mercoledì 9 gennaio 2019

Seminario fondamentale Istituto Freudiano di Milano del 22 settembre 2018. Docente invitato: Vincent Palomera


Testo di riferimento: Il seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione
Su un sogno analizzato da Ella Sharpe



Cinque lezioni del seminario VI sono dedicate al sogno di un paziente della psicoanalista britannica Ella Sharpe: Lacan ne fa una disamina, mettendone in luce i punti chiave e verificando gli effetti delle interpretazioni fatte dalla psicoanalista.
Come premesso dalla stessa Sharpe il sogno è complesso, il paziente lo definisce immenso, aggettivo di cui prendere nota, che si rivelerà molto importante per l’interpretazione.
È un sogno che Lacan ritiene paradigmatico delle difficoltà dell’ossessivo rispetto al suo desiderio e alla sua sessualità.


Il paziente di Ella Sharpe: il padre e il sintomo

Innanzitutto va premesso che il padre del paziente era morto quando lui aveva 8 anni. Di lui dice di avere pochi ricordi, di non provare sentimenti: Ella Sharpe evidenzia che nel transfert è l’analista stessa ad essere messa nel luogo di questo padre morto. Difatti l’unica manifestazione transferale è l'angoscia che pervade quest’uomo in prossimità del weekend. Preso in un fantasma di onnipotenza il paziente crede di aver ucciso il padre e per Sharpe è compito dell’analista interpretare il desiderio di sbarazzarsi di questo padre.
Sintomo principale sono le severe fobie: arriva in analisi perché intimorito dal possibile successo professionale come avvocato. Il paziente riferisce che le ultime parole del padre sul punto di morte sono state: «Robert deve prendere il mio posto». Una frase equivoca: potrebbe voler dire prendere il posto del padre come adulto ma anche quello del morto; “il mio posto” è il posto dove si è ma anche il posto in cui il padre sta morendo.
Sharpe nota che la morte del padre ha rinforzato anche il fantasma inconscio della madre divoratrice: l’analisi ha il compito di ridurre il timore dei desideri aggressivi del soggetto, vale a dire far sì che il desiderio libidico cessi di significare la morte. È la posizione del soggetto ossessivo, in perenne confronto con la morte e con l'aggressività. Fino a quel punto dell'analisi il paziente si era mostrato mortificato, dunque il rapporto stesso con il suo desiderio era mortificato.
Per questa stimata analista, riconosciuta nella comunità psicoanalitica inglese e citata più volte da Lacan, uno dei principi della sua pratica era di non interessarsi troppo del sintomo – in questo caso l’inibizione al lavoro –, quanto piuttosto alle attività ludiche che il paziente praticava (sport e giochi).


La tosse, le associazioni e il sogno

Ella Sharpe descrive questo paziente come un uomo con un grande controllo di sé ma anche con una grande paura dei sentimenti. A questo proposito l’analista nota come non lo sentisse mai arrivare ma un giorno lo avverte tossire mentre sta salendo le scale che portano allo studio: una tosse debole, un colpetto di tosse. L’analista vede in questa tosse qualcosa di nuovo che accoglie con interesse; si trattiene comunque da richiamare l’attenzione tuttavia è il paziente stesso a soffermarcisi: a cosa serva “quella tossetta”?
Da questa domanda il paziente produce un fantasma: la “tossetta” è una di quel genere di azioni che accadono quando si entra in una stanza dove ci sono due innamorati, serve ad avvertirli che stanno per essere disturbati. Il paziente ricorda di aver fatto lo stesso quando era adolescente, a 15 anni: suo fratello e la ragazza s’incontravano da soli nel salotto e lui, quando era in prossimità, tossiva per annunciarsi. L'analista domanda, allora, la motivazione della tosse prima di entrare nel suo studio: il paziente lo ritiene assurdo perché non sarebbe invitato se qualcuno fosse dentro.
Emerge un altro fantasma: quando era nella camera dove non avrebbe dovuto essere pensava che, per evitare che qualcuno entrasse e lo sorprendesse, era pronto ad abbaiare come un cane così da dissimulare la sua presenza. Avrebbero pensato: «Ah c’è soltanto un cane qua dentro!».
Il paziente allora associa un ricordo: era con il suo cane in una stanza e questi si masturbava strofinandosi contro la sua gamba; si vergognava di non averlo fermato, qualcuno sarebbe potuto entrare!
A questo punto racconta il sogno terribile, interminabile:

«Mi ci vorrebbe tutta l’ora per raccontarlo. Ma non si preoccupi; non l’annoierò con quello per il semplice motivo che non riesco a ricordarlo. Ma era un sogno eccitante, pieno di eventi, di interesse. Quando mi sono svegliato avevo caldo ed ero sudato. Deve essere stato il sogno più lungo che abbia mai fatto.» (p. 161)

Il sogno, comunque non gli ha provocato l’orgasmo. Tuttavia Lacan insiste molto sulle parole utilizzate dal soggetto e condivide la conclusione tratta da Ella Sharpe a riguardo: è una masturbazione del soggetto. Il paziente ammette nel colloquio, con vergogna, che da giovane lui aveva masturbato un altro ragazzo.
Emerge qualche passaggio di questo sogno: inizialmente il paziente sta facendo un viaggio con la moglie intorno al mondo e c’è già una sfumatura graziosa, degna di nota, rispetto all'ordine dei complementi circostanziali. La costruzione corretta in francese è «stavo facendo un viaggio intorno al mondo con mia moglie» e non «stavo facendo un viaggio con mia moglie intorno al mondo». La differenza è importante per questo paziente perché muta il luogo della donna, che Lacan interpreta come il luogo del fallo.
Il sogno riportato dal paziente è il seguente:

«Stavo facendo un viaggio con mia moglie intorno al mondo e siamo arrivati in Cecoslovacchia dove stavano succedendo le cose più strane. Ho incontrato una donna per strada, una strada che ricorda quella che le ho descritto negli altri due sogni recenti in cui facevo dei giochi sessuali con una donna davanti ad un’altra donna.
A questo punto [dice Lacan, ndr] l’autrice cambia i caratteri tipografici – a giusto titolo, perché si tratta di una riflessione laterale: La stessa cosa è successa in questo sogno.
Questa volta era presente mia moglie mentre avveniva questo incontro sessuale. Quella donna aveva un’aria molto appassionata – was very passionate looking... – e qui c’è di nuovo un cambiamento tipografico, a sottolineare un commento che è già un’associazione: e mi ricorda una donna che ho visto ieri al ristorante. Era bruna con le labbra piene, molto rosse e passionate looking – stessa espressione, stessa aria passionale -, ed era evidente che se l’avessi minimamente incoraggiata avrebbe risposto. Deve avere stimolato il sogno, immagino.
Nel sogno la donna voleva avere un rapporto sessuale con me e ha preso l’iniziativa, il che, come lei sa, mi aiuta molto. E qui commenta: Se è la donna che prende l’iniziativa per me le cose sono più facili. Nel sogno la donna giaceva sopra di me; evidentemente intendeva inserire il mio pene nel suo corpo. Lo capivo dalle manovre che stava facendo. Io non ero d’accordo e lei era così delusa che ho pensato di masturbarla - she was so disappointed I throught I would mastrubate her. Ripresa del commento: Sembra così scorretto usare quel verbo transitivamente. Si può dire «Mi sono masturbato» – I masturbated – ed è esatto, ma è sbagliato usare il verbo transitivamente [ovvero “Masturbate her”, ndr].
La particolarità del verbo inglese sta in effetti nel non avere forma riflessiva come c’è nel francese. I masturbate vuol dire “io mi masturbo”. L’analista non manca di storcere il naso a questa osservazione del soggetto. Costui aggiunge alcune annotazioni confermative cominciando ad associare sulle masturbazioni.» (pp. 162-163)

Ricorda che la vagina ha afferrato il suo dito. Non ci ha messo il pene ma il dito. Segue, allora, una serie di associazioni molto importanti in relazione all’orgasmo di questa donna: vede i genitali davanti a lui e alla fine della vulva qualcosa di grosso sporge come la piega di un cappuccio «era di questo che la donna si serviva per prendere il mio dito. La vagina sembrava chiudersi intorno al mio dito» (p. 197). A partire dalla domanda dell’analista il paziente aggiunge altre associazioni:

«C’è una caverna sulla collina dove abitavo da bambino, ci andavo con mia madre. La sua caratteristica è che ha una sommità sporgente, overhanging top, che assomiglia ad un enorme labbro» (p. 197).

Quando era bambino pensava fosse il labbro di un mostro. A questo punto il paziente associa alcuni jokes (scherzi):

«sul fatto che le labia – senso genitale del termine labbra – sono disposte di traverso e non longitudinalmente, ma non ricordo come suonasse, forse un confronto fra la scrittura cinese e la nostra, che cominciano da lati diversi, o dal basso verso l’alto. Naturalmente le labia sono side by side – cioè affiancate -, parallele, e le pareti della vagina sono davanti e dietro, vale a dire una longitudinalmente e l’altra di traverso. Penso ancora al cappuccio» (p. 197).

Questo significante, il cappuccio, è estremamente importante per il soggetto in quanto ne indica la posizione nel fantasma e nella vita.
La successiva associazione riguarda un uomo durante una partita a golf, che gli promette di procurargli una borsa per le sue mazze, confezionata con materiale che assomigliava a quello di una capote di un’auto sportiva. Quest’uomo aveva un accento cockney, dialetto londinese, che il paziente imita molto bene e ciò gli rammenta un’amica che fa imitazioni molto riuscite alla radio. Quindi si accusa di ostentazione perché ciò lo induce a parlare del suo apparecchio radio che capta tutte le stazioni, nello stesso modo in cui l’amica trasmette, attraverso le onde radio, in tutto il mondo.
Tra le interpretazioni dell’amica ve n’è una di un uomo che canta una tipica canzone inglese: “Dove hai pescato quel cappello, dove ha preso quella tegola”. Il termine tile, tegola, designa più particolarmente quello che talvolta viene chiamato tube, ossia un cappello a cilindro.
Insomma il cappuccio non lo lascia in pace: emerge il ricordo della prima macchina e della capote che quando era abbassata era fissata con delle cinghie, altro significante di rilievo. Aveva l’abitudine di collezionare le cinghie, da piccolo tagliava quelle di cuoio della sorella: questo desiderio non si accorda con il fare qualcosa di utile. In verità era un rituale ossessivo, le tagliava in modo compulsivo. Inoltre le cinghie si vedono nelle carrozzine dei bambini e lui non ricordava che nella sua famiglia ci fosse una carrozzina ma soltanto la sedia a rotelle di suo padre.
All’improvviso ricorda di non aver spedito due lettere per comunicare l’ammissione di due membri al club, anche se si era vantato di essere un segretario migliore del precedente. A proposito di questa dimenticanza cita una frase del Book of Common Prayer, libro delle preghiere della Chiesa anglicana che riporta come: «Oh  well…We have undone those things or to have done and there is no good thing in us», ovvero «abbiamo disfatto le cose che avremmo dovuto fare». Lacan osserva che manca una frase intera nella citazione del paziente, ossia «abbiamo fatto le cose che non dovevamo fare». È sintomatico del paziente: è incapace di fare alcunché, per timore di riuscire troppo bene. Il paziente mette questo in relazione con “non c’è niente di buono in noi” e, segnala Lacan, quest’oggetto buono, il fallo, non c’è. Il significante “undone”, “disfatto”, “non-fatto”, lo rimanda ai bottoni della patta, lasciati sbottonati, ripresi da un sogno in cui un uomo gli dice di chiudere i bottoni della giacca. Questo significante lo conduce nuovamente alle cinghie e al fatto di essere stato legato al letto per non cadere.


