martedì 1 febbraio 2011

La clinica della lingua e dell'atto negli adolescenti


L’adolescenza è prima di tutto un significante dell’Altro che dalla fine del ventesimo secolo serve a designare un momento particolare della vita che rientra nel campo di un tempo logico proprio a ciascuno. L’adolescente adotta un nuovo modo di parlare e di dire le sensazioni inedite che sorgono in lui e lo mettono a confronto con il nuovo, ridando valore al bell’enunciato di Arthur Rimbaud: “trovare una lingua.[1] La nostra tesi prende questo momento, detto di crisi dell’adolescenza, per affermare che la sua sfida fondamentale si situa nel rapporto del corpo vivente delladolescente moderno con la lingua articolata, quella detta del senso comune. È ciò che io propongo di chiamare “una crisi del linguaggio, o “crisi della lingua articolata all’Altro”. Ed è a partire da questo punto che emerge la questione dell’atto, così importante quando il soggetto non può più articolare il suo essere alla lingua dell’Altro.

Metamorfosi della messa in gioco della pulsione
Questa novità fa del corpo il luogo di una “bizzarra sofferenza,[2] sovente opaca e indicibile, che può condurre alla peggio a un passaggio all’atto, se ignoriamo il reale in gioco.
Freud nomina questo reale, che non si riduce al reale biologico di un semplice aumento ormonale, le metamorfosi della pubertà. Questo momento logico è segnato dalla scoperta dell’emersione di un nuovo oggetto, quello sessuale, che mette in gioco la pulsione sessuale fino a quel momento autoerotica. Un nuovo obiettivo sessuale è dunque dato, o richiesto, cosa che si ripercuote sull’annodamento del corpo con la lingua. In tal modo l’adolescenza è da una parte metaforica, nel senso che implica la sostituzione di un significante a un altro, ma dall’altra parte essa ha a che fare con l’oggetto metonimico, quello della pulsione sessuale, che fa irruzione nel reale che esige sempre dal soggetto, in un modo superegoico, un più di soddisfazione, un più di godere.
La questione è vedere quale prezzo dovrà pagare l’adolescente per superare questa tappa rischiosa della trasformazione del suo corpo, che ne fa un corpo sessuato e che comprende i passaggi all’atto. Nello stesso tempo appare l’incontro con il desiderio sessuale di un partner. È quello che viene davanti alla scena, da qui l’importanza di quello che Lacan chiama l’acting-out. Lì c’è un rimaneggiamento radicale della vita sessuale infantile a causa della scelta dell’oggetto d’amore sessuato. È questa la tappa della riscoperta dell’oggetto al quale l’infante aveva rinunciato alla fine dell’Edipo, prima di entrare nel tempo della latenza. Questa si accompagna alla rimozione dell’oggetto parentale, che si vede definitivamente condannato come oggetto sessuale. In effetti, in piena ricerca di se stesso, l’adolescente si deve assumere, il più delle volte da solo, la sua identità sessuale secondo la formula della sessuazione che deve scegliere.
La psicoanalisi porta una nuova luce su questo momento della pubertà, che Freud rende equivalente alla “perforazione di una galleria da due lati.[3] Quindi un buco (in francese trou, ndt.) in cui un’estremità buca l’autorità, il sapere, la consistenza dell’Altro genitoriale, e l’altra estremità perturba il vissuto del corpo infantile, facendo buco nella sua esistenza di bambino. Un tunnel dove si opera una sconnessione per il soggetto tra il suo essere infantile e il suo essere uomo o donna a venire. Attraversamento del tunnel che Victor Hugo aveva dipinto come una zona crepuscolare da lui chiamata come la più delicata delle transizioni, o “l’inizio di una donna alla fine di una bambina.[4]
La transizione, formula retorica che definisce il passaggio di un’idea a un’altra, rende conto del cambiamento marcato dalla difficoltà che prova il soggetto a continuare a situare il suo essere nel discorso che, fino ad allora, gli dava un’idea di lui come bambino fallico, o il suo posto come oggetto legato al desiderio dell’Altro genitoriale.

