testo ricorre con grande frequenza tra le questioni poste dagli psicoanalisti che si occupano di bambini. Il punto riguarda il fatto che il bambino si trova nel pieno svolgimento degli eventi che lo fanno ammalare. Questo fa una differenza. L'adulto, dice Hermine Von Hug-Hellmuth, soffre di eventi passati, il bambino di eventi del presente. Potremmo riassumere la risposta a questo punto dicendo: gli eventi di cui il soggetto soffre sono sempre attuali. Cosa c’è, per il soggetto, di più attuale di un ricordo? E' veramente l'attualità dell'attuale. Nel ricordo non si tratta del passato che ritorna, ma dell'attualità di una questione sempre presente, e che prende forma di ricordo. Con questo abbiamo un'indicazione precisa. Se qualcosa per un bambino costituisce un evento, non è perché è vicino nel tempo, e la sua piccola anima infantile non può cogliere il tempo in tutta la sua ampiezza. Non è perché l’evento è vicino, successo il giorno prima, che se ne parla, ma perché esso si è legato a un'iscrizione significante già presente, perché si è attivato un elemento della struttura, perché c’è stata una messa in atto della realtà dell'inconscio.

Il terzo punto sollevato da Hermine Von Hug-Hellmuth riguarda ancora la questione del quadro: il bambino non ha nessun interesse a trasformarsi, ad abbandonare il proprio comportamento attuale nei confronti dell’ambiente, perché l’ambiente è coinvolto, è implicato nel suo modo iniziale di soddisfazione, è preso nel sintomo del bambino. È l’aspetto che presenta maggiori difficoltà, ma Hans ci ha insegnato molte cose su questo punto!

Molti bambini, è vero, quando incontrano un analista vengono senza esser loro a soffrire del sintomo lamentato dalle persone intorno. Cosí, dice Hermine Von Hug-Hellmuth, con questi bambini si trascorrono insieme alcuni momenti per comunicare loro delle conoscenze, per far loro perdere alcune cattive abitudini, per giocare con loro, o anche per qualche interesse particolare nei loro confronti. Ma è esattamente ciò che si fa anche in un'analisi con un adulto: un soggetto in analisi, dopo un po', lo si fa venire per comunicargli qualche conoscenza, per fargli perdere qualche cattiva abitudine, per giocare con lui, o anche per qualche interesse particolare nei suoi confronti. E' esattamente il movimento di un’analisi. Quindi, in fondo, quel che ci dice che Hermine Von Hug-Hellmuth è prezioso, non contraddice assolutamente all'esperienza analitica, e rende l’idea del modo in cui il transfert veniva concepito dagli allievi di Freud.

Vi è poi una questione inevitabile, che successivamente vedremo poco affrontata, e concerne il divano. Dobbimo mettere sul divano un bambino? Freud dice di no, per molte ragioni legate alla possibile seduzione che può girare nella testa di un bambino. Questo però non toglie che quella del divano sia una questione vera, perché pone il problema dello sguardo. Sapete che il divano è stato inserito da Freud nel dispositivo analitico per molti motivi, e tra questi si può individuare il fatto che invece di consentire uno scambio di sguardi tra l'analizzante e l'analista, l’assetto con il divano permette di isolare la dimensione dello sguardo : si delinea in modo più preciso lo sguardo sotto il quale l'analizzante procede. Con i bambini il problema certamente si pone. Gli psicoanalisti dei bambini ne parlano poco, ma nell'esperienza si vede che spesso occorre fare delle manovre intorno alla questione dello sguardo. Spesso il bambino fa riferimento allo sguardo con brevi accenni : «Guarda!», « Ti ho visto!». Sono accenni che mostrano come si mantenga l'asse immaginario e non si possa isolare lo sguardo sotto il quale il bambino si trova, cosa  tuttavia assolutamente essenziale, perché il bambino ha di mira il posto che occupa come oggetto prezioso o come oggetto per i genitori. E' un aspetto che riguarda la problematica del suo valore per l'Altro, posta con un indice pulsionale.

Hermine Von Hug-Hellmuth è la prima a porre la questione del gioco, che certamente segna una differenza con l'adulto, e considera che per l'adulto si tratterebbe di rendere consce le motivazioni inconsce, mentre con il bambino le cose andrebbero diversamente. A partire dal gioco infatti l'analista potrebbe prendere atto che c’è effettivamente un lavoro dell'inconscio. Una determinata sequenza di gioco mostrerebbe che l’inconscio si è attivato. Anche questo però si dimostra essere un falso problema riguardo alla psicoanalisi con i bambini. Bisogna attendere Jacques-Alain Miller per avere la soluzione. Quando Miller afferma che «l'inconscio interpreta», veniamo liberati da questo falso problema. La questione infatti non è di sapere se il soggetto prende o no coscienza, la questione è di sapere se il soggetto, dall'interpretazione dell’inconscio, trae conseguenze in termini di godimento. Ciò vale sia per il bambino, sia per l’adulto.

Seguiamo ancora Hermine Von Hug-Hellmuth che, riguardo all'interpretazione, sostiene che con il bambino bisogna fare particolare attenzione, per via di quella che chiama «la grande duttilità dell'anima infantile»  – usa espressioni molto immaginifiche – e per via del rischio di suggestione. Anche questo ci dà un'indicazione interessante sul lavoro con i bambini, che è di non aggiungere troppi significanti rispetto a quelli di cui dispone il bambino. Ricordiamo che Freud raccomandava di non contendere all'inconscio il compito di stabilire i rapporti.

Hermine Von Hug-Hellmuth prosegue con la questione del transfert, che in seguito metterà molto in imbarazzo gli psicoanalisti dei bambini, e formula quello che possiamo chiamare «il teorema del fustino di detersivo», ovvero: voglio scambiare i miei due fustini di detersivo X con un fustino di detersivo Y? In altri termini: il bambino vorrà scambiare i suoi oggetti d'amore attuali, i genitori, con un nuovo oggetto d'amore? Vuole farlo? Bisogna farglielo fare? Ecco il problema che, bisogna dire, Hermine non risolve. Lo formula però in modo appropriato. In fondo conta il momento in cui il bambino capisce che l'analisi non coincide con il campo dei genitori.

Hermine Von Hug-Hellmuth conclude dando una definizione preziosa del processo della cura, che chiama: un cambiamento di cristallizzazione. Se seguiamo il nostro schema, vediamo che quel che lei considera si possa esigere in una psicoanalisi con i bambini è uno spostamento del modo di soddisfacimento. Il che, nel 1920, non è male.

La disputa sul transfert: Anna e Mélanie
Ci spostiamo nel 1923 e arriva Melanie Klein col suo articolo sull'analisi dei bambini. Con Melanie Klein si cambia registro: non si parla più, per il bambino, di analisi con mire pedagogiche. C’è solo la psicoanalisi, esclusivamente la psicoanalisi, nient'altro che la psicoanalisi. Sin dall'inizio si dirà che La Klein è più freudiana di Freud. Dietro le inibizioni che i bambini presentano c'è sempre l'angoscia, che è sempre angoscia di castrazione. L'angoscia precede la formazione del sintomo e l'Edipo e il superio sono early, ovvero non « precoci», come si traduce abitualmente, ma primari. Quando si incontra un bambino, qualunque sia la sua età, l'Edipo e il superio sono già presenti. Questo piacerà molto a Lacan, perché è un approccio quasi strutturale alla realtà psichica.

Ma già negli articoli decisamente freudiani del 1924, Melanie colloca al centro ciò che per lei è veramente early, primario, vale a dire il desiderio di penetrare il corpo della madre. E' questo il fantasma che sta sempre dietro l'angoscia di castrazione, e che è dunque primario. Non si capisce la tecnica kleiniana della psicoanalisi con i bambini, né il kleinian training della Scuola inglese, se non si considera lo spirito presente embrionalmente in questo articolo. L'angoscia di castrazione, in effetti, non è primaria. Se dobbiamo interpretarla rapidamente – come lei afferma si debba fare - è perché il bambino venga subito messo a confronto con questo desiderio, o questo fantasma di penetrazione materna che è davvero primario. Occorre che il bambino ne prenda la misura nel transfert, dove si colloca, traendone la conclusione che si impone: la madre è in-castrabile, l'alternativa sarà tra l'invidia e la gratitudine (è il titolo dell’ultima opera della Klein, Invidia e gratitudine). Se ci riferiamo allo schema, vediamo che, certo, gli spostamenti dei modi di soddisfacimento per Melanie Klein giungono fino a una cessione di godimento, ma si tratta di cedere questo godimento a quella che su di esso ha diritto e possesso, cioè la madre.