L’interpretazione del sogno di Ella Sharpe

Sharpe riassume questo materiale seguendo l’ordine d’enunciazione, e Lacan ne cerca la chiave d’interpretazione partendo dalle ripetizioni come il cappuccio, le cinghie, il “non-fare”, l’inibizione. Sharpe stessa trova che sia estremamente importante il momento in cui questo sogno viene ricordato, ovvero dopo l’aver parlato del cane e più precisamente secondo la sequenza:

arrivo in seduta -> piccolo colpo di tosse -> associazione con l’episodio del cane che si masturba sulla sua gamba -> ricorda il sogno.

Nell’istante precedente al ricordo del sogno il paziente si identifica con un cane e perciò la significazione del sogno è quella di un fantasma di masturbazione. Lacan concorda con questa conclusione di Ella Sharpe.
Altro tema importante è quello della potenza, come mostrano vari elementi: il sogno immenso, «il più lungo che abbia mai fatto»; il viaggio intorno al mondo; l’amica speaker che parla a tutto il mondo; la radio che capta tutte le stazioni, il cui racconto fa trasparire una sua certa soddisfazione a riguardo; e infine riguardo al racconto dell’imitazione ciò che spicca è che lui e l’amica imitavano uomini potenti.
Lacan s’interroga su questi fantasmi di immenso potere, di omni-potenza, che nell’ossessivo prendono il crinale dell’onnipotenza del pensiero. Sharpe si serve di una strana logica per spiegare questo fantasma d’immenso potere: parte dal significante cappuccio che rimanda al prolasso della caverna sulle colline visitava dal paziente insieme alla madre, per arrivare a collegarlo con il fantasma di masturbazione, rapportandolo all’idea dell’immenso potere della madre terra. La gigantesca caverna con le labbra sporgenti è la seconda significazione importante del sogno.
Secondo Sharpe la ricchezza delle associazioni intorno al cappuccio (labbra, labia, vulva, bocca, auto, ecc.) prova che l’episodio della caverna sia un ricordo di copertura. Da piccolo avrebbe visto gli organi genitali di una donna, probabilmente la sorella più grande di otto anni o forse sua madre nuda e questa percezione sarebbe responsabile dei suoi fantasmi di potenza: la donna bruna del ristorante presente nel sogno potrebbe essere sua madre.
Il tema della masturbazione infantile lo si deduce dai sogni e dai ricordi in cui il paziente deve abbottonarsi ma anche da quelli in cui il paziente si trova legato con le cinghie al letto: queste scene vengono poi commentate dal paziente il quale afferma che non c’è nulla che possa fare arrabbiare di più un bambino che essere bloccato nei movimenti. Lo stesso sintomo della tosse compulsiva va in questa direzione.
Ella Sharpe interpreta questo materiale notando che il paziente non aveva voluto che la madre avesse altri figli oltre lui: il tagliare le cinghie era un atto di aggressione nei confronti dei suoi rivali.  Come manifestazione attuale dell’odio del paziente è invece ascrivibile l’esempio della mancata apertura della lettera di ammissione al club. Proprio da questo atto mancato si aggancia la dimenticanza del significante undone che evoca i bottoni della patta aperta.  Il senso dell’interpretazione di Sharpe va verso la volontà di esibizione del pene come volontà aggressiva: da bambino il paziente era stato legato al letto perché si masturbava molto.
Anche il tema del non disturbare gli altri è molto presente: la sua tosse separa gli amanti, lui ha molta cura di non disturbare gli altri, e ciò emerge con il sogno della visita della regina alla sua città, nel quale emerge il timore che la sua macchina si potesse bloccare nel bel mezzo del percorso della coppia reale: situazione assolutamente imbarazzante.
Ecco allora che la tosse emessa prima di entrare nella stanza non è che una pallida rappresentazione di una situazione infantile in cui lui impedisce “il progredire della coppia reale”, ovvero l’unione parentale, non per la sua immobilità, né per la discrezione, ma per il movimento dei suoi intestini e per le sue urla.
Sharpe si sofferma anche sul fantasma della vagina dentata che si evidenzia dalla geografia sessuale del paziente: caverna, sporgenza, ecc. ma anche le manovre della donna che vuole introdurre il pene, vengono interpretate dall’analista alla luce dei fantasmi aggressivi.
Nelle sedute successive il paziente si lamenta delle leggere coliche stomacali che evocano le sue diarrea infantili; la tosse va nella stessa direzione. Parla anche delle sue difficoltà con il gioco del tennis: non riesce nella classica mossa di lanciare la palla in un angolo per poi ribattere in quello opposto, ovvero non riesce a costringere il suo l'avversario in un angolo (to corner) del campo. Sharpe mostra gli effetti delle sue interpretazioni brutali:
1)       L'analista fa il paragone con il meccanico che non è «riuscito a riparare l'auto di suo padre. Il meccanico è molto gentile così che il paziente potesse essere in colera». Qui l'auto non è al posto del fallo, la Sharpe non lo coglie e quindi non coglie essere un elemento inutilizzabile.
2)      Subito dopo il racconto il paziente le comunica che per la prima volta dall'infanzia ha fatto la pipi a letto: enuresi notturna.
Ella Sharpe però non coglie nuovamente, anzi si sofferma sul fatto che il paziente, a un certo punto della cura, riesca a confrontarsi con il suo avversario di tennis, giudicando il tutto molto positivamente. Lacan segnala che quest’interpretazione ha invece come effetto un’aggressione, una reazione transitoria, un sintomo, un’enuresi, che invece la Sharpe legge come un primo contatto con la situazione infantile in cui lui era il rivale del padre.
Lacan è meno ottimista in relazione a questo sintomo e difatti il paziente fa un sogno finale nel quale, durante una partita di tennis, afferra per il bavero un compagno che lo scherniva per il suo gioco. Laddove Sharpe ci legge un’aggressività positiva, Lacan la vede come più problematica.


La lettura di Lacan

Nella sua interpretazione, Lacan, per prima cosa affronta la questione dell’onnipotenza del soggetto. Nonostante la stima di Lacan nei confronti di Sharpe, mette in questione tale assunto: c’è davvero ragione di supporre a questo soggetto un desiderio di onnipotenza? Forse questo desiderio di onnipotenza è in rapporto con il suo sintomo, cioè con la difficoltà di lavorare, di mettere l'Altro all’angolo; forse c’è piuttosto una difficoltà di manifestare la propria potenza.
Sharpe interpreta il desiderio del suo paziente nel senso di un conflitto aggressivo, cioè immaginario, e l’argomenta come ritorno di desiderio di onnipotenza; ma per Lacan quest’interpretazione stessa resta sull’asse immaginario. Seguendo il materiale portato dal paziente possiamo rendere omaggio alla sottigliezza analitica di Sharpe nel mettere il colpo di tosse al centro della questione, ma Lacan rimprovera all'analista di non aver capito quello che il paziente diceva, di aver ignorato la dimensione di messaggio insita in ogni enunciazione, come riprende nel grafo a p. 178. Infatti, a p. 177, Lacan osserva:

«Insomma, la questione a proposito della tosse come messaggio è lì, con la sua forma di punto interrogativo, nella parte superiore del grafo. Per consentire di reperire il punto in cui siamo arrivati, vi metto anche la parte inferiore del grafo che in un’altra circostanza ho definito dicendovi che è il livello del discorso dell’Altro.
È evidente che è qui che il soggetto è entrato nel discorso analitico e che pone lateralmente una questione concernente l’Altro che è in lui, ovvero il suo inconscio. Questo livello di articolazione è sempre incombente in ogni soggetto nella misura in cui si chiede: Ma Lui [L’Altro in sé stesso, ndr], che cosa vuole?
Non si tratta di un enunciato innocente fatto all’interno dell’analisi. Non c’è alcun dubbio che questo interrogativo si enunci a un livello che si distingue dal primo piano verbale, quello dell’enunciato innocente, e che contrassegni il luogo in cui situiamo quello che infine deve essere lo shibboleth dell’analisi, e cioè il significante dell’Altro. Questo significante è precisamente ciò che è velato al nevrotico, in quanto costui non conosce la sua incidenza e si interroga a tal proposito. In questo caso egli lo riconosce, ma è lontano dall’avere una risposta. Da qui l’interrogazione Che cos’è questo significante dell’Altro che è in me? [es. la tosse, che cos’è questa tosse? Si pone come domanda dell’Altro nel soggetto, ndr]
Per farla breve diciamo, con termini adeguati all’inizio dell’esposizione, che il soggetto è lungi dal poter riconoscere, e giustamente, che l’Altro è castrato, così come non lo riconosce a se stesso. Per il momento, da quella posizione di innocenza, o di dotta ignoranza, costituita dal fatto di essere in analisi, egli si chiede semplicemente che cos’è quel significante, in quanto è significante di qualcosa nel suo inconscio, in quanto è significate dell’Altro.»