Come fare con il buco?
Ogni adolescente testimonia a suo modo di come si situa singolarmente davanti a questo reale del Risveglio di primavera[5]. Per l’adolescente la sessualità fa “buco nel reale[6] e lo confronta a un buco nel sapere che mette in questione tutto il sapere dell’Altro, e lo fa scontrare con un impossibile o con un reale indicibile. Lacan riprende a suo modo il buco del sapere e il buco dell’intima sessualità del bambino, già messa in evidenza da Freud con la sua metafora del tunnel. È in questo che si può identificare la pubertà come un troumatisme.
Il reale della psicoanalisi è quello che Lacan ha scoperto con i suoi pazienti e attraverso l’opera di Freud. Questo reale si trova nel famoso enunciato “non c’è rapporto sessuale”, il cui corrispettivo potrebbe essere: ma c’è del godimento, soprattutto a livello di un più di godere come elemento pulsionale nuovo che sgorga là nel corpo di ciascuno, confrontandolo con un certo fuori-senso, fuori senso del discorso comune.
Non c’è rapporto sessuale significa che, per tutti i soggetti presi nel linguaggio, non c’è niente nell’inconscio che dice a un uomo come comportarsi con una donna e a una donna come comportarsi con un uomo. Il godimento in quanto tale rientra nel regime dell’Uno. Esso è, nel suo fondamento, ideale e solitario, senza stabilire nessun rapporto con l’Altro; anche se il soggetto crede possibile l’esperienza di un rapporto sessuale, il godimento del corpo dell’Altro si scontra con un’impasse, con un impossibile, con un non-rapporto.
A questo reale con il quale Freud si scontra (e che aveva chiamato das Ding”, la cosa freudiana), Lacan ha dato lo statuto logico di una scrittura, quella dell’oggetto a.

Dal buco al legame da stabilire: la tensione tra l’ideale e la maturazione dell’oggetto a
Lacan dà al suo oggetto a la funzione logica di essere quello che, al cuore di ogni essere umano, ha a che fare con un reale inammissibile per la funzione simbolica. Per l’adolescente, questo oggetto a è anche quello che causa le sue sofferenze moderne, sempre moderne dell’essere in diretto contatto con la pulsione.
Perché se può causare il desiderio, chiedendo in un modo paradossale sempre più libertà, la libertà libera, più diritto a vivere la vera vita, essendo affascinati dalle prese del rischio imperativo, potrà anche essere ciò che farà la miseria del soggetto, in nome di una volontà oscura di voler godere ancora più della vita. Oppure, il semplice fatto di essere assoggettati al linguaggio che viene a limitare il godimento in sostanza ha a che fare con la civilizzazione, ma molto spesso gli adolescenti lo rimettono in causa. Da qui si origina questa tensione fondamentale tra passione e ragione, tra sensazione corporea e sensi, tra natura e cultura, tra essere autentico e acconsentire ai sembianti, tra ciò che dell’oggetto a è preso nella pulsione e l’ideale “I” che attraversa tutta la clinica dell’adolescente.
Oggi la sparizione degli ideali, o il loro spostamento verso gli oggetti del godimento o di consumo, ha portato al fatto che l’importanza dell’oggetto rimpiazza quella dell’ideale. È quello che Jacques-Alain Miller ha formalizzato con il matema della modernità, a > I,[7] che ne rileva la tensione soggiacente e ne indica il punto d’impasse. Questo matema ci serve a decifrare ciò che è in gioco nell’adolescenza nella tensione tra ideale e oggetto.
Quindi la caduta dell’identificazione fallica si effettua a mo’ di touché e confronta l’adolecente con la libido, vale a dire al corpo nella sua dimensione pulsionale, presa come oggetto a, al corpo indicibile. Si tratta di questo reale che noi chiamiamola macchia nera[8] (in francese “la tache noir”, ndt.) del soggetto per designare la parte di lui che fa macchia nel quadro della sua esistenza, e che rischia, se egli vi si identifica troppo, di devastare il suo essere. Certi soggetti si identificano con il vuoto che si scopre a mo’ di niente o di rifiuto, altri preferiscono la scommessa narcisistica del corpo come luogo della sensazione fuori senso, della forza della vita.
La consapevolezza del fallimento dell’Altro produce ciò che Lacan chiama “il significante della mancanza dell’Altro, cioè S di A grande barrato, che rivela il reale proprio a ciascuno, ovvero il luogo di questa insicurezza del linguaggio.
D’altro canto Lacan non ha definito la pubertà come il tempo logico “in funzione di un legame, da stabilire, tra la maturazione dell’oggetto a e l’età della pubertà.[9] In questo legame da stabilire, l’adolescente può fare la scelta insondabile di corto-circuitarlo, cosa che lo precipita allora nella messa in scena organizzata dell’acting-out, portando dei vestiti particolari (dizionario del Look), fino a condotte di dipendenza verso la fretta del passaggio all’atto. Se la dimensione dell’atto è così importante nelle patologie dell’adolescenza, è perché l’atto è un tentativo di inscrivere, nelle crisi dell’identità che sono crisi del desiderio, la parte di reale legata all’oggetto a. La recrudescenza dei passaggi all’atto è un tentativo di correlarsi all’oggetto a e di farsi un nome del godimento (tossico, delinquente, ecc...). Questo reale suscita, tuttavia, il risveglio di fantasmi e di sogni che conducono il soggetto a un certo esilio.