Non saremo cosí sorpresi che l'incontro con l'erede, Anna Freud, produca una sorta di deflagrazione. Nel 1926, Anna è la prima aa attaccare con una serie di conferenze intitolata «Introduzione alla tecnica della psicoanalisi infantile». Subito, nel 1927, Melanie contrattacca. Consideriamo, se volete, il modo in cui Anna Freud risponde e quello in cui Melanie Klein replica a sua volta, esponendo le proprie tesi.

La questione riguarda la fase preparatoria a una psicoanalisi, quel che noi chiamiamo colloqui preliminari. Anna Freud definisce due condizioni necessarie perché sia possibile iniziare un’esperienza d’analisi con i bambini: in primo luogo bisogna che vi sia un senso di sofferenza, in secondo luogo occorrono fiducia e accettazione del trattamento. O queste condizioni sono presenti sin dall'inizo, e appoggiandosi a esempi di casi Anna Freud mostra che può accadere, oppure queste condizioni vanno provocate, e chiama questa fase preparatoria con il nome vezzoso di addestramento all'analisi. Bisogna, isomma, provocare il transfert.

A questo punto a Melanie ribolle il sangue: rimprovera aspramente Anna di sfruttare l'angoscia e il senso di colpa presenti nel bambino dall'inizio per legarlo a sé, e la invita, anziché utilizzare questi fattori come mezzi di seduzione, a farli entrare direttamente nel processo come fa lei, interpretando, per esempio, l'angoscia che spiega perché il bambino non ne vuole sapere della propria sofferenza. Invita quindi a interpretare piuttosto che a provocare il transfert!
Leggendo insieme Anna e Melanie vediamo che davvero hanno entrambe l'idea che con il bambino, se riprendiamo i termini di Lacan in «La direzione della cura», l’analista «deve pagare in parole, (…) di persona (…), con ciò che di essenziale c'è nel suo più intimo giudizio (...)». Ma il più intimo giudizio non è lo stesso per l'una e per l'altra.
Per Melanie Klein la partita si gioca sul godimento del corpo della madre – genitivo oggettivo e genitivo soggettivo: godere del corpo della madre e il corpo della madre che gode. Tutti i significati che appaiono con la libera associazione, significati di castrazione, di divorazione, di sventramento, che si riscontrano nelle psicoanalisi dei bambini – e non solo – sono da lei sempre raccordati al corpo della madre e, indirettamente e solo in seguito, al corpo del bambino come effetto di ritorno. Ne deriva per lei l'importanza di ciò che chiama tecnica del gioco, play therapy, che si oppone alla child guidance d'Anna Freud, un modo di condurre per mano il bambino. Per Melanie Klein la play therapy è il modo più efficace di far produrre a un bambino significati immediatamente interpretabili in termini di fissazione di godimento, senza passare, o passando il piu velocemente possibile, per lo spostamento significante dei modi di soddisfazione. Si tratta, in fondo, di andare velocemente all'essenziale, e lei sa cosa è l'essenziale.

Anche Anna Freud esamina i mezzi tecnici utilizzati nell'analisi dei bambini. Dice che in fondo li si reperisce facilmente : ci sono dei ricordi, dei sogni e la loro interpetazione, ci sono delle fantasticherie, e infine dei disegni. Resta prudente sul gioco, e dice qualcosa che ci può interessare. Trova formidabile che con i bambini ci sia molto materiale, ma considera anche che tutto questo materiale è un vero problema. Perché? Perché tale abbondanza annulla – è la sua espressione – tutti i vantaggi che il materiale fornisce, non trattandosi più di associazione libera. Lo precisa quando dice che per produrre la libera associazione in senso freudiano, come regola fondamentale, l'analista può fare in due modi: o domanda al bambino delle associazioni, le esige, e in certi momenti chiave non è sbagliato farlo, o fa  particolare attenzione alle associazioni impreviste e spontanee.

Ritroviamo la dialettica tra Anna e Melanie sulla questione del transfert con il bambino. Quella del transfert è una questione duplice, perché implica anche l’aspetto relativo al rapporto tra psicoanalisi ed educazione, mettendo in gioco il posto che lo psicoanalista può avere come pedagogo. Su questo anche Melanie è radicale quanto Anna. Anna Freud è estremamente imbarazzata dal transfert: riconosce certamente che vi sono fenomeni di transfert nelle analisi con i bambini, ma esita a sostenere l’esistenza di una nevrosi di transfert. Per Freud la cura psicoanalitica ha luogo solo se c'è nevrosi di transfert. Perché Anna invece esita? Per la stessa ragione di Hermine, vale a dire: per il bambino i genitori sono presenti come oggetti d'amore nella realtà. Come fare allora? Nella cura analitica con i bambini c'è il problema dei genitori, ed è un problema che si raddoppia, perché c’è anche il superio.
Anna Freud è messa a confronto con un dilemma. Possiamo prendere le cose in modo molto semplice: in fondo un'analisi mette in questione le identificazioni del bambino, le sue fissazioni di godimento, il suo modo di soddisfazione, e in questo non differisce dall'analisi dell'adulto. In tutto questo tempo però il bambino sta costituendo il superio, erede – secondo Freud – delle prime identificazioni. Questo è un problema, perché se si toccano le prime identificazioni, come fa poi il bambino a costituire il superio, destinato a controllare i moti pulsionali? Ecco il dilemma di Anna Freud: è la formazione del superio come istanza di controllo ad essere minacciata, è cosí che Anna Freud lo intende.
Ne conclude che durante il tempo della cura lo psicoanalista deve assumere e garantire un ruolo pedagogico rispetto ai moti pulsionali che man mano si liberano – ne ha molta paura – poiché è un ruolo che i genitori non possono svolgere. Essi sono infatti la fonte delle prime identificazioni che vengono man mano modificate dalla cura. Bisogna che, per tutta la durata della cura, l'analista si sostituisca all'io ideale del bambino. Per prevenire la nevrosi occorre impedire al bambino di concedere una soddisfazione effettiva a qualche stadio della sua sessualità, che è necessariamente perverso.
Anna Freud inserisce quindi nel nostro schema iniziale l'idea che la rinuncia alla soddisfazione cui mira la cura analitica con i bambini può avvenire solo sotto l'autorità dell'analista. Passa poi da questa posizione alla seguente: la via che le sembra più interessante, quella della child guidance, è che l'analista potrebbe riuscire a modificare, a trasformare l'atteggiamento, la posizione che il bambino tiene con i suoi primi oggetti identificativi, i genitori. Pensa che questa via sia proficua, è come se sul nostro schema si uscisse un pochino dal quadro. Bisogna tenerlo a mente, perché è proprio la strada che sará seguita.

Su quel che vi ho appena esposto, il problema dei genitori, Melanie Klein si scatena. È feroce, dice cose terribili alla povera Anna, dice che quel che fa non è analisi, è un circolo vizioso, e che non se ne esce, che non ha capito niente del superio. Melanie Klein lo dice bene: il superio è una formazione da subito staccata dai genitori, e qui la seguiamo, ovviamente. Per lei quindi non c'è nessun problema di genitori nella cura. Spiega come la sua esperienza l'abbia condotta a liberarsi dell’ambiente circostante, qualunque sia la sua incidenza sui cambiamenti e sulla situazione reale del bambino. Per lei è assolutamente impensabile combinare il lavoro analitico e il lavoro educativo.

Al punto in cui siamo, ecco quindi alcune conclusioni provvisorie. Anna Freud considera che la psicoanalisi con il bambino, per restare freudiana, debba modificare certe regole tecniche. È quanto ho riassunto parlando di problema dei genitori.
Per essere più freudiana di Freud, Melanie Klein considera invece che nella conduzione della cura con i bambini non bisogna in nessun caso modificare le regole. Abbiamo visto però che dietro la sua tecnica del gioco si nascondeva una distorsione profonda della psicoanalisi freudiana, nel nome di ciò che lei chiama psicoanalisi pura, ovvero una psicoanalisi che sarebbe senza resto. Vi è dunque un problema del gioco.
Gli psicoanalisti dei bambini erediteranno le difficoltà provenienti da questi due problemi, che sono problemi logici, sono impasse logiche. Erediteremo quindi la tecnica psicoanalitica con i bambini, con quel che vi è di irrisolto nel problema dei genitori e in quello del gioco. In questi due problemi si manifesta l'imbarazzo presente nella psicoanalisi con i bambini relativamente alla questione del transfert.