La posizione del nevrotico rifiuta di riconoscere la castrazione dell’Altro. La funzione del fantasma è di mantenere l’Altro non castrato, di sostenere l’Altro. Secondo Lacan il paziente quindi va al di là dell’analista mediante il colpo di tosse: è un’interpretazione dell’analizzate che però non sostituisce quella dell’analista.
Quindi qual è l’obiettivo del messaggio “colpo di tosse”? È una questione concernente l’Altro, è la domanda che Cazotte, ne Il diavolo innamorato, ha rappresentato con il diavolo che chiede «Che vuoi?». Il luogo a cui questa questione punta è lo shibboleth dell’analisi, la parola d’ordine, oggi potremmo dire password. Shibboleth è una parola che Freud ripesca dall’Antico Testamento, data la difficoltà di pronuncia veniva richiesta per capire se chi si aveva davanti fosse straniero.
Per Lacan, Ella Sharpe elide questo significante nell’Altro: l’analista ascolta la tosse ma non interviene per non distruggere questa manifestazione dell’inconscio, tuttavia ne prende nota. In tutto questo movimento è l’inconscio che parla! Il soggetto porta qualcosa senza sapere che cosa sia, anche l’analista non capisce, ma ne coglie l’importanza per questo paziente sempre silenzioso, che arrivava sempre in orario, e manifesta la sua presenza in questo modo.
L’inconscio dice che questa tosse è involontaria, prodotta prima di entrare nella camera, deve avere una finalità, quindi è un messaggio. La Sharpe ne domanda la finalità e il paziente risponde che lo si farebbe prima di entrare in una stanza che ospita due innamorati. Al di là del fatto che Sharpe non parli di messaggio, non è certo questo il problema, la questione che Lacan imputa alla psicoanalista inglese è che sopprima il terzo, riducendo la questione sul piano dei due amanti che stanno insieme. Quel che importa a Lacan è che ci sono due persone e una terza che non è nella camera, le due stanno insieme quando il terzo è fuori; quando entra non sono più insieme. Ciò che si evidenzia per Lacan è che la questione del fantasma sessuale sia piuttosto dal lato dell’analista, mentre la domanda da porsi resta sempre: perché il paziente tossisce prima di entrare nella stanza dell’analista?
Alle pp. 178-179 Lacan continua:

«Ella enumererà le idee relative al motivo per cui uno tossisce – è così che prende le cose. Certo, sono idee che riguardano la tosse, ma dicono già molto di più di una semplice catena lineare di idee.
Si va già abbozzando qualcosa che è stato individuato, per l’appunto qui sul nostro grafo.
Ella Sharpe ci dice che la tosse porta anzitutto thoughts of lovers being together, pensieri riguardo ad amanti che stanno insieme.
Quello che ha detto il paziente ve l’ho letto, e mi pare che non possa affatto riassumersi in questo modo.
Se lo ascoltiamo, l’idea che adduce è quella di qualcuno che arriva come terzo da questi amanti che sono insieme. Arriva come terzo, ma non lo fa in un modo qualsiasi, giacché si adopera per non arrivare da terzo in un modo troppo imbarazzante.
In altri termini, è assolutamente importante puntualizzare subito che, se ci sono tre personaggi, il metterli insieme implica delle variazioni nel tempo, delle variazioni che sono coerenti, vale a dire che essi sono insieme fintantoché il terzo è fuori. Quando il terzo è entrato non lo sono più – la cosa salta agli occhi.
Potete giustamente dirvi che, se ci occorre una settimana di meditazione per venire a capo di quello che il paziente ci apporta, così come ci serviranno due seminari per coprire la materia apportata dal sogno e dalla sua interpretazione, l’analisi potrebbe sembrare qualcosa di insormontabile soprattutto perché le cose non potranno non gonfiarsi e noi saremo rapidamente sopraffatti. Ma in realtà questa non è affatto un’obiezione valida, per la buona ragione che, in una certa misura, l’essenziale sta nello schema che prende forma fin da subito. Vale a dire che, quando il terzo è fuori, i due sono insieme e, quando il terzo è dentro, i due non sono più insieme.»

Lacan dà molta importanza al fantasma secondo cui il soggetto è: in una stanza, nel cappuccio, avvolto nelle cinghie, dentro l’auto impedendo il passaggio della coppia reale; insomma si può dire che sia sempre incappucciato.
Il soggetto è in uno spazio, in una stanza, ma non desidera esserci e ha l’idea di dover avvertire della sua presenza abbaiando come un cane. Si può dire che il fantasma si articoli come la metafora del soggetto. Ella Sharpe parla di: «Fantasma di essere dove non dovrebbe essere, e di abbaiare come un cane per mettere fuori pista la gente» (p. 180). Il rifiuto di questo fantasma è dunque non essere lì dove è.
Per Lacan non è sufficiente capire un fantasma ma bisogna analizzarlo nella sua struttura, perciò si sofferma anche sull’abbaiare. Il paziente immagina di abbaiare in questo posto dove non dovrebbe essere. Abbaiare è un significante nel suo fantasma e dice che egli è altro da quello che è: «L’abbaiare è qui il significante di ciò che egli non è. Egli non è un cane, ma grazie a quel significante il risultato è perfettamente ottenuto nel fantasma: egli è altro da quel che è» (p. 182).
Si potrebbe scrivere questo significante sullo schema nel posto dell’Altro ma non si sostiene lì, piuttosto opera come metafora, e più precisamente come la prima metafora – differenziandola dalla seconda quindi. Proprio dà qui Lacan parte per muovere le sue critiche a Piaget e alla sua Psicologia genetica e per farlo usa l’osservazione di un suo amico il quale gli aveva raccontato che pur nominando il proprio cane solamente come “il cane”, il figlio lo chiamasse con il termine onomatopeico “bau-bau”. Il bambino, in quanto preso nel linguaggio, può costruire una catena significante come ad esempio “il cane fa miao miao e il gatto fa bau-bau”. Il potere metaforico del significante permette anche questo oscurare tutto; ciò permette di cogliere come il punto focale non è l’onnipotenza del pensiero del soggetto ma semmai è la potenza del linguaggio! Ciò che è veramente potente è la capacità di creare la metafora primitiva e il bambino, con i suoi enunciati a volte paradossali – appunto, per esempio, “il cane fa miao miao e il cane fa bau bau” – ci insegna come mettere alla prova il potere significante della parola.
Nel suo fantasma il paziente dice «È un cane o C’è soltanto un cane e chiede di essere interpretato in modo significante.» (p.187). Il cane è al posto dell’altro immaginario, qualcosa del fantasma è abbozzato. Seguendo Lacan si può dire che la lettura di Sharpe degrada il simbolico all’immaginario ma questa operazione non esclude la funzione della metafora primitiva, piuttosto la suppone. A proposito del ricordo del cane che si masturba sulla gamba del paziente ciò significa che il cane, nel fantasma, è nel posto dell’altro immaginario, ma l’Altro non è assente, e ciò lo si evince perché quando diventa testimone il soggetto sparisce per la vergogna. Il soggetto è dunque preso tra il piccolo altro che non parla – ma il cane è anche l’ideale dell’Altro – e l’Altro nel quale si va a parlare. Il soggetto quindi sparisce tra questi due altri, ma sorge nel loro intervallo attraverso il ricordo del suo sogno.
Nella sua dettagliata analisi Lacan poi si sofferma in particolare sui jokes a proposito degli organi genitali della donna, per segnalare l’errore di ridurre il sogno all’immaginario, innanzitutto, egli dissipa l’idea che la donna debba essere interpretata a partire dal fantasma della donna fallica.
Il cappuccio non è il fallo della donna. Lacan condivide l’interpretazione di Sharpe che prende il sogno come un fantasma masturbatorio però, al contrario, dimostra che l’interpretazione secondo cui questo fantasma sarebbe legato a un desiderio d’onnipotenza non è corretta. Sharpe era una professoressa di lingua inglese, conosceva bene la letteratura, aveva scritto su Shakespeare, aveva a lungo lavorato sulla metafora, ma per Lacan confonde l’onnipotenza del soggetto con l’onnipotenza della parola, però è proprio di quest’ultima che invece si tratta! Il soggetto soffre di fobie che fanno si che il suo rapporto con la parola sia difficile, un rapporto indispensabile per chi nel suo lavoro difendere con la parola, argomentando i diritti dei suoi assistiti.
Il paziente non si serve della parola se non per essere da un’altra parte. Sharpe deduce l’onnipotenza del soggetto dal carattere enorme del sogno e non vede che quest’enormità del sogno, è su un versante immaginario: alla fin fine la montagna ha partorito un topolino.
Anche la caverna gigante era servita a Sharpe come argomento in favore dell’onnipotenza. Essa rappresenta l’organo di una donna visto da un bambino, costui dovrebbe acquisire aggressività in aprés coup per poterne essere all’altezza.
Lacan non lo intende in questo modo e richiama l’attenzione sul fatto che il ragazzo lungo il suo sviluppo patisce piuttosto che dell’impotenza, dell’inadeguatezza del suo pene. L’immagine fondamentale di questo sogno è una sorta di fodero, di guaina, di guanto, quindi nuovamente torna il tema della copertura, come con il cappuccio, ecc., ed è in rapporto a questa immagine che il soggetto situa il suo desiderio. Il suo desiderio è invischiato nell’Altro: ciò è quello che significa l’immagine del guanto.
Nella teoria di Lacan il soggetto non è incluso nell’Altro ma deve situarcisi in un certo rapporto, rispetto all’essere, ed è questo rapporto ciò che il paziente non ha raggiunto.
Partendo da questa lettura Lacan fornisce una sua interpretazione del fantasma concernente l’aver bloccato il percorso della coppia reale. Se l’analista vedeva nuovamente una manifestazione dell’onnipotenza temuta dal soggetto stesso, Lacan invece sottolinea il fatto che paziente ci vada nell’auto. Questa macchina ha una capote che evoca la caverna, l’auto è per Lacan dunque un simbolo fallico, ma anche un simbolo femminile: ferma la coppia reale, bloccando il percorso. Il pensiero è quello di separare i genitori, la preoccupazione è quella di separare in essi i principi maschile e femminile.

«Un'altra parte dei ricordi del paziente ci mostrerà che c’è un certo rapporto fra lui e la congiunzione sessuale. Ce n’è stata una nella sua infanzia, è incontestabile. Ma dov’era lui? Era nel suo letto e, come vedrete, rigidamente fasciato con le lenzuola fermate da spilli. Abbiamo altri elementi che ci mostrano il soggetto nella sua carrozzina, con delle cinghie, delle corregge. Nella misura in cui è legato, tenuto fermo, egli non può godere del suo fantasma, né può parteciparvi se non mediante quell’attività supplementare, derivata, spostata che è l’urinare compulsionale. Di quella specie di supplemento, di falso godimento che gli dà l’urinare constatiamo frequentemente l’incidenza nei soggetti in relazione alla prossimità del coito parentale.
Che cosa diventa egli in quel momento? Precisamente quella partner di cui ci dice che ha così tanto bisogno di lui, che è lui che deve mostrarle tutto, che deve fare tutto, che deve femminilizzarsi. Nella misura in cui è impotente, se così si può dire, egli è maschio. E non c’è dubbio che questo trovi delle compensazioni sul piano della potenza ambiziosa. Ma nella misura in cui è liberato, egli si femminilizza.
Il problema risiede in questa specie di gioco di prestigio, di doppio-gioco di non separazione in lui delle due facce della femminilità e della mascolinità, in questo tipo di apprensione fantasmatica unica, fondamentalmente masturbatoria, del desiderio genitale.» (pp. 211-212)

Il desiderio di separare i genitori e, in questa operazione, di separare in essi il principio femminile e maschile è il motivo che spinge Lacan a parlare di un fantasma di ermafroditismo.
Ciò che si prospetta all'orizzonte dell'interpretazione analitica non è nient’altro che una specie di circoncisione psichica. La vagina protesa è una specie di sacchetto del prestigiatore, che si volta e si gira, Lacan non l’attribuisce alla donna come similmente il cappuccio non è dalla parte della madre. Questa sorta di elemento proteso è anche il prepuzio, da ciò la necessità della circoncisione psichica come interpretazione. 
Il fantasma di questo soggetto allora ci mostra come tenuto fermo, legato, insaccato, ovvero inibito… gode! Questa è la posizione del suo godimento, un falso godimento di cui si approfitta. Lacan dice che quando è impotente è maschio ma quando si ribella si femminilizza, per questo parla di ermafroditismo. Non è una metafora della donna ma è il soggetto stesso preso nelle cinghie, nel cappuccio, ecc., e il problema del suo desiderio è in quel doppio gioco di prestigio del separare le due facce del maschile e del femminile.
Lacan vuole orientare l'interpretazione mostrando la posizione di godimento del soggetto in questo movimento tra l’impotenza e l’apertura che però provoca una femminilizzazione.
Nelle ultime pagine del capitolo XI Lacan dà una lettura diagnostica di quel che chiama ermafroditismo psichico e lo definisce accidente strutturale. Parte dal concetto di afanisi introdotto da Ernest Jones che aveva già commentato in un suo testo degli Scritti, In memoria di Ernest Jones: Sulla sua teoria del Simbolismo. Possiamo ritenere questo passaggio del seminario come una prosecuzione di quanto Lacan aveva già articolato in quel testo.
A p. 216 infatti dice:

«Egli l’ha introdotto nel vocabolario analitico in modo interessante, e non possiamo proprio considerarlo assente dall’ambiente inglese, giacché ha avuto un’ampia risonanza.
Άφανισις vale sparizione, in quanto è così che Jones intende questo termine».