L’adolescente, nel quale circola il sangue dell’esilio e di un padre”[10] e i tre esili del soggetto
Da qui il paradosso fondamentale dell’adolescenza che cattura perché quando si parla di crisi, si tratta di ciò che risveglia il reale della sessualità, che invece di rendere possibile il rapporto sessuale come si potrebbe aspettare, solleva in nome della causa del godimento dei fantasmi che allonta, e modifica il rapporto del soggetto alla propria lingua. L’esilio del soggetto è qui ancora più manifesto. Il fallimento nel trovare la parola chiave per entrare nel senso comune, questo godimento dà improvvisamente al soggetto il sentimento di essere nella certezza del vero, lo conduce spesso a sentirsi a parte, in esilio, a rischio di provare un certo vuoto.
C’è in principio l’esilio fondamentale del soggetto, legato al fatto che si deve situare nel linguaggio, o la coppia ordinata S1-S2, per dire ciò che egli è. C’è da tradurre il suo essere nelle parole, ciò che lo esilia dal godimento primitivo del vivente per ripresentarsi nelle parole. Preso dal fatto del reale della pubertà, il soggetto si trova esiliato dal proprio corpo di bambino e dalle parole della sua infanzia, dalla sua lingua dell’infanzia che si articola, senza che possa dire ciò che gli succede.
Il paradosso che affronta allora nel suo incontro con la sua sessualità è che l’ha vista sempre come un qualcosa di estraneo che non si può tradurre in parole, ed è per questo che Lacan parla dell’Altro sesso. Questo terzo esilio, o l’esilio del proprio godimento che avviene in rapporto all’Altro, l’esilio in una solitudine, non si può dire all’Altro. Lacan precisa, che non c’è miglior termine di quello di esilio per esprimere il non-rapporto sessuale[11]. Il troumatisme della sessualità fa da buco nel reale.
La libido può quindi essere considerata una risposta sintomatica alla pubertà del soggetto alla libido[12]. L’adolescente, in lotta contro le pulsioni parziali, al momento in cui la battaglia si fa rabbia, deve identificarsi con gli ideali del suo sesso, che lo rinviano al meglio alla sua solitudine[13]. A causa di ciò che vedeva in lui e i suoi fantasmi,il soggetto pensa che non riesce a comprendere di sé stesso lo rende incomprensibile all’Altro. La delicata transizione dell’adolescenza ha a che fare con l’incontro di questo reale, momento in cui l’angoscia, lo sgomento, la noia, la solitudine e il sentimento di vergogna o l’aggressività occupano il centro della scena. Questi momenti di esilio sono vissuti in modo più acuto e reale quando questi adolescenti vivono in luoghi dove si è già giocata una certa precarietà simbolica, di esclusione o di rifiuto come in alcune scuole nelle banlieues.