Arriva Winnicott.
Winnicott è un kleiniano. Si è formato in modo rigoroso al  kleinian training. Proverà però – e riuscirà – a introdurre tra la madre e il bambino una minuscola leva, forse un po' debole, ma efficace. Sapete che è l'oggetto transizionale. È una minuscola leva tra la madre – attenzione, non una madre qualunque, la madre kleiniana – e il bambino. La introduce perché considera necessario creare un divario. Winnicott è sempre attento al contenuto, alle articolazioni, alle associazioni del gioco del bambino, ma riconsidera anche la play question, e dà un certo sviluppo alla dimensione del gioco, del fatto di giocare.  Lo dice ripetutamente: non si tratta più di play, ma di playing, si tratta cioò del bambino mentre gioca. Prova a disinnescare la tecnica kleiniana del gioco, che trova abbastanza feroce. In «Gioco e realtà» dice che se deve esserci psicoterapia, giocare deve essere un atto spontaneo, e non l'espressione di una sottomissione o di un’accondiscendenza. Reintroduce la dimensione di cui vi ho or ora parlato, dell'associazione libera nella tecnica del gioco. In particolare utilizza la tecnica dello squiggle, lo scarabocchio, che contrassegna la sorpresa, dimensione necessaria nella libera associazione, giacché non basta che il bambino giochi. Insiste molto sulla dimensione della sorpresa. Dice, per esempio, che il momento chiave è quello in cui il bambino resta sorpreso, e non quello in cui si fa una brillante interpretazione. Commentando poi una critica della tecnica kleiniana dell'interpretazione, afferma che l'interpretazione data quando il materiale non è maturo è solo indottrinamento che genera sottomissione.

Winnicott introduce dunque un divario, e si respira un po'. Il problema è però che, in modo peraltro logico, da ciò che dice trae alcune conseguenze. Le conseguenze sono tali, lo dice esplicitamente, che servono alcune modifiche tecniche. Perché? Perché vi sono soggetti, bambini e anche adulti, che sanno giocare e qui le cose vanno lisce, rientrano nella cura classica senza difficoltà. Ci sono però soggetti che non sanno giocare. Per costoro la tecnica classica non funziona, e se nella tecnica classica il tandem transfert-interpretazione resta lo strumento essenziale dello psicoanalista, con chi non sa giocare si deve invece  intervenire sul quadro, sul setting, per trasformarlo in modo che risulti omogeneo allo suo stato di regressione e di dipendenza. Come si deve modificare il quadro? Lo si deve modificare in modo che l'analisi divenga il più possibile omogenea con ciò che Winnicott chiama la figura della madre sufficienemente buona, quella che sarebbe mancata a quel soggetto.

Lacan, nel suo seminario sull'atto analitico, designa questo come lapsus dell'atto. Cosa significa ? Winnicott, con l’oggetto transizionale, ha aperto uno spazio decisamente utile, e a un certo punto lo ha colmato forgiando un nuovo concetto, quello di self, che articola come vero e falso sé. Questo concetto viene a colmare una falla intravista nel soggetto supposto sapere – è la ragione per cui evidentemene Winnicott modifica la propria concezione del transfert – soggetto supposto sapere che è il punto in cui ogni strategia vacilla, e di cui Lacan parla nella sua relazione su «L'acte analytique» pubblicata in Ornicar n° 29. Questa concezione di Winnicott ha generato gran parte di quel che attualmente leggiamo su tutte le terapie che si svolgono con il gioco. Vi è in fondo l’idea che il gioco è di per sé una cura, nella misura in cui, per accoglierlo, basta ci sia un analista sufficientemente buono.

Françoise Dolto
Il problema dei genitori viene ripreso da Françoise Dolto. Per la Dolto il problema mi sembra sia il seguente: è possibile un'analisi se il bambino, nel corso della cura, trova presso i genitori una complicità inconscia concernente i suoi modi di soddisfazione? Nei modi iniziali di soddisfazione i genitori sono senz’altro complici. Si può condurre allora una cura classica se dall'inizio abbiamo questo tipo di sconfinamento? Dolto risponde no, non è possibile. Poiché è un’analista rigorosa, tiene alla possibilità di una psicoanalisi con i bambini e al tempo stesso ha l'idea di questo sconfinamento, insiste allora sulla necessità di trasformare l'implicazione dei genitori prima della cura. Bisogna che i genitori cambino posizione. In «Il gioco del desiderio» dice che se la psicoterapia psicoanalitica è la via principale per risolvere i problemi del bambino, occorre anche che il contesto sociale e familiare continui ad avere nei confronti del bambino esigenze educative effettive. In quel che chiama esigenze educative effettive si tratta di un richiamo alla simbolizzzazione. Dolto dice che la cura psicoterapeutica di un bambino, anche se deve essere individuale e svolgersi in colloqui individuali, non può avvenire senza un contatto fiducioso tra lo psicoanalista del bambino e i suoi genitori. Se questo non è possibile, bisogna allora occuparsi della coppia genitoriale e dei suoi problemi, permettendo al bambino di sfuggire alle tensioni familiari con attività all'aperto, per esempio facendo equitazione, andando sul pony, o in altri modi qualunque siano.

Per la Dolto c'è un problema con i genitori perché considera che una cura analitica si conduca sulla questione dell'Edipo, un Edipo normativo. Si può cioè esigere che i genitori occupino nella realtà il posto giusto per permettere la soluzione dell'Edipo, e se non lo occupano bisogna provare a portarceli, e se non risulta possibile, è meglio allora mettere il bambino in istituzione. Bisogna che il padre non sia impotente, che la madre non abbia emozioni incestuose, che il bambino non subisca seduzioni. Si deve poi sempre dire la verità, occorre esercitare un'autorità simbolica, ed è opportuno che la coppia si ami e si desideri reciprocamente. Si tratta certamente di condizioni forti. Che fare ?
Dolto sostiene che in fondo è una questione di quadro. Perché sia possibile una psicoanalisi con i bambini bisogna che vi sia un quadro, e questo quadro – poiché Dolto ascolta Lacan – è la legge simbolica, edipica, è la legge del padre. È questo a costituire il quadro. Se da parte dei genitori questa legge simbolica zoppica, deve essere allora rettificata, perché altrimenti non ci sarebbe il quadro.

Maud Mannoni
Maud Mannoni riprende il problema dei genitori. Lo fa basandosi su un secondo tempo dell'insegnamento di Lacan. Il problema quindi si sposta. Dove per la Dolto si trattava di educare i genitori alla dialettica del fallo, ovvero al suo valore di ripartizione del godimento – per cui: c'è chi lo ha e lo usa correttamente, c'è chi non lo ha, c'è il bambino come fallo, c'è tutto quel che si svolge sotto l'autorità del padre e della legge simbolica – Mannoni mette invece l'accento su un'altro problema che si incontra nelle psicoanalisi con bambini: il posto del bambino come oggetto nel fantasma dei genitori.
Si pone quindi lo stesso interrogativo di Dolto, ma formulato evidentemente in modo diverso: è possibile una psicoanalisi se il bambino non è disgiunto dal posto che occupa nel fantasma dei genitori, e soprattutto della madre? Di nuovo c’è il problema dei genitori, ma non più nel senso della distorsione che essi possono provocare rispetto alla norma edipica, ma ne senso di come il bambino è preso nel loro fantasma. Come se ne esce?
Mannoni parte soprattutto dall'esperienza con i bambini ritardati e psicotici dove, bisogna dire, la questione è un po' diversa, e lei le dà in effetti un'inflessione particolare. All’interrogativo posto or ora – è possibile una psicoanalisi quando il bambino è incluso nel fantasma genitoriale? – lei risponde no, non è possibile, è una condizione che occorre cambiare, e per cambiarla occorre mettersi in posizione di ricevere il messaggio dai genitori. Bisogna condurre la cura con il bambino includendo il genitore patogeno, bisogna tenerne conto. La sua tesi – critica per Lacan – è che il bambino ritardato, psicotico, e la madre, fanno corpo unico, hanno un solo corpo e un solo desiderio, e bisogna quindi occuparsi di questo aspetto. Sostiene allora che l'esperienza del transfert include l'analista, il bambino e i genitori. Leggerete o rileggerete con profitto il suo libro che s’intitola: «Il bambino, la sua 'malattia' e gli altri», un libro molto interessante.