Lacan aveva già usato questo termine nel 1946 e non riducendolo semplicemente a sparizione: se per Jones si tratta di sparizione del desiderio, Lacan si riferisce piuttosto alla scomparsa del soggetto sotto il significante binario. Dunque se per Jones l'afanisi riguarda una paura di scomparsa del desiderio, per Lacan è precisamente la castrazione ad essere in gioco, cioè la simbolizzazione di questa perdita.
Nel caso della Sharpe non abbia uno sparire ma un far sparire: la posizione del soggetto è di non essere dove è. È anche in gioco un sottrarsi, ciò è in rapporto al fallo. Il soggetto quindi si sottrae rispetto al fallo, lo fa sparire.
Qui emergerebbe con chiarezza l’errore dell’afanisi di Jones, la quelle corrisponderebbe a un’articolazione insufficiente, una forclusione parziale del complesso di castrazione. Per Jones l’afanisi sarebbe più radicale della castrazione mentre per Lacan è necessario prendere le cose in senso contrario. È precisamente perché c’è la castrazione che il soggetto può aver paura della sparizione del desiderio.
Lacan approda quindi, nel suo commento al caso di Ella Sharpe, a parlare del fallo attraverso Il sacrificio della dama tabù. È un elemento molto curioso che nel sogno il paziente non metta il suo pene nella vagina ma bensì il suo dito. Per Lacan questa non è semplicemente una masturbazione della donna ma piuttosto quel che avviene è che masturbando la donna il soggetto masturbi allo stesso tempo se stesso. Prima di tutto però è il gesto di uno che si sottrae, è un escamotage per sottrarsi. È un atto di seduzione, un atto prestigiatorio, come tirare fuori l’uovo dal cilindro, in questo senso riprende il “rivolta il sacco come un guanto”.
La masturbazione ha qui un aspetto sadico, perverso, Lacan insiste sull’ambiguità della frase inglese to get my penis, ovvero ottenere il mio pene. L’ambiguità, la polivalenza del termine – guadagnare, afferrare, aggiungere, ottenere, acchiappare – deve dissuadere dall’interpretare questa frase nel senso dell’atto castrante della donna. Il supporre qui una divorazione del fallo da parte della donna significherebbe approvare l’inganno del sogno.
Il sogno e le associazioni dicono che il fallo non manca in questo sogno. Ci sono vari punti che lo mostrano [evidenziando la dinamica della sparizione, ndr] ad esempio il paziente afferma, in modo abbastanza assurdo, che non c’erano due bambini in casa o anche quando cita la preghiera del Book of Common Preyer, inventa una frase che non c'è nel libro, quando dice: «Non c'è niente di buono in noi».
A p. 223 Lacan dice:

«Devo dire che i miei rapporti con il Book of Common Preyer non risalgono a ieri. Mi limiterò a evocare il graziosissimo oggetto creato venti o venticinque anni fa nella comunità surrealista dal mio amico Roland Penrose, che per gli iniziati del circolo aveva fatto uso del Book of Common Preyer. Quando lo si apriva, su entrambe le facce interne della copertina c’era uno specchio.
Ciò è molto istruttivo, perché l'unico torto che si possa imputare a Ella Sharpe, a cui quel testo era sicuramente più familiare che a noi, era di non aver segnalato che il brano del Book of Common Preyer non è  affatto uguale alla citazione che ne fa il soggetto. Costui dice: We have undone – abbiamo disfatto le cose che avremmo dovuto fare…, mentre il testo originale recita: We have left undone – abbiamo tralasciato o non abbiamo fatto le cose…
È trascurabile direte voi. Ma di seguito manca una frase intera della preghiera di confessione generale, che rappresenta, per dir così, la contropartita: e abbiamo fatto le cose che non dovevano fare. Questo, il soggetto non prova affatto il bisogno di confessarlo, per la buona ragione che in fin dei conti per lui si tratta davvero sempre e solo di non fare le cose. Fare le cose non è da lui. Proprio per questo aggiunge di essere totalmente incapace di fare alcunché, per timore di riuscire troppo bene, come ha sottolineato l’analista.
È già qualcosa, e di non poco conto. Ma voglio arrivare a questo: al posto della frase mancante il soggetto prosegue dicendo: …e non c’è niente di buono in noi – non good thing in us. Questa è una pure invenzione del soggetto. Nel Book of Common Prayer non c’è nulla di simile. C’è scritto: non c’è salute in noi. Credo che questo good thing con cui opera la sostituzione sia precisamente ciò di cui si tratta: l’oggetto buono non c’è, è questo il punto in questione. Abbiamo così un’ulteriore conferma che si tratta del fallo».

A p. 225 continua:

«L’analista ci ha dato dentro dicendo al soggetto: il fallo è da qualche parte, molto lontano, dentro di lei; fa parte di un’antica rivalità con suo padre; sta all’origine dei suoi auspici primordiali di onnipotenza, alla fonte di un’aggressione di cui lei subisce la ritorsione. Possiamo commentare solo che nulla nel testo consente di cogliere qualcosa che si articoli in questo modo.»

Tra p. 227 e 229 Lacan esplica finalmente la posizione del soggetto in rapporto al fallo. 
A p. 227:

«Stare sotto lo hood [il cappuccio, ndr] è in questo soggetto una posizione davvero fondamentale. E l’analista lo sente. Tutto ciò riguarda il ricordo cancellato del pram ruota comunque attorno al fatto che egli è stato pinned in bed, vale a dire legato al letto. Appare per altro chiaro che il soggetto ha delle nozioni molto precise su quanto può provocare in un bambino il fatto di essere più o meno legato, pur non essendoci nel suo ricordo nessun particolare che gli permetta di evocarlo. Ma non c’è dubbio che a questa posizione legata egli ci tenga molto.
Dunque, l’analista è ben lungi dal lasciar trasparire nel gioco degli scacchi quell’elemento di controtransfert che sarebbe troppo interventista, troppo aggressivo.
[…p. 228] L’accento di onnipotenza è posto dalla nostra analista su around the world. Io credo che il segreto dell’onnipotenza in questo soggetto stia nel with my wife. E per lui si tratta di non perdere questo.
In fin dei conti è proprio questo che si tratta di misconoscere e che occorre però chiamare in causa nell’analisi. Ma per fare ciò bisognerebbe che egli si accorgesse che sua moglie è, in questa circostanza, l’analista.
Diremo che il soggetto non vuole perdere la sua dama, alla stregua dei cattivi giocatori di scacchi i quali immaginano che perdere la dama equivalga a perdere la partita, quando invece vincere agli scacchi significa arrivare a quello che si chiama un finale di partita. In un finale di partita la vostra facoltà di spostamento è estremamente semplice e ridotta, avete il minimo di diritti – voglio dire che il soggetto non ha il diritto di occupare una casella che è messa in scacco da un altro pezzo in gioco – e con questi dovete trovare il vantaggio della posizione. Si dà anche il caso che convenga sacrificare la dama, cosa che il soggetto non vuole fare in nessun caso.
Perché? Perché per lui il significante fallo è identico a tutto ciò che si è prodotto nella relazione con sua madre. Qui si manifesta, come l’osservazione lascia chiaramente trasparire, il carattere deficitario, zoppicante di quanto ha potuto apportare il padre. Naturalmente ricadiamo nel versante già noto della relazione del soggetto con la coppia parentale.
Tuttavia non è tanto importante seguire questa via quanto invece mettere l’accento sul rapporto molto nascosto, molto segreto del soggetto con la sua partner. Questo rapporto è la cosa più importante da mettere in evidenza nel momento in cui fa la sua comparsa nell’analisi.
[…] La prudenza di cui il soggetto dà prova è esattamente ciò che lo mantiene in un rapporto con il suo desiderio che lo impaccia alla stregua di un laccio stretto, come la posizione pram-pinned della sua infanzia, e che non può essere altro che fantasmatico. Bisogna cioè che egli sia legato, in un pram o altrove, ben stretto e fasciato, perché altrove possa esserci il significante, l’immagine, di un’onnipotenza sognata.
E così che va compresa anche tutta la storia dell’automobile, nella quale l’onnipotenza gioca un ruolo fondamentale».

La Sharpe, dice Lacan, è una brillante analista ma ha una concezione aggressiva del gioco che non le permette di vedere questa posizione del soggetto in funzione del godimento. Da un lato l'analista è molto prudente perché ha colto che il paziente vuole essere coperto, protetto, è la sua posizione nella vita; dall'altra parte però interpreta in un modo che produce un sintomo transitorio nel paziente: l’enuresi notturna. Quindi l’interpretazione produce in lui un effetto un po’ forte.
Ciò che sfugge a Ella Sharpe è di sapere dov’è il fallo e qual è il rapporto del soggetto al fallo.
Dov’è il fallo in questo caso? Il fallo in questo caso è la moglie, la donna, le donne che per questo soggetto hanno il fallo. Nel sogno il fallo è la moglie che il paziente non vuol perdere, che non vuol, sacrificare, è per questo che è un cattivo giocatore di scacchi perché a volte occorre sacrificare la regina.
Il fallo è la moglie del paziente con il quale fa il giro del mondo, presente nel sogno ma senza essere in gioco.