Trovare il luogo e la formula di fronte alla situazione di stallo della traduzione
L’adolescenza appare dunque in principio, di fronte a questo buco al quale essa rinvia, come un momento di fragilità per l’adolescente, ma anche di invenzione e di creazione moderna. La poesia moderna è quella che parte da Rimbaud,[14] ci orienta verso l’adolescenza di Rimbaud stesso, che egli chiama “primavera”,[15] scrivendo anche in Vagabondi il vero enunciato paradigmatico dell’adolescenza: “[…] io nell’urgenza di trovare il luogo e la formula”.[16] Frase che tormenta ancora i giovani.[17] L’adolescente vive sempre nell’ultimo, l’attesa è al di sotto delle sue forze,[18] il suo tempo si accorda con la velocità. “Je suis venu trop tôt dans un monde trop vieux” [Sono arrivato troppo presto in un mondo troppo vecchio (ndt.)].[19] Se è sotto pressione, l’adolescente rischia di vagare e di perdere la sua vita correndo dietro ad altre vite.
Ciò che mette fretta al soggetto di trovare il luogo e la formula è la sessualità che fa buco nel reale, che spinge il soggetto a trovare nel senso di trou-ver[20] il luogo dove elaborare la propria formula. Ricercare il luogo e la formula dove essere identificato, ricercare il proprio nome del godimento, non avendo trovato un no al godimento rovinoso emerso al momento della pubertà, resta quindi la ricerca centrale dell’adolescenza. Al momento di presentarsi sulla scena sociale, può trovare un appiglio nel nuovo rapporto del godimento che ha con il proprio corpo. Quando le crisi d’identità sono fonti di crisi del desiderio, l’adolescente può quindi tentare di situarsi attraverso un atto in nome della vera vita. Questa dimensione dell’atto spinge alcuni alla fretta – quell’“urgenza di cui parla Rimbaud a voler mettere alla prova l’atto, a vedere una certa violenza, la dimensione della verità del loro essere.
Difronte all’eccesso di godimento che invade il suo corpo e lo lascia fuori discorso, l’adolescente può dunque scegliere un certo vagabondare verbale o fisico. Si tratta di questo eccesso di godimento che Rimbaud evoca nella sua poesia “Sensazione” e che egli ha saputo scrivere così:

Non dirò niente, non penserò niente: ma
l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e andrò lontano, più lontano come uno zingaro
nella Natura, felice come con una donna”.[21]

Questo eccesso che lascia il soggetto in panne “di traduzioni e di immagini verbali,[22] può chiarire il modo nel quale questa transizione dell’adolescenza è anche un’impresa di traduzione.
 
Di fronte alla crisi del linguaggio, l’etica del dire la propria sofferenza
L’adolescente dice le sue “sensazioni” o i suoi “disturbi in tutti i sensi” nella grammatica pulsionale del proprio tempo, che gode nella prossimità del suo corpo. Si tratta o di situarsi al servizio di una pulsione parziale, ripiegandosi su una volontà oscura che spinge a volere altre cose, e alla quale è difficile cedere, o di reprimerla.
Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia.
– E l’ho trovata amara. – E l’ho insultata”.[23]
Il significante da solo S1 direttamente collegato con la pulsione può allora essere liberato e alterare il legame con l’Altro. La crisi della lingua, legata strutturalmente a questo buco nel reale, mette in questione questo legame con l’Altro e produce l’insicurezza del linguaggio. L’adolescente preferisce assicurarsi da solo il suo S1, che annoda direttamente il suo corpo al pensiero. Se è decisiva la scelta di questi momenti di denuncia dell’Altro, del Sapere dell’Altro, è perché sono differenti secondo le strutture cliniche. Anche se c’è un’ironia propria all’adolescenza, rispetto a questa crisi del linguaggio che essa attraversa, non si tratta dell’infernale ironia della schizofrenia di cui Jacques-Alain Miller precisa, seguendo Lacan,[24] che è “un’arma” alla radice stesa di tutte le relazioni sociali.[25] L’ironia degli adolescenti è quella che mette in questione il Sapere dell’Altro (S2), davanti a tutto il potere della nuova sensazione alla quale essi tengono. È questo S2 che Lacan chiama il Sapere e che è uno dei problemi fondamentali della messa in questione dell’adolescenza. La coppia ordinata S1-S2 è al tempo stesso ciò che chiamiamo linguaggio formale. Questo fondamento dell’articolazione del soggetto con il legame sociale non offre più lo stesso sollievo per alcuni adolescenti, che rivendicano una volontà di godere sia come loro la intendono, sia dal modo di intendere le parole S1 completamente sole che percepiscono nella loro testa. Per questa ragione, spesso senza saperlo, anche senza il Sapere, rifiutano il discorso stabilito al quale avevano acconsentito durante l’infanzia.
Dal fatto di non incontrare più il sollievo di un discorso stabilito, il giovane della nostra “modernità ironica”, si trova solo, più ancora di altre volte, di fronte al “buco del reale” della sua sessualità. Da qui il problema cruciale del dovere dire ciò che fa soffrire, ciò che di suo è in attesa d’essere tradotto, ovvero articolato in S2 all’Altro del Sapere; da qui la necessità di offrirgli un luogo per stabilire di nuovo questo legame, questo legame all’Altro. È a questa lettera di sofferenza che Lacan ha dato lo statuto di oggetto a. Il più delle volte è a partire dalla sensazione che l’adolescente rischia il suo “je” (io); ed è da questa nuova enunciazione che egli tenta di intraprendere ciò che noi chiamiamo la lingua dell’autenticità”, nel senso di “authenti-cité”,[26] questa lingua della sensazione immediata che si gioca o si gode, che si articola piuttosto alla sensazione, come S1, che al significante del Sapere dell’Altro. Con questa lingua l’adolescente mette al posto del Sapere la verità immediata del suo essere.