Cosa vuol dire Mannoni quando afferma che l'esperienza del transfert include l'analista, il bambino e i genitori? Se si scopre, per esempio, che i genitori sconfinano – dice – è escluso che li si invii a un altro analista, bisogna tenerne conto qui e ora, i genitori devono essere fatti rientrare nella cura, nel quadro. Essi sono già nel quadro, ma bisogna anche tenerne conto. La sua tesi è che dove il bambino è preso come oggetto nel fantasma della madre, gli è tolta la parola. Lo si può sempre far associare, lo si può interpretare, ma la sua parola non ha valore. Non può fare esperienza della castrazione inclusa nel linguaggio. Occorre dunque che il bambino ritrovi, nel discorso dei genitori, un posto di soggetto desiderante per potersi avventurare in una cura.
E' un'esigenza forte. Su cosa si fonda? Sull'idea di una causazione diretta del sintomo del bambino: il sintomo del bambino deriva dal posto che egli occupa nel fantasma della madre. Equesto porta Maud Mannoni, che si basa sul corpus dei concetti lacaniani, a modulare la propria tecnica su questa psicoanalisi a tre, madre-bambino-psicoanalista. Per Dolto e per Mannoni si tratta sempre di dettare legge alla madre. Che sia la legge edipica del padre per la Dolto, che sia la dura legge del linguaggio, per la Mannoni, il problema è dettar legge alla madre.

Conclusioni
Alla fine di questo percorso si cristallizza un’idea: dietro al bambino degli psicoanalisti di bambini c'è sempre la madre o, piuttosto, ci sono diverse figure della madre: c’è la madre di cui si deve tenere il posto nel transfert per Anna Freud, c’è la madre donna-tutta di Mélanie Klein, c’è la madre sifficientemente buona di Winnicott, c’è la madre fuori-legge della Dolto, c’è la madre che imprigiona il bambino nel proprio fantasma rubandogli il desiderio per la Mannoni. Se questi analisti modificano, esplicitamente o implicitamente, le loro concezioni sul modo in cui il transfert è in gioco nella psicoanalisi con i bambini, è perché la madre è entrata nello studio dell'analista con il bambino, e occorre allora, in un modo o nell'altro, includerla nel dispositivo.
A questo punto, cosa ci pare sia stato trascurato?
Potremmo dire che dal lato della madre, per un verso è stata tralasciata la dimensione significante dell'amore materno, che dice che il bambino non si riduce a essere il fallo che manca alla madre, e che egli simbolizza invece la propria mancanza d’essere, il proprio desiderio; per altro verso non è stato considerato il fatto che lo statuto del bambino come oggetto condensatore di godimento non riesce a saturare il fantasma materno.
Dal lato del bambino non si è badato all’accomodamento e alla conciliazione possibili al di là della madre insoddisfatta, della sua mancanza, dell'uso di godimento che ella fa della mascherata e, in entrambi i casi, della posizione di donna di sua madre.
Quando riceviamo un bambino, egli è in impasse in una di queste dialettiche, e questa impasse fa per lui da fissazione di godimento. Si può manovrare, allora, avendo lui come guida e come mezzo di spostamento, visitando i significanti legati a questo territorio per disegnarne la mappa e per interrogare, con questi stessi significanti, la sua interpretazione del desiderio che lo ha di mira e del godimento al quale egli si presta, o da cui pensa di doversi difendere. Introduciamo l'enigma al cuore delle posizioni fissate e questo spesso scatena il tumulto dei significanti.
È il percorso al quale Lacan ci ha familiarizzato rileggendo il piccolo Hans. Con i cavalli dell'angoscia visitiamo con Hans diversi territori, non solo il territorio materno, ma anche quello paterno, esplorato sia per sé, sia per dettare legge alla madre. Che  gli psicoanalisti siano venuti a occupare il posto in cui dettano legge alla madre, di fronte alla carenza dei padri, ci fa capire che è una china da evitare, se si vuole aprire l'altro versante della psicoanalisi con il bambino.
C’è infatti un altro dibattito sul bambino: riguarda il suo rapporto con il godimento. Vediamo per esempio Hans e le sue prime erezioni, quando gli si rivela un godimento che gli è estraneo. Su questo punto Lacan parla di  «tout un truquage» a proposito dell'intervento di Freud e del padre.

Ricordiamo che il transfert non si presenta nell'esperienza analitica come una questione di tecnica. Prendere questo come punto di partenza ha considerevolmente oscurato la questione del transfert nella psicoanalisi con i bambini.
Lacan ha ristabilito l'incisività del transfert in due tempi:
-       nel primo, facendone una questione di struttura, di condizione dell'esperienza analitica. Ha valorizzato questo aspetto con il termine soggetto-supposto-sapere, inteso come istanza necessaria, che occorre produrre all'entrata di una cura analitica. Esso prende la forma di un significante che si isola, che si fa enigma e che, completato da un secondo significante, produce una creazione nuova, il Soggetto supposto Sapere. Diciamo che è una dimensione estensiva del transfert, che permette l'esplorazione delle finzioni del bambino;
-       nel secondo ha fatto del transfert una questione di incontro, di sorpresa, che si manifesta nell'esperienza attraverso la nascita dell'amore detto di transfert, o attraverso ciò che Freud nota come la presenza dello psicoanalista. La realtà dell'inconscio non è dissociabile dalla sua messa in atto come realtà sessuale, cioè realtà che taglia e che vale, che taglia il flusso delle parole e che porta il valore di godimento. È, questa seconda, una dimensione più intensiva del transfert, la sola adatta a risuonare con il reale del godimento.

Daniel Roy

Trascrizione e traduzione:  Anna Castallo
Revisione: Marco Focchi 


martedì 1 febbraio 2011

La clinica della lingua e dell'atto negli adolescenti


L’adolescenza è prima di tutto un significante dell’Altro che dalla fine del ventesimo secolo serve a designare un momento particolare della vita che rientra nel campo di un tempo logico proprio a ciascuno. L’adolescente adotta un nuovo modo di parlare e di dire le sensazioni inedite che sorgono in lui e lo mettono a confronto con il nuovo, ridando valore al bell’enunciato di Arthur Rimbaud: “trovare una lingua.[1] La nostra tesi prende questo momento, detto di crisi dell’adolescenza, per affermare che la sua sfida fondamentale si situa nel rapporto del corpo vivente delladolescente moderno con la lingua articolata, quella detta del senso comune. È ciò che io propongo di chiamare “una crisi del linguaggio, o “crisi della lingua articolata all’Altro”. Ed è a partire da questo punto che emerge la questione dell’atto, così importante quando il soggetto non può più articolare il suo essere alla lingua dell’Altro.

Metamorfosi della messa in gioco della pulsione
Questa novità fa del corpo il luogo di una “bizzarra sofferenza,[2] sovente opaca e indicibile, che può condurre alla peggio a un passaggio all’atto, se ignoriamo il reale in gioco.
Freud nomina questo reale, che non si riduce al reale biologico di un semplice aumento ormonale, le metamorfosi della pubertà. Questo momento logico è segnato dalla scoperta dell’emersione di un nuovo oggetto, quello sessuale, che mette in gioco la pulsione sessuale fino a quel momento autoerotica. Un nuovo obiettivo sessuale è dunque dato, o richiesto, cosa che si ripercuote sull’annodamento del corpo con la lingua. In tal modo l’adolescenza è da una parte metaforica, nel senso che implica la sostituzione di un significante a un altro, ma dall’altra parte essa ha a che fare con l’oggetto metonimico, quello della pulsione sessuale, che fa irruzione nel reale che esige sempre dal soggetto, in un modo superegoico, un più di soddisfazione, un più di godere.
La questione è vedere quale prezzo dovrà pagare l’adolescente per superare questa tappa rischiosa della trasformazione del suo corpo, che ne fa un corpo sessuato e che comprende i passaggi all’atto. Nello stesso tempo appare l’incontro con il desiderio sessuale di un partner. È quello che viene davanti alla scena, da qui l’importanza di quello che Lacan chiama l’acting-out. Lì c’è un rimaneggiamento radicale della vita sessuale infantile a causa della scelta dell’oggetto d’amore sessuato. È questa la tappa della riscoperta dell’oggetto al quale l’infante aveva rinunciato alla fine dell’Edipo, prima di entrare nel tempo della latenza. Questa si accompagna alla rimozione dell’oggetto parentale, che si vede definitivamente condannato come oggetto sessuale. In effetti, in piena ricerca di se stesso, l’adolescente si deve assumere, il più delle volte da solo, la sua identità sessuale secondo la formula della sessuazione che deve scegliere.
La psicoanalisi porta una nuova luce su questo momento della pubertà, che Freud rende equivalente alla “perforazione di una galleria da due lati.[3] Quindi un buco (in francese trou, ndt.) in cui un’estremità buca l’autorità, il sapere, la consistenza dell’Altro genitoriale, e l’altra estremità perturba il vissuto del corpo infantile, facendo buco nella sua esistenza di bambino. Un tunnel dove si opera una sconnessione per il soggetto tra il suo essere infantile e il suo essere uomo o donna a venire. Attraversamento del tunnel che Victor Hugo aveva dipinto come una zona crepuscolare da lui chiamata come la più delicata delle transizioni, o “l’inizio di una donna alla fine di una bambina.[4]
La transizione, formula retorica che definisce il passaggio di un’idea a un’altra, rende conto del cambiamento marcato dalla difficoltà che prova il soggetto a continuare a situare il suo essere nel discorso che, fino ad allora, gli dava un’idea di lui come bambino fallico, o il suo posto come oggetto legato al desiderio dell’Altro genitoriale.