Una supervisione sui generis

Tutte queste parti del seminario dedicate al commento del caso di Ella Sharpe, possono essere viste come una seduta di supervisione, Lacan è nella posizione del supervisore del caso, per segnalare la posizione del soggetto. L’analista durante un’analisi è in posizione di oggetto e anche Ella Sharpe lo è: oggetto causa. Come oggetto l’analista è cieco, non vede dove si posiziona nel fantasma del proprio analizzante, per questo la pratica della supervisione è indispensabile ad ogni analista per reperirsi.
È un’operazione che Lacan aveva già attuato varie volte nel suo insegnamento, si potrebbe dire che dall’inizio dal suo insegnamento fino al seminario XI, ovvero dal Discorso di Roma fino alla sua esclusione dall’IPA (Intenational Psychoanalytic Association), ha sovente fatto questo lavoro di lettura dei casi clinici dei colleghi: basti pensare al caso di Ruth Lebovici o al caso dell’Uomo della cervella fresche di Ernst Kris o di quello di Lucia Tower che esamina nel seminario X, o ancora di quello di Margaret Little. I casi di altri psicoanalisti sono oggetti utili per l’insegnamento, anche perché questi casi a volte erano complicati, e la rilettura di Lacan era un modo per chiarirli Una volta che Lacan è stato scomunicato ha interrotto questo lavoro, però sono tutti esempi che esplicano anche in che cosa consista la supervisione di un caso nella pratica lacaniana.
Naturalmente sono supervisioni sui generis, nessuno di questi autori è andato in supervisione da Lacan, ma la rilettura di casi pubblicati ci permette comunque di coglierne i punti essenziali di questo dispositivo, ovvero cogliere cosa sia l’inconscio e come situarsi nella pratica analitica.
È inoltre interessante riprendere questo sogno della prospettiva del prossimo Congresso Internazionale dell’AMP che si terrà a Buenos Aires nel 2020 e si incentrerà sui sogni, sull’interpretazione dei sogni, quindi questo caso potrebbe essere materiale di studio, insieme a un sogno capitale come Il sogno di Irma e, più in generale, tutta la Traumdeutung.

Revisione testo: Alberto Tuccio

giovedì 17 maggio 2018

Seminario fondamentale Istituto freudiano di Milano del 14 aprile 2018. Docente invitato: Araceli Fuentes


Testo di riferimento: Il seminario. Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione.
Capitoli: 8,9 e 10.


Questo commento si soffermerà sui capitoli 8,9 e 10 del seminario VI, facendo tuttavia riferimento anche ad alcuni elementi delle due lezioni successive, necessari per capire il sogno di Ella Sharpe. Questo è un seminario del 1958/59, ma la sua lettura è sorprendente e fornisce insegnamenti analoghi a quelli dell’ultimo Lacan. Non so se accada lo stesso qui in Italia ma in Spagna è di moda l’ultimissimo Lacan e molti si convincono che non serva più leggere il primo Lacan: invece è fantastico. Per esempio in queste lezioni si parla dell’affetto, tema successivamente ripreso nel Seminario XX e alla fine dell’insegnamento sulla passe.

Introduzione
Nel commento a questo sogno riportato da Ella Sharpe, Lacan la elogia e la critica al contempo. Per lui nella pratica analitica si tratta di leggere: l’analista legge l’enunciazione del soggetto dopo averlo invitato a parlare senza censurarsi. In questo modo si constata che è impossibile parlare senza prender posizione, non c’è un modo neutro di parlare. Parlando c’è in gioco un‘enunciazione e la posizione del soggetto è una posizione di fronte al godimento: è su questo che si basa la pratica della psicoanalisi, ovvero sulla possibilità di leggere l’enunciazione. Non c’è psicoanalisi senza la lettura dell’enunciazione: questo è quello che differenzia la psicoanalisi da qualsiasi forma di psicoterapia. L’introduzione di Lacan al sogno consiste nel differenziare l’enunciato dall’enunciazione; inoltre in questi capitoli ci sono osservazioni molto sottili sulla psicologia del bambino, per esempio su come il significante entra nella psicologia dell’infante, snodi fondamentali per quanti lavorano in questo ambito.
Perché Lacan elogia Ella Sharpe? In primo luogo perché Ella Sharpe non disconosce la dimensione significante di quel che succede in analisi, anche senza poterla formulare teoricamente ci fa riferimento, questo forse grazie alla formazione letteraria da cui proveniva. Per Lacan, Ella Sharpe concepisce il desiderio nello stesso modo in cui lui lo sta elaborando e cioè distinguendolo dalla domanda e dal bisogno. L’esempio che Lacan prende da questo caso è quando il paziente, che si chiama Mister Robert, dice della propria automobile: “I love it” (la amo) invece di “I like it” cioè mi piace. Da questo esempio Lacan deduce che Ella Sharpe sa che il desiderio è diverso dal bisogno e si presenta, in questa occasione, come un capriccio.
La distinzione tra enunciato ed enunciazione si evidenzia già nella prima lezione intitolata “Il messaggio della tossettina”. Con l’enunciato non c’è nessuna difficoltà, è quello che si racconta, ciò che viene riferito del sogno e che si presenta come un tutto: nel grafo del desiderio si situa sulla linea inferiore.
Localizzare l’enunciazione è invece più complicato: dov’è l’enunciazione del sogno? Quando raccontiamo un sogno emerge sempre la stessa domanda: cosa significa il sogno? Il sogno si presenta come un enigma, non sappiamo il suo significato, è un significato che sta al di là dell’enunciato. L’enunciazione è sempre presente nel sogno, è presente come domanda, cioè: che cosa significa questo sogno? Questa è la domanda dell’enunciazione, ma dov’è la risposta?
Già Freud aveva evidenziato come quel che dice il sognatore rispetto al sogno formi una parte dell’enunciazione e sia necessario coglierlo nel momento in cui s’interpreta il sogno. I commenti del sognatore sul proprio sogno, l’impressione che il sogno gli ha lasciato (es. se fosse un sogno vivido, se gli sembrasse enorme, se avesse dubbi su questo sogno, se lo avesse dimenticato, ecc.), sono parte dell’enunciazione e quindi sono una chiave per l’interpretazione. Essi sono fondamentali anche per capire in che momento del transfert ci si trova: i sogni non si producono in un momento qualsiasi, e nel momento in cui si producono hanno un’importanza per il transfert.
Lacan chiama “accento” del sogno tutti i commenti che il soggetto fa sul proprio sogno; nel grafo li troviamo nella linea a trattini, nella parte superiore, che indica l’enunciazione. Si può dire quindi che l’accento del sogno indichi l’enunciazione e il fatto che la linea sia tratteggiata indica il suo carattere frammentario, carattere che è lo stesso del significante, quindi questa enunciazione, questo accento è frammentario perché il significante stesso è frammentario, vale a dire che l’enunciazione la troviamo nel significante non nel significato.
Quando un bambino dice “questa notte ho sognato” c’è qualcosa di ambiguo in questa espressione; non è facile sapere quando un bambino inizi a sognare però può capitare anche che egli abbia colto che noi sogniamo e raccontiamo i nostri sogni e quindi utilizzi questa possibilità per raccontare qualcosa riprendendo l’enunciato dell’adulto “ho sognato”. I sogni dei bambini sono al limite della fabulazione, se il bambino utilizza questa formula per raccontare lo fa con qualcosa che sta al di là dell’enunciato, qualcosa che utilizza per giocare con gli altri: gioca il gioco di un’interrogazione e di una fascinazione. Prima della sua scomposizione significante il sogno si presenta come un tutto, nonostante ciò il soggetto deve situarsi in rapporto all’enunciato del sogno ed è in questa presa di posizione che trasmette tutti i suoi accenti, per esempio se aderisce o no a quello che ci racconta, questa è già una presa di posizione del soggetto rispetto al sogno: per esempio un soggetto può raccontare un sogno e al tempo stesso può negarlo; c’è un esempio famoso di Freud in cui il sognatore dice “ho sognato mia madre, ma non era mia madre”. Quando qualcuno racconta un sogno è già presente come soggetto nell’enunciato nel fatto stesso di dire “ho fatto un sogno”, poi prende posizione, per esempio può dire “ho fatto un sogno, ma è roba da nulla” e questo fa parte dell’accento del sogno, cioè la presa di posizione del soggetto.
Una paziente mi racconta: “ho sognato che stavo attraversando un ponte, fatto di corde e di tavole di legno; mentre lo attraversavo mi chiamava per telefono un’amica che mi chiedeva aiuto, e non sapevo come risponderle, non la sentivo e in quel momento mi rendevo conto” - questa frase “in quel momento mi rendevo conto..” appartiene all’accento del sogno, è un commento sul sogno - “che il ponte era molto fragile, il telefono mi cadeva e vedevo che c’era il vuoto: mi assaliva un senso di vertigine”. Ci sono diversi momenti in questo racconto dove possiamo vedere la posizione del soggetto rispetto al sogno: il primo è quando dice “non è niente”, poi quando mi segnala che è nel momento in cui non può rispondere alla domanda che si rende conto che il ponte è fragile, il momento in cui le cade il telefono e nel momento in cui vede il vuoto e prova un senso di vertigine. Diciamo che quando smette di rispondere alla domanda, questa persona con cui lavoro richiede che risponda a molte domande, sorge il vuoto, un vuoto che ha a che vedere con il desiderio e che lei sente come vertigine. Gli accenti sono i diversi modi di enunciazione, in conformità con i quali il soggetto assume più o meno l’esperienza del sogno, vale a dire che l’enunciazione è frammentaria, quel che il soggetto coglie o no non occorre sia la totalità del sogno, può prelevare anche solo una frase o un frammento di frase: questo significa che la catena dell’enunciazione, quella in alto, tratteggiata, è più breve che quella dell’enunciato, in modo tale che è impossibile tradurre automaticamente un elemento della catena dell’enunciato con un altro elemento della catena dell’enunciazione.
Nella storia della psicoanalisi, in un certo periodo, l’interpretazione era quasi automatica: se hai sognato una tal cosa significa la tal altra. La difficoltà dei giapponesi con l’inconscio e con la psicoanalisi ha a che vedere con il fatto che i giapponesi hanno un codice stabilito per interpretare quello che dicono, come se avessero due enunciati.
La non equivalenza fra le due catene significa che l’effetto soggetto si produce soltanto di tanto in tanto: quando c’è effetto soggetto? Quando salta un significante dell’enunciato e se ne impone un altro al suo posto; per esempio, una paziente voleva dire “perché il mio matrimonio” e dice invece “perché il mio patrimonio” e cambia completamente, e soprattutto cambia l’intenzione di quello che voleva dire; basta il cambio di un fonema, la “p” al posto della “m”. In questo momento del suo insegnamento Lacan non ha ancora definito il soggetto come rappresentato da significanti, però sottolineando l’alterità dell’inconscio che non può essere sussunta dall’io, prende l’enunciazione come un effetto soggetto, vale a dire non ha ancora detto che il significante rappresenta un soggetto per un altro significante, però parla dell’effetto soggetto in relazione all’enunciazione: è qui che si situa il soggetto nel sogno, che non è la persona che racconta il sogno, ma il soggetto dell’inconscio.
Per concludere l’introduzione all’analisi del sogno va detto che il desiderio è quel che permette al soggetto di tenere una posizione rispetto alla domanda, perché nelle lezioni precedenti Lacan si preoccupa di differenziare il desiderio dalla domanda - distinzione dimenticata dai post-freudiani - e il desiderio è la posizione del soggetto rispetto alla propria domanda.
Un esempio: un’analizzante ogni seduta mi si rivolge dicendo “Araceli, guarda” e in questo modo esprime una domanda di essere guardata dall’analista; per altro verso nella sua vita quotidiana incarna lo sguardo in quanto attrae lo sguardo. Lacan distingue lo sguardo dalla visione: lo sguardo è quello che attrae gli sguardi. Se per esempio ho una macchia sul vestito, sicuramente tutti immediatamente guarderanno la macchia, per questo che Lacan prende la macchia come esempio di sguardo. Questa donna, che è una donna elegante, sempre ben vestita, lei stessa incarna lo sguardo; lavora in un ambiente dove ci sono molti uomini però si lamenta che nessun uomo la guardi. Da poco si è accorta, grazie a una collega, che un uomo che lavorava con lei ha dovuto essere spostato in un altro luogo perché non smetteva di guardarla, ossia lei incarna lo sguardo, ma non vede quello che le passa davanti al naso, è stato necessario che la collega le dicesse “ma non ti sei accorta? Quest’uomo stava tanto a guardarti che hanno dovuto spostarlo da un’altra parte!”; in realtà lei è cieca rispetto al desiderio, chiede lo sguardo dell’Altro, però per non vedere, e la sua posizione in fin dei conti è “guardami, ma non toccarmi”. D’altra parte c’è qualcosa di molto interessante nella sua domanda, perché in castigliano il significante “mira”, cioè “guardami” come quello che mi dice, include l’ira, quindi c’è lo sguardo e al tempo stesso l’ira stessa di cui soffre. C’è voluto un bel po' prima che riuscisse a confessarlo.