I paradossi dell’adolescente: domanda di rispetto e provocazione linguistica
È in questo punto preciso che l’adolescente oggi pone ciò che noi abbiamo nominato il suo sintomo, o la sua “domanda di rispetto”.[27] Là si gioca anche per altri una forma di provocazione linguistica. È questo il momento in cui l’adolescente ha il compito, il dovere etico di trovare una lingua per dirsi all’Altro. Ciò fa dire che la crisi dell’adolescente, è prima di tutto una crisi del linguaggio.
Questa ricerca della lingua di Rimbaud, il suo famoso “trovare una lingua è all’inizio dell’enunciato della ragazza de L’esquive”,[28] che dice di parlare la lingua della città, carica di violenza e d’insulti, perché è ciò che le permette di “prendere posizione”. Prendere posizione nella lingua, nel modo più irrispettoso e sgradevole per l’Altro, è spesso un’impasse adottata da alcuni adolescenti. L’adolescente moderno fa un certo uso della lingua e se ne serve più per presentarsi che per rappresentarsi, cosa che implicherebbe una certa perdita di godimento.
Nella sua prefazione al Risveglio di primavera, Lacan ci dice che i ragazzi non penserebbero a fare l’amore con le ragazze senza il risveglio dei loro sogni, senza un certo risveglio della poesia. Gli adolescenti non sarebbero parassitati dagli insulti senza un certo risveglio della loro sessualità. Il vagabondaggio del provocatore moderno fa che egli alloggi nella sua sregolatezza dei sensi nel suo rapporto inedito a una lingua sintomo.
Noi proponiamo di leggere questa modalità provocatrice di parlare come il loro trattamento dell’impasse del buco nel reale con il quale essi si confrontano. Noi proponiamo di saper dire sì, mentre si dice no, di accogliere questa crisi del linguaggio come una crisi della lingua articolata.
Per coloro che si orientano nel discorso analitico, al contrario dei terapeuti cognitivo comportamentali, si tratta, attraverso questa crisi del linguaggio, di privilegiare l’angolazione della produzione di un sintomo, di una singolarità piuttosto che di un deficit: se questa singolarità sembra inadatta, è semplicemente perché non c’è stato, fino a quel momento, un Altro per autenticarla.
Come fare atto di presenza per autenticare, attraverso la propria parola, questa nuova via dell’adolescente, sapendo dire sì alla metamorfosi che l’ha condotto con le sue parole a sé stesso?[29]