Come fare con il buco?
Ogni adolescente testimonia a suo modo di come si situa singolarmente davanti a questo reale del Risveglio di primavera[5]. Per l’adolescente la sessualità fa “buco nel reale[6] e lo confronta a un buco nel sapere che mette in questione tutto il sapere dell’Altro, e lo fa scontrare con un impossibile o con un reale indicibile. Lacan riprende a suo modo il buco del sapere e il buco dell’intima sessualità del bambino, già messa in evidenza da Freud con la sua metafora del tunnel. È in questo che si può identificare la pubertà come un troumatisme.
Il reale della psicoanalisi è quello che Lacan ha scoperto con i suoi pazienti e attraverso l’opera di Freud. Questo reale si trova nel famoso enunciato “non c’è rapporto sessuale”, il cui corrispettivo potrebbe essere: ma c’è del godimento, soprattutto a livello di un più di godere come elemento pulsionale nuovo che sgorga là nel corpo di ciascuno, confrontandolo con un certo fuori-senso, fuori senso del discorso comune.
Non c’è rapporto sessuale significa che, per tutti i soggetti presi nel linguaggio, non c’è niente nell’inconscio che dice a un uomo come comportarsi con una donna e a una donna come comportarsi con un uomo. Il godimento in quanto tale rientra nel regime dell’Uno. Esso è, nel suo fondamento, ideale e solitario, senza stabilire nessun rapporto con l’Altro; anche se il soggetto crede possibile l’esperienza di un rapporto sessuale, il godimento del corpo dell’Altro si scontra con un’impasse, con un impossibile, con un non-rapporto.
A questo reale con il quale Freud si scontra (e che aveva chiamato das Ding”, la cosa freudiana), Lacan ha dato lo statuto logico di una scrittura, quella dell’oggetto a.

Dal buco al legame da stabilire: la tensione tra l’ideale e la maturazione dell’oggetto a
Lacan dà al suo oggetto a la funzione logica di essere quello che, al cuore di ogni essere umano, ha a che fare con un reale inammissibile per la funzione simbolica. Per l’adolescente, questo oggetto a è anche quello che causa le sue sofferenze moderne, sempre moderne dell’essere in diretto contatto con la pulsione.
Perché se può causare il desiderio, chiedendo in un modo paradossale sempre più libertà, la libertà libera, più diritto a vivere la vera vita, essendo affascinati dalle prese del rischio imperativo, potrà anche essere ciò che farà la miseria del soggetto, in nome di una volontà oscura di voler godere ancora più della vita. Oppure, il semplice fatto di essere assoggettati al linguaggio che viene a limitare il godimento in sostanza ha a che fare con la civilizzazione, ma molto spesso gli adolescenti lo rimettono in causa. Da qui si origina questa tensione fondamentale tra passione e ragione, tra sensazione corporea e sensi, tra natura e cultura, tra essere autentico e acconsentire ai sembianti, tra ciò che dell’oggetto a è preso nella pulsione e l’ideale “I” che attraversa tutta la clinica dell’adolescente.
Oggi la sparizione degli ideali, o il loro spostamento verso gli oggetti del godimento o di consumo, ha portato al fatto che l’importanza dell’oggetto rimpiazza quella dell’ideale. È quello che Jacques-Alain Miller ha formalizzato con il matema della modernità, a > I,[7] che ne rileva la tensione soggiacente e ne indica il punto d’impasse. Questo matema ci serve a decifrare ciò che è in gioco nell’adolescenza nella tensione tra ideale e oggetto.
Quindi la caduta dell’identificazione fallica si effettua a mo’ di touché e confronta l’adolecente con la libido, vale a dire al corpo nella sua dimensione pulsionale, presa come oggetto a, al corpo indicibile. Si tratta di questo reale che noi chiamiamola macchia nera[8] (in francese “la tache noir”, ndt.) del soggetto per designare la parte di lui che fa macchia nel quadro della sua esistenza, e che rischia, se egli vi si identifica troppo, di devastare il suo essere. Certi soggetti si identificano con il vuoto che si scopre a mo’ di niente o di rifiuto, altri preferiscono la scommessa narcisistica del corpo come luogo della sensazione fuori senso, della forza della vita.
La consapevolezza del fallimento dell’Altro produce ciò che Lacan chiama “il significante della mancanza dell’Altro, cioè S di A grande barrato, che rivela il reale proprio a ciascuno, ovvero il luogo di questa insicurezza del linguaggio.
D’altro canto Lacan non ha definito la pubertà come il tempo logico “in funzione di un legame, da stabilire, tra la maturazione dell’oggetto a e l’età della pubertà.[9] In questo legame da stabilire, l’adolescente può fare la scelta insondabile di corto-circuitarlo, cosa che lo precipita allora nella messa in scena organizzata dell’acting-out, portando dei vestiti particolari (dizionario del Look), fino a condotte di dipendenza verso la fretta del passaggio all’atto. Se la dimensione dell’atto è così importante nelle patologie dell’adolescenza, è perché l’atto è un tentativo di inscrivere, nelle crisi dell’identità che sono crisi del desiderio, la parte di reale legata all’oggetto a. La recrudescenza dei passaggi all’atto è un tentativo di correlarsi all’oggetto a e di farsi un nome del godimento (tossico, delinquente, ecc...). Questo reale suscita, tuttavia, il risveglio di fantasmi e di sogni che conducono il soggetto a un certo esilio.

L’adolescente, nel quale circola il sangue dell’esilio e di un padre”[10] e i tre esili del soggetto
Da qui il paradosso fondamentale dell’adolescenza che cattura perché quando si parla di crisi, si tratta di ciò che risveglia il reale della sessualità, che invece di rendere possibile il rapporto sessuale come si potrebbe aspettare, solleva in nome della causa del godimento dei fantasmi che allonta, e modifica il rapporto del soggetto alla propria lingua. L’esilio del soggetto è qui ancora più manifesto. Il fallimento nel trovare la parola chiave per entrare nel senso comune, questo godimento dà improvvisamente al soggetto il sentimento di essere nella certezza del vero, lo conduce spesso a sentirsi a parte, in esilio, a rischio di provare un certo vuoto.
C’è in principio l’esilio fondamentale del soggetto, legato al fatto che si deve situare nel linguaggio, o la coppia ordinata S1-S2, per dire ciò che egli è. C’è da tradurre il suo essere nelle parole, ciò che lo esilia dal godimento primitivo del vivente per ripresentarsi nelle parole. Preso dal fatto del reale della pubertà, il soggetto si trova esiliato dal proprio corpo di bambino e dalle parole della sua infanzia, dalla sua lingua dell’infanzia che si articola, senza che possa dire ciò che gli succede.
Il paradosso che affronta allora nel suo incontro con la sua sessualità è che l’ha vista sempre come un qualcosa di estraneo che non si può tradurre in parole, ed è per questo che Lacan parla dell’Altro sesso. Questo terzo esilio, o l’esilio del proprio godimento che avviene in rapporto all’Altro, l’esilio in una solitudine, non si può dire all’Altro. Lacan precisa, che non c’è miglior termine di quello di esilio per esprimere il non-rapporto sessuale[11]. Il troumatisme della sessualità fa da buco nel reale.
La libido può quindi essere considerata una risposta sintomatica alla pubertà del soggetto alla libido[12]. L’adolescente, in lotta contro le pulsioni parziali, al momento in cui la battaglia si fa rabbia, deve identificarsi con gli ideali del suo sesso, che lo rinviano al meglio alla sua solitudine[13]. A causa di ciò che vedeva in lui e i suoi fantasmi,il soggetto pensa che non riesce a comprendere di sé stesso lo rende incomprensibile all’Altro. La delicata transizione dell’adolescenza ha a che fare con l’incontro di questo reale, momento in cui l’angoscia, lo sgomento, la noia, la solitudine e il sentimento di vergogna o l’aggressività occupano il centro della scena. Questi momenti di esilio sono vissuti in modo più acuto e reale quando questi adolescenti vivono in luoghi dove si è già giocata una certa precarietà simbolica, di esclusione o di rifiuto come in alcune scuole nelle banlieues.