Affetti e desiderio
Lacan nel seminario XX Ancora, dirà che l’affetto è un effetto della lingua sul corpo, un effetto dell’incorporazione della struttura del linguaggio. È sorprendente che nel seminario VI introduca l’affetto come ciò che connota l’essere del desiderio, l’essere che si situa nel fantasma; per capire bisogna tener conto del fatto che il significante non può dire tutto: il significante non dice l’essere del soggetto, non dice il godimento del soggetto; quindi come cogliamo, come arriviamo a ciò che sfugge al significante? Attraverso l’affetto, che qui Lacan considera come ciò che connota l’essere del desiderio del soggetto. Per cogliere questo passaggio è necessario riferirsi allo scritto La direzione della cura dove Lacan parla della mancanza-a-essere introdotta dal significante: se noi esseri parlanti sperimentiamo una mancanza-a-essere - una mancanza d’essere, di sapere, di avere – questo è dovuto al significante, non alla cattiveria dell’Altro; la mancanza-a-essere è strutturale e Lacan la chiama anche castrazione. Il soggetto parlante a causa della propria mancanza-a-essere, cerca un complemento per questa mancanza, e Lacan ha parlato delle passioni dell’essere come questa ricerca di un complemento. In questa lezione Lacan parla dell’amore, dell’odio e dell’ignoranza come degli affetti di una posizione del soggetto rispetto all’essere; per esempio, una donna può cercare un complemento alla propria mancanza-a-essere nell’amore, un soggetto può rispondere con l’odio alla mancanza-a-essere o può ignorare la mancanza-a-essere. Lacan dice qui che l’affetto non è qualcosa che stia fuori dal discorso e designa la posizione del soggetto rispetto all’essere nella sua dimensione simbolica.
Alcuni affetti, come ad esempio la collera, sono il risultato dell’irruzione del reale nella dimensione del simbolico. Dice Lacan: “La collera non è nient’altro che l’affetto che si produce quando il reale giunge nel momento in cui abbiamo fatto una bella trama simbolica e in un momento in cui tutto va bene, nell’ordine, la legge, il nostro merito e la nostra buona volontà, d’improvviso ci rendiamo conto che le viti non entrano nei buchi”, insomma i conti non tornano, la chiave non entra nella toppa. C’è un momento in cui uno è entusiasta del simbolico, fa dei piani meravigliosi e il reale viene a interrompere questa meraviglia e produce un affetto di collera nel soggetto, la collera è il segno del fatto che il reale è venuto a rompere questa bella trama simbolica. L’affetto può essere in rapporto anche con l’intrusione del desiderio: l’affetto indice del desiderio è l’angoscia, l’angoscia di fronte all’enigma del desiderio dell’Altro.

Il desiderio nel sogno
Ella Sharpe riprende la concezione freudiana del sogno come strada maestra per arrivare all’inconscio e Lacan lo sottolinea dato che altri psicoanalisti se ne erano discostati. Per la psicoanalista inglese era anche di fondamentale importanza il momento in cui veniva fatto il sogno, in quanto indicatore rispetto al transfert; un sogno per esempio può essere la risposta dell’analizzante a un intervento dell’analista.
Come detto nell’interpretazione del sogno è assolutamente rilevante anche ciò che il paziente dice prima di raccontare il sogno, ovvero l’accento del sogno: il paziente può commentare ad esempio che fu un sogno lungo, tremendo, durò secoli, che ci sarebbero volute tutte le sedute per raccontarlo. Mister Robert dice “non si preoccupi, non voglio annoiarla con questa storia, perché tanto non me lo ricordo, però fu un sogno eccitante, pieno di peripezie, pieno di interesse, mi svegliai accalorato e sudante, deve essere il sogno più lungo che ho fatto in tutta la vita”. Tuttavia il paziente racconta una scena molto breve, si evidenzia quindi la differenza tra l’accento, cioè il fatto che ha detto che è un sogno lungo, enorme ecc.., e quello che racconta, ovvero una scena molto breve, una scena che possiamo riassumere in questi termini: sta facendo un viaggio con la moglie intorno al mondo, incontra un’altra donna con la quale ha un gioco sessuale. La donna vorrebbe avere un rapporto sessuale con lui, è lei a prendere l’iniziativa, cosa che il paziente dice aiutarlo molto: anche questo commento fa parte dell’accento, dell’enunciazione del sogno. La donna stava sopra di lui, voleva introdurre il suo pene nella vagina, ma lui non era d’accordo e lei restava delusa, tanto che lui pensava di doverla masturbare.
Prima osservazione di Lacan: bisogna tener conto del fatto che l’analista è una specie di Sherlock Holmes, fa attenzione ai piccoli dettagli, ai dettagli discordanti per esempio. Il paziente è inglese e quando dice “stavo viaggiando con mia moglie intorno al mondo” usa un’espressione dissonante dalla formulazione inglese che invece sarebbe “stavo facendo il giro del mondo con mia moglie”: il paziente, quindi, cambia la costruzione, cambia il posto del complemento, mette prima la moglie e poi il mondo, mentre in inglese la costruzione sarebbe “intorno al mondo con mia moglie”. Per Lacan questo cambio è un indice dell’enunciazione, nel sogno non sappiamo cosa volesse dire, però il fatto che abbia cambiato l’ordine della frase vuol dire qualcosa.
La seconda notazione si rifà a un’osservazione del sognatore, il quale, dopo aver raccontato il sogno, commenta che per dire “dovevo masturbarla” abbia utilizzato il verbo to masturbate in una forma transitiva, quando in inglese non può essere usato così, perché è un verbo intransitivo. L’osservazione del paziente sull’uso che fa del verbo forma parte dell’enunciazione del sogno: quest’uso introduce un’ambiguità, l’ambiguità fra “la masturbo” e “mi masturbo” ed entrambe le cose sono presenti nel sogno, con quest’uso “erroneo” del verbo. Nel sogno la donna voleva avere un rapporto con lui, voleva introdurre il pene nella propria vagina, ma lui non era d’accordo, perché? Lui non era d’accordo e lei era delusa, per cui è stato necessario masturbarla o che si masturbasse lei stessa se non era d’accordo.
Prima del racconto del sogno, Ella Sharpe ci ha dato alcune informazioni sul suo paziente: ci ha detto che è un uomo che ha dovuto smettere di lavorare perché poteva aver troppo successo, è uno di quegli uomini che si trattengono, si frenano di fronte al successo, questo provoca una sorta di esaurimento. L’analista spiega di lavorare a un piano alto e spesso accade di riconoscere ormai i passi tipici dei pazienti, questo paziente si contraddistingue per essere molto silenzioso e anche il giorno in cui le aveva raccontato il sogno lo era stato. La Sharpe lo descrive come un paziente molto corretto, sempre più o meno uguale, che ha un atteggiamento difensivo e tuttavia, quando lei si aspetta che si comporti con l’abituale correttezza, succede qualcosa di inatteso: il soggetto arriva alla porta, tossisce e non solo... parla del fatto di aver tossito, aggiungendo “è molto irritante che succeda qualcosa che non puoi controllare, questo deve avere un suo scopo”.
Dopo questa considerazione l’analista gli aveva domandato “che scopo potrebbe avere?”; allora Mister Robert aveva associato: “questa tosse fa parte di quelle cose che capiterebbero entrando in una stanza nella quale ci sono due amanti”. Gli era capitato di entrare in una stanza dove si era appartato suo fratello con la sua fidanzata, così Mister Robert aveva tossito antecedentemente all’entrare, perché qualora fossero stati abbracciati tra loro sarebbe stato meglio che si accorgessero della sua presenza e che sciogliessero l’abbraccio prima che lui entrasse, per non provar vergogna. A questo punto l’analista gli aveva chiesto: “e perché tossire prima di entrare qui?”. Mister Robert aveva risposto “è assurdo! Non sarei invitato a entrare se ci fosse qui qualcuno, non vedo la necessità di tossire, tuttavia questo mi ricorda una fantasia che ho avuto, quella di essere in una stanza dove non avrei dovuto essere e di pensare che qualcuno avrebbe potuto pensare che io ero lì per impedire che qualcuno entrasse e m’incontrasse lì e io l’aggredissi come un cane. Questo qualcuno avrebbe pensato ‘ah, solo un cane’.” “Solo un cane?” aveva rimandato l’analista e Mister Robert: “questo mi ricorda un cane che si era strofinato contro la gamba masturbandosi. Mi vergogno a raccontarlo perché non l’ho fermato, qualcuno avrebbe potuto entrare…”, in quel momento aveva tossito un po' e poi aveva raccontato il sogno.
Quindi, per riassumere, nelle associazioni abbiamo:
·         tossire per separare due amanti;
·         stare dove non si dovrebbe essere e per dissimularlo abbaiare come un cane;
·         un cane che si masturba sulla sua gamba.
Il ricordo del sogno sorge dopo la tosse a sua volta emersa successivamente alle associazioni su di essa stessa: tutte queste verbalizzazioni hanno a che fare con l’enunciazione del sogno.
La tosse senza dubbio era un messaggio rivolto all’analista, però un messaggio di cosa? L’interpretazione di Lacan è: tossisco perché se lei sta facendo qualcosa che la diverte, ma non le piacerebbe esser vista, allora è il momento di finire. Nel suo racconto il paziente dice che per nascondere, camuffare la sua presenza in una stanza, si metterebbe a latrare come un cane: questo si presenta con la caratteristica del fantasma, il fantasma del cane che latra.
Cos’è fondamentale in questo fantasma? Che lui è altro, si presenta come altro, come un cane che latra e essere altro è una maniera di non essere. In presenza dell’Altro lui non c’è e non è niente.
Ma prima chi è? Ricordiamo che nel sogno si tratta di una donna, una donna che vuole il suo pene e la relazione con la donna fa parte della situazione; se il soggetto vuole che la sua partner femminile si masturbi, si occupi di sé stessa, lo fa sicuramente perché lei non si occupi di lui, e questo è quello si evince da quanto evidenziato dal verbo to masturbate. Lacan interpreta il cattivo uso del verbo come qualcosa di relativo all’enunciazione del sogno che indica una difficoltà del soggetto nel separare l’elemento maschio e l’elemento femmina. Questa difficoltà di separare uno dall’altro avviene in maniera masturbatoria e non genitale e questo femminizza il soggetto.