Il compito dell’adolescente di fronte al declino dell’autorità
Per Freud, il compito dell’adolescente è di staccarsi dall’autorità dei propri genitori, uno degli effetti più necessari, ma anche tra i più dolorosi dello sviluppo. L’attività fantasmatica, secondo Freud, ha per compito quello di sbarazzarsi dei genitori ormai disprezzati,sia attraverso i sogni ad occhi aperti, le letture, lo scrivere diari segreti o giochi diversi, e può essere oggi la provocazione linguistica. Questo compito non passerà senza ripercussioni sul lato della lingua, perché è spesso attraverso l’autorità della lingua che si manifesta l’autorità dei genitori; il colpo di questa lingua sarà messo in gioco in un modo inedito. “Sto aizzando la lingua con frenesia”,[30] o “[…] m’incanaglio il più possibile[31] nella lingua, diceva Rimbaud.
Nella nostra epoca, forse più di prima, l’autorità della lingua non è più allo stesso posto, essa è talvolta assente e si trova anche spesso denunciata in modo ironico, e questo tanto più che certi giovani non hanno avuto la fortuna di ricevere nel modo corretto questo discorso stabilito dall’Altro, nel quale essi hanno situato il loro essere pulsionale, e che si è soliti chiamare educazione. È all’incontro con la lingua dell’autorità della trasmissione da parte di questi adolescenti e alle loro lingue che noi dobbiamo essere molto sensibili, perché là si gioca l’avvenire della loro inscrizione in ciò che essi hanno in ogni modo da imparare dall’Altro.
Oggi il declino della funzione paterna e il discredito gettato su certi discorsi mette in pericolo il mantenimento di un’autorità autentica. La funzione eccezionale del Padre, annodando la legge al desiderio, mostra come arrangiarsi con il proprio godimento sia nella vita privata, sapendo fare della propria donna la madre dei propri figli e ciò che causa il proprio desiderio, sia nella vita pubblica, offrendo dei punti di repere. Il padre stiva il rispetto e l’amore per un certo uso della lingua. Sapersi arrangiare con il proprio godimento incarnandolo in un modo di vivere e di parlare suscettibile di sostenere un luogo d’identificazione possibile dona diritto al rispetto e all’amore. La caduta di questa funzione del Nome del Padre precipita il soggetto in un disordine tale che egli può decidere di uscirne attraverso una provocazione o un atto sulla scena del mondo.

Una clinica dell’atto
Il corpo dell’adolescente è il luogo dell’esperienza della mancanza di sapere che spinge il soggetto all’esilio, ovvero a staccarsi dall’autorità dei genitori talvolta a prezzo di un atto separatore. La verità immediata del proprio essere, ognuno dà la sua migliore versione di un’invenzione, uno stile di vita, alla peggio rivelando la parte d’impossibile da sopportare attraverso un sintomo o un passaggio all’atto.
Per alcuni il sintomo opera un nodo tra il significante e il corpo, ma per altri, il passaggio all’atto o una pratica di rottura condannano il soggetto a vagabondare, lontano da ogni inscrizione significante di ancoraggio al campo dell’Altro. L’atto serve allora talvolta in modo paradossale per uscire dall’impasse del rapporto con l’Altro, con ciò che si sperimenta come un impossibile a dirsi. Questo atto, che concentra la preoccupazione di autenticità dell’adolescente, è anche la denuncia al mondo dei sembianti che lo circonda. Questi atti, fughe e vagabondaggi, ci vengono a dire come noi psicoanalisti vi rispondiamo in un altro modo senza ridurli a dei disordini del comportamento.
Quando fallisce il processo di traduzione, il processo di nominazione, si manifesta il disordine della condotta come formazione dell’inconscio più lunga, più continua che non è il sintomo freudiano. Anche il disordine del comportamento del soggetto è una risposta di fronte all’insicurezza linguistica che resiste dopo l’incontro con il buco della significazione della lingua.
Anche i disordini del comportamento sono sempre più spesso dei tentativi durante un’impasse di separarsi dall’Altro, segnato da un rifiuto di passare attraverso la parola e i sembianti che essi denunciano. Invitare a leggere questi disturbi come delle pantomime, è proporre di decifrare il testo che agiscono, ovvero il modo in cui il soggetto si situa di fronte al desiderio dell’Altro, con la volontà oscura di volersene separare. Dice Lacan: “Il suicidio è il solo atto che possa riuscire senza fallimenti. Se nessuno ne sa niente, è perché esso procede dal partito preso di non [voler] sapere niente”.[32] L’adolescente reclama a gran voce contro i suoi genitori, spesso in modo irrispettoso, la fiducia di cui ha bisogno per rinforzare la propria fiducia in se stesso, ed è ciò che esattamente manca di fare buco nel suo rapporto con l’Altro.  