Trovare il luogo e la formula di fronte alla situazione di stallo della traduzione
L’adolescenza appare dunque in principio, di fronte a questo buco al quale essa rinvia, come un momento di fragilità per l’adolescente, ma anche di invenzione e di creazione moderna. La poesia moderna è quella che parte da Rimbaud,[14] ci orienta verso l’adolescenza di Rimbaud stesso, che egli chiama “primavera”,[15] scrivendo anche in Vagabondi il vero enunciato paradigmatico dell’adolescenza: “[…] io nell’urgenza di trovare il luogo e la formula”.[16] Frase che tormenta ancora i giovani.[17] L’adolescente vive sempre nell’ultimo, l’attesa è al di sotto delle sue forze,[18] il suo tempo si accorda con la velocità. “Je suis venu trop tôt dans un monde trop vieux” [Sono arrivato troppo presto in un mondo troppo vecchio (ndt.)].[19] Se è sotto pressione, l’adolescente rischia di vagare e di perdere la sua vita correndo dietro ad altre vite.
Ciò che mette fretta al soggetto di trovare il luogo e la formula è la sessualità che fa buco nel reale, che spinge il soggetto a trovare nel senso di trou-ver[20] il luogo dove elaborare la propria formula. Ricercare il luogo e la formula dove essere identificato, ricercare il proprio nome del godimento, non avendo trovato un no al godimento rovinoso emerso al momento della pubertà, resta quindi la ricerca centrale dell’adolescenza. Al momento di presentarsi sulla scena sociale, può trovare un appiglio nel nuovo rapporto del godimento che ha con il proprio corpo. Quando le crisi d’identità sono fonti di crisi del desiderio, l’adolescente può quindi tentare di situarsi attraverso un atto in nome della vera vita. Questa dimensione dell’atto spinge alcuni alla fretta – quell’“urgenza di cui parla Rimbaud a voler mettere alla prova l’atto, a vedere una certa violenza, la dimensione della verità del loro essere.
Difronte all’eccesso di godimento che invade il suo corpo e lo lascia fuori discorso, l’adolescente può dunque scegliere un certo vagabondare verbale o fisico. Si tratta di questo eccesso di godimento che Rimbaud evoca nella sua poesia “Sensazione” e che egli ha saputo scrivere così:

Non dirò niente, non penserò niente: ma
l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e andrò lontano, più lontano come uno zingaro
nella Natura, felice come con una donna”.[21]

Questo eccesso che lascia il soggetto in panne “di traduzioni e di immagini verbali,[22] può chiarire il modo nel quale questa transizione dell’adolescenza è anche un’impresa di traduzione.
 
Di fronte alla crisi del linguaggio, l’etica del dire la propria sofferenza
L’adolescente dice le sue “sensazioni” o i suoi “disturbi in tutti i sensi” nella grammatica pulsionale del proprio tempo, che gode nella prossimità del suo corpo. Si tratta o di situarsi al servizio di una pulsione parziale, ripiegandosi su una volontà oscura che spinge a volere altre cose, e alla quale è difficile cedere, o di reprimerla.
Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia.
– E l’ho trovata amara. – E l’ho insultata”.[23]
Il significante da solo S1 direttamente collegato con la pulsione può allora essere liberato e alterare il legame con l’Altro. La crisi della lingua, legata strutturalmente a questo buco nel reale, mette in questione questo legame con l’Altro e produce l’insicurezza del linguaggio. L’adolescente preferisce assicurarsi da solo il suo S1, che annoda direttamente il suo corpo al pensiero. Se è decisiva la scelta di questi momenti di denuncia dell’Altro, del Sapere dell’Altro, è perché sono differenti secondo le strutture cliniche. Anche se c’è un’ironia propria all’adolescenza, rispetto a questa crisi del linguaggio che essa attraversa, non si tratta dell’infernale ironia della schizofrenia di cui Jacques-Alain Miller precisa, seguendo Lacan,[24] che è “un’arma” alla radice stesa di tutte le relazioni sociali.[25] L’ironia degli adolescenti è quella che mette in questione il Sapere dell’Altro (S2), davanti a tutto il potere della nuova sensazione alla quale essi tengono. È questo S2 che Lacan chiama il Sapere e che è uno dei problemi fondamentali della messa in questione dell’adolescenza. La coppia ordinata S1-S2 è al tempo stesso ciò che chiamiamo linguaggio formale. Questo fondamento dell’articolazione del soggetto con il legame sociale non offre più lo stesso sollievo per alcuni adolescenti, che rivendicano una volontà di godere sia come loro la intendono, sia dal modo di intendere le parole S1 completamente sole che percepiscono nella loro testa. Per questa ragione, spesso senza saperlo, anche senza il Sapere, rifiutano il discorso stabilito al quale avevano acconsentito durante l’infanzia.
Dal fatto di non incontrare più il sollievo di un discorso stabilito, il giovane della nostra “modernità ironica”, si trova solo, più ancora di altre volte, di fronte al “buco del reale” della sua sessualità. Da qui il problema cruciale del dovere dire ciò che fa soffrire, ciò che di suo è in attesa d’essere tradotto, ovvero articolato in S2 all’Altro del Sapere; da qui la necessità di offrirgli un luogo per stabilire di nuovo questo legame, questo legame all’Altro. È a questa lettera di sofferenza che Lacan ha dato lo statuto di oggetto a. Il più delle volte è a partire dalla sensazione che l’adolescente rischia il suo “je” (io); ed è da questa nuova enunciazione che egli tenta di intraprendere ciò che noi chiamiamo la lingua dell’autenticità”, nel senso di “authenti-cité”,[26] questa lingua della sensazione immediata che si gioca o si gode, che si articola piuttosto alla sensazione, come S1, che al significante del Sapere dell’Altro. Con questa lingua l’adolescente mette al posto del Sapere la verità immediata del suo essere.

I paradossi dell’adolescente: domanda di rispetto e provocazione linguistica
È in questo punto preciso che l’adolescente oggi pone ciò che noi abbiamo nominato il suo sintomo, o la sua “domanda di rispetto”.[27] Là si gioca anche per altri una forma di provocazione linguistica. È questo il momento in cui l’adolescente ha il compito, il dovere etico di trovare una lingua per dirsi all’Altro. Ciò fa dire che la crisi dell’adolescente, è prima di tutto una crisi del linguaggio.
Questa ricerca della lingua di Rimbaud, il suo famoso “trovare una lingua è all’inizio dell’enunciato della ragazza de L’esquive”,[28] che dice di parlare la lingua della città, carica di violenza e d’insulti, perché è ciò che le permette di “prendere posizione”. Prendere posizione nella lingua, nel modo più irrispettoso e sgradevole per l’Altro, è spesso un’impasse adottata da alcuni adolescenti. L’adolescente moderno fa un certo uso della lingua e se ne serve più per presentarsi che per rappresentarsi, cosa che implicherebbe una certa perdita di godimento.
Nella sua prefazione al Risveglio di primavera, Lacan ci dice che i ragazzi non penserebbero a fare l’amore con le ragazze senza il risveglio dei loro sogni, senza un certo risveglio della poesia. Gli adolescenti non sarebbero parassitati dagli insulti senza un certo risveglio della loro sessualità. Il vagabondaggio del provocatore moderno fa che egli alloggi nella sua sregolatezza dei sensi nel suo rapporto inedito a una lingua sintomo.
Noi proponiamo di leggere questa modalità provocatrice di parlare come il loro trattamento dell’impasse del buco nel reale con il quale essi si confrontano. Noi proponiamo di saper dire sì, mentre si dice no, di accogliere questa crisi del linguaggio come una crisi della lingua articolata.
Per coloro che si orientano nel discorso analitico, al contrario dei terapeuti cognitivo comportamentali, si tratta, attraverso questa crisi del linguaggio, di privilegiare l’angolazione della produzione di un sintomo, di una singolarità piuttosto che di un deficit: se questa singolarità sembra inadatta, è semplicemente perché non c’è stato, fino a quel momento, un Altro per autenticarla.
Come fare atto di presenza per autenticare, attraverso la propria parola, questa nuova via dell’adolescente, sapendo dire sì alla metamorfosi che l’ha condotto con le sue parole a sé stesso?[29]