La critica di Lacan all’interpretazione di Ella Sharpe
Lacan evidenzia e critica il divario tra le sottili osservazioni che fa Ella Sharpe e il modo in cui interpreta lasciandosi guidare dalla teoria - una teoria dove non è chiaramente situato l’ordine simbolico - e questo la porta a fare un’interpretazione immaginaria del sogno. L’analista britannica interpreta il sogno in termini di onnipotenza del soggetto, basandosi su affermazioni come quella del giro del mondo o sull’enormità del sogno e invece lasciando da parte le sue osservazioni, cioè quello che fa lei con la teoria che interpreta. Lacan nota come però dimentichi che quando si parla di onnipotenza è l’onnipotenza del discorso e non del soggetto, infatti in questo paziente ciò che emerge è più che altro un’impotenza; invece Ella Sharpe interpreta la sua difficoltà non come un fallimento, ma come una paura di andare troppo bene. Perché avrebbe paura che le cose gli vadano bene?
Una delle risposte di Lacan si riferisce al gioco del tennis dove il paziente ha qualche problema, fa fatica a mettere nell’angolo il proprio avversario e a vincere la partita. Lacan dice cose molto interessanti sul gioco del tennis, lo magnifica poiché permette il manifestarsi dei problemi inconsci dei giocatori, cosa non difficile da constatare, per esempio se pensiamo a Rafa Nadal che nel suo momento di forma migliore non poteva vincere su Federer, oppure pensate Đoković, veramente ottimo tennista, ma non riusciva a vincere; poi in un determinato momento cambia e si trasforma in un terminator: il momento in cui gioca con la Serbia! Si taglia i capelli, s’identifica con la Serbia, diventa un mostro del tennis e nessuno può batterlo. Successivamente ha iniziato ad avere altri problemi perché voleva essere amato, ma non si può vincere ed essere amati, e sfortunatamente per lui è caduto in mano a una specie di Guru, di Marbella, in Spagna, che predica l’amore. Risultato: non prende più una palla.
La lettura della Sharpe dell’impotenza del paziente rispetto al mettere l’avversario all’angolo va nella direzione della paura di manifestare la propria potenza; così facendo situa il transfert sull’asse immaginario, sul piano duale. Questa interpretazione ha delle conseguenze, si producono dei sintomi transitori: il paziente le racconta di essersi fatto pipì nel letto, ed è un uomo di una certa età, le racconta di aver perso una partita di tennis, alla fine della quale aveva preso l’avversario per il collo e quasi lo aveva ammazzato; certo non la stessa cosa di vincere la partita. Per Lacan la Sharpe sa solo articolare sul registro della rivalità immaginaria, vale a dire che non sa articolare le cose sul registro simbolico, perché questo registro non c’è nella teoria che lei utilizza e per via dei suoi pregiudizi teorici, si lascia sfuggire qualcosa che è presente nel sogno.
Nel sogno dove la donna dalle labbra carnose prende l’iniziativa, all’analista britannica sfugge che lui non mette il pene nella vagina, come la donna del sogno avrebbe voluto, ma ci mette qualcos’altro: il dito. Non è certo la stessa cosa masturbare l’altro e mettere in gioco il fallo in questo abbraccio: è questo il problema che le sfugge a prescindere dalla sottigliezza delle sue osservazioni. Le associazioni del soggetto hanno fatto emergere la fantasia di essere in una stanza dove non avrebbe dovuto essere, pensando che qualcun altro sarebbe potuto entrare – Lacan situa qui il desiderio della fantasia - e per impedirlo avrebbe abbaiato come un cane. Il capitolo, infatti, s’intitola Il fantasma del cane che abbaia: ecco dov’è il desiderio.
Lacan non interpreta il desiderio attraverso il senso o la comprensione, ma a partire dalla logica: “se il soggetto s’immagina di essere dove non dovrebbe essere, è perché non è dove dovrebbe ed è una conseguenza logica”, ovvero: se dice che è dove non dovrebbe, è perché non è dove dovrebbe. Questo è il desiderio in gioco in questo fantasma, posto che la caratteristica principale del soggetto è che non è dov’è e per questo ricorre a un cane, quindi non si tratta di capire il fantasma. Lo stesso succede con gli affetti: quanto più comprensibile è un affetto, tanto meno è motivato; per esempio, quando un paziente piange, non bisogna dare per scontato che pianga perché è triste, bisogna capire il perché.
Nel fantasma è un cane e il soggetto come tale appare eliso, non è lui nella misura in cui c’è Altro, però questo cane, nella misura in cui è lui stesso, non è lì, l’animale reale ha una relazione con il soggetto, perché il paziente ci ha informato del fatto che il cane si masturba, del fatto che esista la possibilità che qualcuno entri e quindi “che vergogna!”, la situazione sarebbe insostenibile. Il soggetto letteralmente sparisce di fronte a quest’Altro testimone di ciò che succede. Nel fantasma del cane che abbaia, la cosa fondamentale è che lui non è lì, il soggetto non c’è.
C’è qualcosa che succede sempre e cioè che il soggetto sparisce di fronte all’oggetto del fantasma, solo che in questo fantasma non solo si tratta di sparire, ma di far sparire: per esempio la tosse serve per far sparire qualcosa che sta al di là della porta dell’analista. Il motivo fondamentale per questo soggetto è sparire, per questo Lacan riprende da Jones il termine di aphanisis: l’oggetto interessante non è mai qui, il soggetto non è mai dove lo si aspetta, scivola da un punto all’altro in una specie di gioco di prestigio, ma a differenza di Jones che utilizzava il termine per indicare il timore della castrazione, per Lacan l’aphanisis nei nevrotici va intesa come un’articolazione insufficiente con la castrazione. Lacan dirà, in un altro momento, che non c’è virilità possibile se questa non è confermata, consacrata dalla castrazione. La castrazione per Lacan è un’operazione simbolica, un’operazione fondamentale; come scrive ne Il significato del fallo, il fallo è un significante, è il significante del desiderio dell’Altro ed è nell’Altro che il soggetto tenderà ad averne accesso, ma sempre come velato. La castrazione fondamentalmente vuol dire la castrazione dell’Altro e per questo Lacan parlerà della prova del desiderio dell’Altro nel bambino, vale a dire quando il bambino si domanda: “al di là di quello che mi chiede mia madre, cosa desidera?”. La prova del desiderio dell’Altro è fondamentale per la vita. La castrazione invece di essere un problema come lo pone Jones è una necessità, è qualcosa che è indispensabile per sostenersi nel desiderio. Come abbiamo visto recentemente nel Congresso dell’AMP dove son stati presentati molti casi di psicosi ordinaria, sono casi dove la funzione fallica è preclusa e i soggetti han dovuto cercare dei modi non standard per tentare di supplire a questo fallimento.