Una clinica dell’ideale dell’io e il punto da dove
Se all’orizzonte l’uscita di una soddisfazione Altra sostiene la dimensione dell’atto e spinge l’adolescente a correlarsi a un oggetto del godimento, non scordiamo che nella maggior parte dei casi cerca anche un’uscita significante per nominare la sua parte indicibile, e facendosi nominare (cfr. trattare) dall’Altro: tossicomane o psicopatico, o anche il più delinquente, o la peggiore feccia. Certi adolescenti cedono alla mania della marca inscritta sul corpo – tatuaggi, piercing – come tentativo di inscrivere i limiti che essi non ricevono più dall’Altro. Se, per alcuni, l’oggetto del godimento occupa la scena principale, esso va talvolta a bucare lo scenario che li sosteneva fino a quel momento, permettendoci un margine d’operazione. Per questo si può cogliere come dei nuovi sintomi mettono in evidenza una clinica dell’ideale dell’Io, legato alla funzione di Nome del Padre.
Il Nome del Padre introduce all’uscita dall’Edipo, alla costituzione dell’Ideale a partire dal processo di identificazione, e apre alla costruzione per il soggetto della propria risposta singolare. L’ideale dell’Io, come tratto calcolato su questa funzione paterna, equivale al punto di capitone che stabilizza il sentimento della vita e dà al soggetto il suo luogo nell’Altro e la sua formula. Questo punto d’appoggio, a partire dal quale si dovrebbero decifrare i loro atti, è il “punto da dove” l’adolescente può vedersi degno di essere amato, vedersi amabile per un Altro che sappia dire sì al nuovo, al reale della libido che si manifesta in lui. Questi sintomi appaiono al momento in cui l’adolescente desidera essere visto e riconosciuto in un nuovo modo, mettendo in evidenza una clinica dell’ideale dell’Io nella quale ciò che si mostra è anche ciò che desidera essere inteso, al fine di trovare una risposta. Questo ci permette di leggere altrimenti ciò che si gioca in questi momenti di fughe, di vagabondaggi o di condotte a rischio.

L’adolescente e la psicoanalisi
Lo spazio di libertà di parola che noi offriamo agli adolescenti che riceviamo all’interno della seduta analitica disegna un quadro per cui il soggetto trova la via del nuovo nel dire. Sta a noi cogliere ciò che lo fa agire, aiutandolo a trovare un luogo d’indirizzo per la propria sofferenza, un luogo dove elaborare la propria formula, laddove ciò che egli rifiuta è la formula dell’Altro, e che avrà valore di supplenza. La psicoanalisi, per sostenere la maturazione, deve offrire il legame e il legame dell’associazione libera come traduzione possibile.
Un resto inassimilabile vi si può depositare. Questo resto è questa macchia nera, è l’oggetto a, questo reale insopportabile, questo indicibile, questa parte oscura dell’essere dalla quale non si guarisce, ma nella quale ci si accomoda più o meno bene. L’insopportabile esilia talvolta il soggetto dai suoi sentimenti d’umanità salvo che, se la incontra con l’Altro, apre questo punto da dove a partire da un “sì” alla propria assunzione di parola, alla propria parte dell’eccezionalità, alla propria enunciazione sempre incomparabile. Il nuovo emerge nel detto e può allora orientare una parola inedita, una nuova presa di posizione nella lingua e permettere all’adolescente di esprimere la via nuova che gli si offre.
È a partire da questo oggetto a che il soggetto prende parola, giustamente in un tempo logico necessario “in funzione di un legame, da stabilire, tra la maturazione dell’oggetto a.[33] Grazie alla presenza di uno psicoanalista, l’adolescente può trovare come dare alla propria lingua in impasse una piccola spinta, che può arrivare da questo punto da dove egli si sente parlare a un Altro che il suo analista incarna per lui. Per questo bisogna saper accogliere l’S1 da solo. Bisogna saper dire sì agli S1 del godimento, delle sensazioni immediate, della “libertà libera”, “della vera vita” alla quale essi credono. Bisogna saper offrire un’opportunità inventiva dell’alienazione significante, quella della lingua articolata S1-S2.
Questo è il riparo che si può incontrare con uno psicoanalista, guidando l’adolescente nel compito di dire il suo essere. Uno psicoanalista può per la sua presenza fisica e silenziosa, ovvero non portatrice di un ideale predicato sull’essere del soggetto, ma sapendo ricevere il nuovo, incarnare queste tensioni tra l’oggetto a e l’Ideale. Perché la molla fondamentale dell’operazione analitica è mantenere la distanza tra I e a.[34] L’operazione e la manovra del transfert stanno a regolare in questo modo la distanza tra il punto da dove il soggetto si vede amabile e questo altro punto dove il soggetto di vede causato come mancanza da a, e dove a viene a tappare la beanza che costituisce la divisione inaugurale.[35] Lo psicoanalista può accogliere questo punto di incontro sempre traumatico con l’Altro sesso poiché è ciò che buca il sapere. Può proporsi come garante, nel legame sociale, nello scioglimento di questo nodo tra Ideale e desiderio, al fine di far avvenire qualcosa di nuovo; egli può, grazie alla sua presenza e alla sua responsabilità, aprire la via d’accesso al desiderio di colui che si rivolge a lui, permettendogli di dire in modo paradossale una parte del suo impossibile a dirsi.  