Il compito dell’adolescente di fronte al declino dell’autorità
Per Freud, il compito dell’adolescente è di staccarsi dall’autorità dei propri genitori, uno degli effetti più necessari, ma anche tra i più dolorosi dello sviluppo. L’attività fantasmatica, secondo Freud, ha per compito quello di sbarazzarsi dei genitori ormai disprezzati,sia attraverso i sogni ad occhi aperti, le letture, lo scrivere diari segreti o giochi diversi, e può essere oggi la provocazione linguistica. Questo compito non passerà senza ripercussioni sul lato della lingua, perché è spesso attraverso l’autorità della lingua che si manifesta l’autorità dei genitori; il colpo di questa lingua sarà messo in gioco in un modo inedito. “Sto aizzando la lingua con frenesia”,[30] o “[…] m’incanaglio il più possibile[31] nella lingua, diceva Rimbaud.
Nella nostra epoca, forse più di prima, l’autorità della lingua non è più allo stesso posto, essa è talvolta assente e si trova anche spesso denunciata in modo ironico, e questo tanto più che certi giovani non hanno avuto la fortuna di ricevere nel modo corretto questo discorso stabilito dall’Altro, nel quale essi hanno situato il loro essere pulsionale, e che si è soliti chiamare educazione. È all’incontro con la lingua dell’autorità della trasmissione da parte di questi adolescenti e alle loro lingue che noi dobbiamo essere molto sensibili, perché là si gioca l’avvenire della loro inscrizione in ciò che essi hanno in ogni modo da imparare dall’Altro.
Oggi il declino della funzione paterna e il discredito gettato su certi discorsi mette in pericolo il mantenimento di un’autorità autentica. La funzione eccezionale del Padre, annodando la legge al desiderio, mostra come arrangiarsi con il proprio godimento sia nella vita privata, sapendo fare della propria donna la madre dei propri figli e ciò che causa il proprio desiderio, sia nella vita pubblica, offrendo dei punti di repere. Il padre stiva il rispetto e l’amore per un certo uso della lingua. Sapersi arrangiare con il proprio godimento incarnandolo in un modo di vivere e di parlare suscettibile di sostenere un luogo d’identificazione possibile dona diritto al rispetto e all’amore. La caduta di questa funzione del Nome del Padre precipita il soggetto in un disordine tale che egli può decidere di uscirne attraverso una provocazione o un atto sulla scena del mondo.

Una clinica dell’atto
Il corpo dell’adolescente è il luogo dell’esperienza della mancanza di sapere che spinge il soggetto all’esilio, ovvero a staccarsi dall’autorità dei genitori talvolta a prezzo di un atto separatore. La verità immediata del proprio essere, ognuno dà la sua migliore versione di un’invenzione, uno stile di vita, alla peggio rivelando la parte d’impossibile da sopportare attraverso un sintomo o un passaggio all’atto.
Per alcuni il sintomo opera un nodo tra il significante e il corpo, ma per altri, il passaggio all’atto o una pratica di rottura condannano il soggetto a vagabondare, lontano da ogni inscrizione significante di ancoraggio al campo dell’Altro. L’atto serve allora talvolta in modo paradossale per uscire dall’impasse del rapporto con l’Altro, con ciò che si sperimenta come un impossibile a dirsi. Questo atto, che concentra la preoccupazione di autenticità dell’adolescente, è anche la denuncia al mondo dei sembianti che lo circonda. Questi atti, fughe e vagabondaggi, ci vengono a dire come noi psicoanalisti vi rispondiamo in un altro modo senza ridurli a dei disordini del comportamento.
Quando fallisce il processo di traduzione, il processo di nominazione, si manifesta il disordine della condotta come formazione dell’inconscio più lunga, più continua che non è il sintomo freudiano. Anche il disordine del comportamento del soggetto è una risposta di fronte all’insicurezza linguistica che resiste dopo l’incontro con il buco della significazione della lingua.
Anche i disordini del comportamento sono sempre più spesso dei tentativi durante un’impasse di separarsi dall’Altro, segnato da un rifiuto di passare attraverso la parola e i sembianti che essi denunciano. Invitare a leggere questi disturbi come delle pantomime, è proporre di decifrare il testo che agiscono, ovvero il modo in cui il soggetto si situa di fronte al desiderio dell’Altro, con la volontà oscura di volersene separare. Dice Lacan: “Il suicidio è il solo atto che possa riuscire senza fallimenti. Se nessuno ne sa niente, è perché esso procede dal partito preso di non [voler] sapere niente”.[32] L’adolescente reclama a gran voce contro i suoi genitori, spesso in modo irrispettoso, la fiducia di cui ha bisogno per rinforzare la propria fiducia in se stesso, ed è ciò che esattamente manca di fare buco nel suo rapporto con l’Altro.  

Una clinica dell’ideale dell’io e il punto da dove
Se all’orizzonte l’uscita di una soddisfazione Altra sostiene la dimensione dell’atto e spinge l’adolescente a correlarsi a un oggetto del godimento, non scordiamo che nella maggior parte dei casi cerca anche un’uscita significante per nominare la sua parte indicibile, e facendosi nominare (cfr. trattare) dall’Altro: tossicomane o psicopatico, o anche il più delinquente, o la peggiore feccia. Certi adolescenti cedono alla mania della marca inscritta sul corpo – tatuaggi, piercing – come tentativo di inscrivere i limiti che essi non ricevono più dall’Altro. Se, per alcuni, l’oggetto del godimento occupa la scena principale, esso va talvolta a bucare lo scenario che li sosteneva fino a quel momento, permettendoci un margine d’operazione. Per questo si può cogliere come dei nuovi sintomi mettono in evidenza una clinica dell’ideale dell’Io, legato alla funzione di Nome del Padre.
Il Nome del Padre introduce all’uscita dall’Edipo, alla costituzione dell’Ideale a partire dal processo di identificazione, e apre alla costruzione per il soggetto della propria risposta singolare. L’ideale dell’Io, come tratto calcolato su questa funzione paterna, equivale al punto di capitone che stabilizza il sentimento della vita e dà al soggetto il suo luogo nell’Altro e la sua formula. Questo punto d’appoggio, a partire dal quale si dovrebbero decifrare i loro atti, è il “punto da dove” l’adolescente può vedersi degno di essere amato, vedersi amabile per un Altro che sappia dire sì al nuovo, al reale della libido che si manifesta in lui. Questi sintomi appaiono al momento in cui l’adolescente desidera essere visto e riconosciuto in un nuovo modo, mettendo in evidenza una clinica dell’ideale dell’Io nella quale ciò che si mostra è anche ciò che desidera essere inteso, al fine di trovare una risposta. Questo ci permette di leggere altrimenti ciò che si gioca in questi momenti di fughe, di vagabondaggi o di condotte a rischio.