L’articolazione del fantasma con il sogno
Lacan fa una differenza interessante nel confrontare il fantasma e il sogno. Il primo lo ha articolato a partire dalle associazioni sulla tosse, da qui emerge il fantasma di essere il cane che abbaia: a partire dell’accento dell’enunciazione del soggetto sul proprio sogno Lacan può articolare il fantasma del cane che abbaia. Questo fantasma costituito a partire dalla tosse e dalle associazioni mette l’accento sul soggetto, mentre nel sogno l’accento cade sull’oggetto. Quale oggetto?
L’oggetto è una vagina in prolasso; è un’immagine, ma un’immagine significante. Mister Robert dice: “il sogno è molto vivido nella mia mente, non ho avuto un orgasmo, ricordo che la sua vagina mi prendeva il dito, le vedevo i genitali di fronte, il fondo della vulva, qualcosa di grande come un cappuccio mi faceva sobbalzare: era quello che la donna usava nelle sue manovre per avere il mio pene. La vagina sembrava chiudersi intorno al mio dito e il cappuccio sembrava estraneo.” In questo sogno è in gioco l’oggetto: è un’immagine molto elaborata di un prolasso vaginale.
Da qui Lacan racconta l’aneddoto di una regina svedese molto virile che ebbe un prolasso vaginale, commentato dal suo medico con l’ironica affermazione: “alla fin fine si è vista la sua vera natura”, perché nel prolasso vaginale il collo della vagina fuoriesce e sembra un pene. Lacan si riferisce a questa immagine come un guanto rovesciato, la riprenderà nel 1975 per parlare della relazione di Joyce con Nora, dicendo che Nora calza a Joyce come un guanto: la lettura solita di Lacan è che una donna è un sintomo per un uomo mentre Nora non è un sintomo per Joyce perché il sintomo di Joyce è la sua scrittura, semmai Nora gli calza come un guanto. La geometria del guanto rivoltato è quel che resta dell’immaginario per far esistere la relazione che non esiste tra i sessi: sappiamo che il guanto di una mano non va bene per l’altra mano, c’è una dissimmetria nello specchio, però se rivoltiamo il guanto annulliamo questa dissimmetria ed è quello che riguarda l’ossessione fallica che nel guanto è raffigurata dal bottoncino.
Queste questioni possono scivolare facilmente verso l’immaginario, è successo così per i post-freudiani: per esempio assimilare la bocca alla vagina, il seno della madre, il fantasma di divorazione ecc… però non è questo il caso, perché quello che il paziente associa con quest’immagine è con un gioco di parole in inglese. Si tratta qui nuovamente di una difficoltà del soggetto nel separare il maschile dal femminile come nell’uso del verbo to masturbate. Nell’immagine della vagina in prolasso, dove c’è uno spostamento verso il basso delle pareti e quello che appare all’orifizio genitale è la testa del collo dell’utero, non si tratta per Lacan della donna fallica, che sarebbe un’interpretazione immaginaria, e neppure dell’utero materno perché quello che associa il soggetto è un gioco poetico verbale. Lacan prende dell’immagine la piega di un cappuccio che il soggetto ha descritto con precisione, dove il soggetto mette il dito e non mette altro, cioè non mette il pene. Si tratta di un’immagine molto elaborata, questo elemento del sogno ha un valore significante e in questo punto si manifesta qualcosa della relazione del desiderio con il fantasma, perché il desiderio deve adeguarsi al fantasma. È l’immagine che cattura ogni manifestazione sessuale.
Mister Robert descive: “il sogno è molto vivido in mente, non ho avuto orgasmo, ricordo che la vagina mi prendeva il dito, vedevo i suoi genitali di fronte e il fondo della vulva”, Lacan commenta che aveva la forma di un cappuccio ed era quello che la donna usava nelle sue manovre per avere il pene del paziente, il quale dice “la vagina sembrava stringersi intorno al mio dito”. Ripete Lacan che questa immagine del sogno presentifica un guanto rivoltato, mentre Ella Sharpe la interpreta nuovamente come onnipotenza, un’onnipotenza sul cui fondo c’è una fantasia masturbatoria: due posizioni agli antipodi insomma. Per lui quel che vediamo è che il soggetto si fa piuttosto piccolo di fronte a questa specie di appendice tentacolare, osa al massimo mettere un dito, però in ogni caso questo oggetto significante distanzia il soggetto dalla sua potenza sessuale: non ci mette lì il pene.
Ribadendo la confusione abituale tra l’onnipotenza che viene attribuita al soggetto e l’onnipotenza della parola, Lacan mostra come il soggetto abbia dei problemi con la parola, infatti ogni volta che come avvocato deve intervenire è preso dalle fobie. Il padre del paziente era morto quando aveva tre anni e secondo quello che gli avevano raccontato le sue ultime parole erano state: “mio figlio deve prendere il mio posto”; una frase ambigua: non si sa se deve prendere il suo posto come vivo o come morto. Quindi per un verso ha difficoltà a usare la parola nel suo lavoro come avvocato e per l’altro verso si serve della parola per non essere, per essere da un’altra parte e mentre è molto difficile per lui parlare come avvocato lo è anche far parlare suo padre, che non può immaginare vivo, tant’è che si emoziona pensando che una volta deve aver ascoltato il padre parlare.
Lacan si domanda: “non è curioso che in tutto il sogno ci sia un gioco di prestidigitazione intorno al fallo? Se il fallo c’è dov’è?” e si risponde che il fallo lo ha la signora, la donna, ed è quel che il soggetto non vuol mettere a repentaglio. La donna è la moglie nel sogno, è con la moglie che sta facendo il giro del mondo e quel che nel sogno è eliso è invece il fallo perché non lo mette in gioco. Quindi l’onnipotenza non sta dalla parte di Mister Robert, sta dalla parte delle signore, compresa l’analista e occorre che questo cambi.
Successivamente ci sono una serie di associazioni che vanno dall’immagine del cappuccio, a una strana caverna, una borsa di mazze da golf, la capote di un’automobile fino a la coppia reale che sta nella sua automobile: sono elementi estratti dalle ultime due lezioni e Lacan spiega che “qui siamo già nella scena del fantasma” riferendosi al momento in cui il re e la regina restano chiusi nella capote dell’automobile. Continua Lacan: “Si troverannno nella stessa posizione e intanto noi avremo sentito il riso degli dei olimpi”. Fa riferimento a un quadro che è Marte e Venere presi nella rete di Vulcano, visibile nel Kunsthistorisches Museum di Vienna: c’è una coppia presa nella rete di Vulcano mentre gli dei immortali ridono assistendo alla commedia del fallo. Questa fantasia del re e la regina avvolti nella capote parla della difficoltà di separare i genitori e della difficoltà di separare in loro il principio maschile e quello femminile. Quello che qui si propone come obiettivo dell’interpretazione è una specie di circoncisione psichica: che cos’è questa vagina in prolasso? È come una borsa del prestigiatore che ha o non ha qualcosa, questa specie di presenza e non presenza del soggetto ha un altro volto che è quello che incontriamo nella masturbazione in cui è implicita la presenza di un elemento femminile ma c’è anche il prepuzio nell’immagine della vagina prolassata. Alcuni ricordi di Mister Robert mostrano una relazione tra lui e il rapporto sessuale dei genitori, lui dov’era? Apparentemente era nella sua camera, nella culla: nella stessa misura in cui è legato, chiuso, fermo può godere soltanto del suo fantasma e partecipare attraverso questa attività che è la minzione compulsiva. Lacan offre una notazione clinica: spesso in prossimità del coito genitoriale verifichiamo nei soggetti un falso godimento prodotto dalla minzione, è la teoria dell’enuresi.
In cosa si trasforma? Si trasforma in questa partner che ha talmente bisogno di lui da dover far tutto, e questo lo femminizza in quanto è impotente come uomo. Detto altrimenti: per questo soggetto c’è un’apprensione fantasmatica radicalmente masturbatoria del desiderio genitale e questo è il suo problema. Il problema del soggetto è che per lui c’è un’apprensione, una presa fantasmatica masturbatoria del desiderio genitale, cioè può aver presa sul desiderio genitale solo come masturbazione perché non può mettere in gioco l’organo e questo è il suo problema.
Quindi dov’è il fallo? Nel sogno nelle associazioni niente indica che il fallo sia un organo aggressivo come interpreta Ella Sharpe e neppure che il soggetto tema delle rappresaglie per questa aggressione. Lacan propone di accordare l’interpretazione con la topologia soggettiva invece di un’equivalenza immaginaria tra elementi e il senso di questi elementi, non si tratta di senso ma di luoghi e di relazioni, luoghi del soggetto, dell’Altro con la A maiuscola e del simile. Come lo presenta Ella Sharpe questo soggetto è in una profonda assenza rispetto a quel che dice, le sue parole sono mediate, però quando si presenta con la tosse, anche lì non c’è; è un soggetto che media sempre le sue parole e sembra che quando tossisce sia presente, e invece no, tossisce per non esserci, vale a dire che anche quando tossisce non è presente, la tosse gli serve per far sparire qualcosa, qualcosa che sta dietro la porta: in questo caso la passione del suo analista e in un’altra occasione per separare una coppia di amanti.
Nel sogno c’è il suo partner sessuale, la donna, e anche sua moglie e lui stesso; con la partner lui si sottrae, lei chiede il pene, ma lui mette soltanto un dito, così il fatto di far sparire è il tema fondamentale del soggetto, però mentre nel fantasma quel che sparisce è il soggetto, non c’è, nel sogno quello che non c’è è il fallo. Non sappiamo cosa fa sparire, però vediamo che nel fantasma in cui abbaia è il soggetto a esser fatto sparire mentre nel sogno è il fallo quello che non è posto in gioco, che è fatto sparire. Masturbare l’altro non è la stessa cosa che mettere in gioco il fallo e il gesto della donna, “to get my penis”, di ottenere il pene, mostra che il fallo non è lì, che qualcosa si sottrae e non solo per volontà del soggetto, ma per un accidente della struttura, cioè c’è qualcosa nella struttura del soggetto che fa sì che per lui sia difficile mettere in gioco il pene. Per questo soggetto si tratta sempre di non far le cose, far le cose non è cosa sua, anche quando parla di una frase in un libro è “non c’è niente di buono in noi”: l’oggetto buono non è lì. Di nuovo si conferma che si tratta del fallo perché in questa frase, che ha preso da un libro inglese molto noto, c’è un errore che va nella stessa direzione dell’idea che il fallo non c’è.
Inoltre c’è un ricordo da piccolino, quando lui tagliava le stringhe dei sandali della sorella: con questa sorella ha una relazione speciale, c’è un’identificazione con lei che conosciamo perché sostiene di non avere ricordi anteriori agli 11 anni, proprio l’età della sorella alla morte del padre. A proposito del padre morto che non poteva immaginare vivo, l’analista dice: “il paziente ha la stessa difficoltà con me, non ha pensiero su di me” e l’errore dell’analista è di mantenersi in silenzio perché crede che in questo soggetto non ci sia niente che indichi che vuole essere aiutato, sembra che chieda piuttosto di rimanere nascosto. Che non abbia nessun ricordo è molto aderente a questa posizione di stare sotto la capote, di stare legato al letto, quindi al fallo che non è dove lo si aspetta: tuttavia nel sogno si situa nella misura in cui è fuori gioco. Nel sogno il fallo è rappresentato da sua moglie, con lei fa il giro del mondo, non è spettatrice della sua avventura sessuale, semmai è presente in quanto colei che ha il fallo.
Il tabù più grande è la partner femminile come Altro per il suo potere che domina l’economia il desiderio del paziente e per questo c’è un riferimento a quella che si chiama “la donna tabù”: sua moglie è il suo fallo e per questo ha fatto quel lapsus dicendo che andava “con la moglie intorno al mondo”, invece di usare la corretta costruzione inglese ovvero “andavo a fare il giro del mondo con mia moglie”. L’analista mette l’accento sull’onnipotenza nella frase “intorno al mondo”, ma ciò che si deve far apparire in analisi è quello che il soggetto non vuol sapere: e in questo caso per farlo bisogna rendersi conto che l’analista è una donna.
Perché questo soggetto non vuole sacrificare il fallo? La risposta di Lacan è che per lui il significante fallico è identico a tutto quel che si è prodotto nella relazione con sua madre, perciò l’importante nell’analisi sarebbe stato reintrodurre la relazione nascosta del soggetto con la moglie, che è la portatrice del fallo.
In questo soggetto la prudenza è ciò che fa ostacolo al suo desiderio, nello stesso modo in cui la posizione di essere legato lo aveva fatto nella sua infanzia: dev’essere ben legato perché il significante fallo sia da un’altra parte. La formula della assunzione della castrazione per Lacan è che l’uomo non è uomo senza avere il fallo, e la donna è senza averlo, in modo che l’onnipotenza - che Ella Sharpe mette da tutte le parti - non sia del soggetto ma dell’Altro. Mister Robert non vuole perdere la sua dama, perché è dal lato della dama che sta l’onnipotenza, l’onnipotenza è dell’Altro e per questo non può litigare, non può arringare come avvocato e neppure può contendere come giocatore di tennis, perché per litigare è necessario porsi nel luogo dell’Altro e in questo caso l’Altro è la moglie che non deve essere castrata. Nella misura in cui il soggetto non può porre in gioco il fallo, nella misura in cui il significante del fallo è inerente all’Altro, il soggetto è bloccato.
Anche l’analista, però, s’impedisce di litigare con il soggetto, anzi quando si presenta una barriera che lei potrebbe superare non lo fa perché non si rende conto dell’attenzione che vi ponga il soggetto, l’interpreta come un’aggressione paterna ma non è così, il padre è morto sepolto. Per questo soggetto non è venuto il momento di accettare che le donne siano castrate. Non che una donna non abbia il fallo come lui dimostra ironicamente, ma che l'Altro come tale per essere incluso nel linguaggio è castrato, non ce l’ha. Questo è proprio quello che non ammette e per questo sua moglie è fuori gioco e neppure guarda la scena in cui lui è con l’altra; il soggetto non giunge a dire che il fallo è nella donna, tuttavia è così nella misura in cui Ella Sharpe è lì ed una donna. Sarebbe stato opportuno che lei si accorgesse di essere lì come donna e che osasse disputare la sua causa, che il paziente osasse discutere la sua causa di fronte a una donna: è ciò che fa problema per quest’uomo e infatti lo evita. Dall’altra parte, siccome Ella Sharpe non si rende conto di quanto succede, lo incita a servirsi del fallo come di un’arma. Per concludere si può dire che la cosa più nevrotizzante non è la paura di perdere il fallo, non è la paura della castrazione: il motivo più fondamentale della nevrosi è non volere che l’Altro sia castrato.

Trascrizione di Michela Di Costa
Redazione di Alberto Tuccio