L’adolescente e la psicoanalisi
Lo spazio di libertà di parola che noi offriamo agli adolescenti che riceviamo all’interno della seduta analitica disegna un quadro per cui il soggetto trova la via del nuovo nel dire. Sta a noi cogliere ciò che lo fa agire, aiutandolo a trovare un luogo d’indirizzo per la propria sofferenza, un luogo dove elaborare la propria formula, laddove ciò che egli rifiuta è la formula dell’Altro, e che avrà valore di supplenza. La psicoanalisi, per sostenere la maturazione, deve offrire il legame e il legame dell’associazione libera come traduzione possibile.
Un resto inassimilabile vi si può depositare. Questo resto è questa macchia nera, è l’oggetto a, questo reale insopportabile, questo indicibile, questa parte oscura dell’essere dalla quale non si guarisce, ma nella quale ci si accomoda più o meno bene. L’insopportabile esilia talvolta il soggetto dai suoi sentimenti d’umanità salvo che, se la incontra con l’Altro, apre questo punto da dove a partire da un “sì” alla propria assunzione di parola, alla propria parte dell’eccezionalità, alla propria enunciazione sempre incomparabile. Il nuovo emerge nel detto e può allora orientare una parola inedita, una nuova presa di posizione nella lingua e permettere all’adolescente di esprimere la via nuova che gli si offre.
È a partire da questo oggetto a che il soggetto prende parola, giustamente in un tempo logico necessario “in funzione di un legame, da stabilire, tra la maturazione dell’oggetto a.[33] Grazie alla presenza di uno psicoanalista, l’adolescente può trovare come dare alla propria lingua in impasse una piccola spinta, che può arrivare da questo punto da dove egli si sente parlare a un Altro che il suo analista incarna per lui. Per questo bisogna saper accogliere l’S1 da solo. Bisogna saper dire sì agli S1 del godimento, delle sensazioni immediate, della “libertà libera”, “della vera vita” alla quale essi credono. Bisogna saper offrire un’opportunità inventiva dell’alienazione significante, quella della lingua articolata S1-S2.
Questo è il riparo che si può incontrare con uno psicoanalista, guidando l’adolescente nel compito di dire il suo essere. Uno psicoanalista può per la sua presenza fisica e silenziosa, ovvero non portatrice di un ideale predicato sull’essere del soggetto, ma sapendo ricevere il nuovo, incarnare queste tensioni tra l’oggetto a e l’Ideale. Perché la molla fondamentale dell’operazione analitica è mantenere la distanza tra I e a.[34] L’operazione e la manovra del transfert stanno a regolare in questo modo la distanza tra il punto da dove il soggetto si vede amabile e questo altro punto dove il soggetto di vede causato come mancanza da a, e dove a viene a tappare la beanza che costituisce la divisione inaugurale.[35] Lo psicoanalista può accogliere questo punto di incontro sempre traumatico con l’Altro sesso poiché è ciò che buca il sapere. Può proporsi come garante, nel legame sociale, nello scioglimento di questo nodo tra Ideale e desiderio, al fine di far avvenire qualcosa di nuovo; egli può, grazie alla sua presenza e alla sua responsabilità, aprire la via d’accesso al desiderio di colui che si rivolge a lui, permettendogli di dire in modo paradossale una parte del suo impossibile a dirsi.  

  


[1] A. Rimbaud, “Lettera a Paul Demeny – 15 Maggio 1871”, in Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, p. 455.
[2] A. Rimbaud, “I deserti dell’amore, in Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, p. 195.
[3] S. Freud, “Terzo saggio. Le trasformazioni della pubertà (1905)”, in Tre saggi sulla teoria sessuale, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 92.
[4] V. Hugo citato da A. Stevens, “Sorties de l’adolescence”, in La Petite Girafe, n. 13, Mars 2001: Elle avait cette grâce fugitive de l’allure qui marque la plus délicate des transitions de l’adolescence, les deux crépuscules mêlés, le commencement d’une femme dans la fin d’une enfant [Ella aveva la grazia fuggevole dello stile che caratterizza la più delicata delle transizioni in adolescenza, due crepuscoli mescolati, il principio di una donna nella fine di una bambina]”.
[5] F. Wedekind, Risveglio di primavera, Utet, Torino 1981.
[6] J. Lacan J., “Prefazione” al Risveglio di primavera, in La Psicoanalisi, n. 7, 1990, p. 10.
[7] J.-A. Miller, E. Laurent, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthiques”, in La cause freudienne, revue de psychanalyse, n. 35, 1997.
[8] Questa macchia nera l’abbiamo incontrata in molti scrittori. Cfr. Numier R., J’y suis”. In La Nouvelle Revue Française, n°444, giugno 1990 (pp. 48-50). In questo bel testo, l’autore ci parla del punto di noia che struttura tutta la vita di Rimbaud, il quale diceva di essere preso “acqua sempre nera (in francese “eau toujours noire”, ndt.), luogo della “bizzarra sofferenza” che evoca nei “Deserti dell’amore” (op. cit., p. 195).
[9] J. Lacan, Il Seminario. Il libro X. (p. 281).
[10] A. Rimbaud, Œuvre-Vie, éd. Du centenaire, Arléa 1991 (p. 282).
[11] J. Lacan, Séminaire Livre XXIII, Le Sinthome (1975-1976), Seuil 2005, p 70.
[12] Stevens, Alexandre, « L’adolescence symptôme de la puberté » in Les feuillets du courtil n°15, Publication du Champ Freudien en Belgique, 1998.
[13] C. Louis-Combet, D’île et de mémoire, José Corti, 2004. Si tratta di un piccolo testo da ricordare per la solitudine dell’adolescente alle prese con le pulsioni della sua sessualità, che lo congedano nel “silenzio dove morirono le parole”.
13 R. Barthes, Le degré zéro de l’écriture, Seuil, Paris 1972, p 34.
[15] A. Rimbaud, “Lettera a Théodore de Banville – 24 Maggio 1870”, in op. cit., p. 439.
[16] A. Rimbaud, “Vagabondi”, in op. cit., p 317.
[17] Nel 1991 Henri Thomas, nel suo libro autobiografico “Ai-je une patrie?, scrive: Que j’ai du mêler à mon histoire quelques unes des romances de Rimbaud qui m’ont sauvé à quinze ans, en m’ouvrant ma patrie cachée; le langage; cela répondait à un espoir beaucoup plus profond que toutes les amours [Ho mescolato alla mia storia qualcuna delle poesie di Rimbaud che mi hanno salvato a quindici anni, aprendomi la mia patria nascosta; il linguaggio; e questo rispondeva a una speranza molto più profonda di tutti gli amori (ndt.)]. Ancora, nel 2004, Faïza Guène testimonia in “Kiffe Kiffe demain”, la vita difficile di un’adolescente di città che ha lasciato la scuola molto presto, e il ruolo decisivo che hanno giocato due persone: la sua psicoterapeuta e Hammoudi, un des grands de la cité qui lui récitait des poèmes de Rimbaud, qu’elle trouvait beaux [Uno dei grandi della città che gli recitava dei poemi di Rimbaud, che lei trovava belli (ndt.)].
[18] Hölderlin, Fragments Thalia, in Œuvres complètes, La pléiade, Gallimard 1976, p 113.
[19] A. Rimbaud, citato da A. Borer nella sua prefazione al testo Œuvre-vie, op.cit.
[20] Scomposizione della parola che mette in evidenza la radice trou del verbo (ndt.).
[21] A. Rimbaud, Sensazione”, in op. cit., p. 11.
[22] S. Freud, “Lettera a Fliess, n. 46, in Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904), Bollati Boringhieri, Torino 1986.
[23] A. Rimbaud, “Una stagione in Inferno”, in op. cit., p. 211.
[24] Lacan, rispondendo a degli studenti di filosofia, si riferisce alla sua clinica per dire che la funzione sociale della malattia mentale è l’ironia: “Quand vous aurez la pratique du schizophrène, vous saurez l’ironie qui l’arme, portant à la racine de toute relation sociale”. [Quando avrete esperienza della pratica con la schizofrenia, voi capirete che l’ironia che la arma è la radice di tutte le relazioni sociali (ndt)]. Cfr. J. Lacan, “Réponses à des étudiants en philosophie sur l’objet de la psychanalyse, 19 Febbraio 1966 , in Les Cahiers pour l’analyse, Epistémologie de l’Ecole Normale Supérieure, n. 3, mai-juin 1966.
[25] J.-A. Miller, Clinique ironique, in Revue de La cause freudienne, n. 23, 1993.
[26] Qui l’autore scompone la parola francese per sottolineare il legame con la civiltà: “authenti-cité” (ndt.).
[27] P. Lacadée, La demande de respect”, in Le malentendu de l’enfant, op. cit, p. 325.
[28] Film scritto e realizzato da Abdellatif Kechiche, uscito nelle sale nel 2004.
[29] J.-A. Miller, Du nouveau!… Introduzione alla lettura del Seminario V di J. Lacan, Ed. Rue Huysmans, Paris 2000.
[30] A. Rimbaud, “Lettera a Ernest Delahaye – 5 Marzo 1875”, in op. cit., p. 476.
[31] A. Rimbaud, “Lettera a Georges Izambard – 13 Maggio 1871”, in op. cit., p. 448.
[32] J. Lacan, Radiofonia/Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 97.
[33] J. Lacan, Il seminario. Il libro X, Einaudi, Torino 2007, p. 281.
[34] J. Lacan, Il seminario. Libro XI, Einaudi, Torino 2003.
[35] J. Lacan, Il seminario. Libro XI, Einaudi, Torino 2003.


Philippe Lacadée
Traduzione di Federica Facchin