  


[1] A. Rimbaud, “Lettera a Paul Demeny – 15 Maggio 1871”, in Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, p. 455.
[2] A. Rimbaud, “I deserti dell’amore, in Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, p. 195.
[3] S. Freud, “Terzo saggio. Le trasformazioni della pubertà (1905)”, in Tre saggi sulla teoria sessuale, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 92.
[4] V. Hugo citato da A. Stevens, “Sorties de l’adolescence”, in La Petite Girafe, n. 13, Mars 2001: Elle avait cette grâce fugitive de l’allure qui marque la plus délicate des transitions de l’adolescence, les deux crépuscules mêlés, le commencement d’une femme dans la fin d’une enfant [Ella aveva la grazia fuggevole dello stile che caratterizza la più delicata delle transizioni in adolescenza, due crepuscoli mescolati, il principio di una donna nella fine di una bambina]”.
[5] F. Wedekind, Risveglio di primavera, Utet, Torino 1981.
[6] J. Lacan J., “Prefazione” al Risveglio di primavera, in La Psicoanalisi, n. 7, 1990, p. 10.
[7] J.-A. Miller, E. Laurent, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthiques”, in La cause freudienne, revue de psychanalyse, n. 35, 1997.
[8] Questa macchia nera l’abbiamo incontrata in molti scrittori. Cfr. Numier R., J’y suis”. In La Nouvelle Revue Française, n°444, giugno 1990 (pp. 48-50). In questo bel testo, l’autore ci parla del punto di noia che struttura tutta la vita di Rimbaud, il quale diceva di essere preso “acqua sempre nera (in francese “eau toujours noire”, ndt.), luogo della “bizzarra sofferenza” che evoca nei “Deserti dell’amore” (op. cit., p. 195).
[9] J. Lacan, Il Seminario. Il libro X. (p. 281).
[10] A. Rimbaud, Œuvre-Vie, éd. Du centenaire, Arléa 1991 (p. 282).
[11] J. Lacan, Séminaire Livre XXIII, Le Sinthome (1975-1976), Seuil 2005, p 70.
[12] Stevens, Alexandre, « L’adolescence symptôme de la puberté » in Les feuillets du courtil n°15, Publication du Champ Freudien en Belgique, 1998.
[13] C. Louis-Combet, D’île et de mémoire, José Corti, 2004. Si tratta di un piccolo testo da ricordare per la solitudine dell’adolescente alle prese con le pulsioni della sua sessualità, che lo congedano nel “silenzio dove morirono le parole”.
13 R. Barthes, Le degré zéro de l’écriture, Seuil, Paris 1972, p 34.
[15] A. Rimbaud, “Lettera a Théodore de Banville – 24 Maggio 1870”, in op. cit., p. 439.
[16] A. Rimbaud, “Vagabondi”, in op. cit., p 317.
[17] Nel 1991 Henri Thomas, nel suo libro autobiografico “Ai-je une patrie?, scrive: Que j’ai du mêler à mon histoire quelques unes des romances de Rimbaud qui m’ont sauvé à quinze ans, en m’ouvrant ma patrie cachée; le langage; cela répondait à un espoir beaucoup plus profond que toutes les amours [Ho mescolato alla mia storia qualcuna delle poesie di Rimbaud che mi hanno salvato a quindici anni, aprendomi la mia patria nascosta; il linguaggio; e questo rispondeva a una speranza molto più profonda di tutti gli amori (ndt.)]. Ancora, nel 2004, Faïza Guène testimonia in “Kiffe Kiffe demain”, la vita difficile di un’adolescente di città che ha lasciato la scuola molto presto, e il ruolo decisivo che hanno giocato due persone: la sua psicoterapeuta e Hammoudi, un des grands de la cité qui lui récitait des poèmes de Rimbaud, qu’elle trouvait beaux [Uno dei grandi della città che gli recitava dei poemi di Rimbaud, che lei trovava belli (ndt.)].
[18] Hölderlin, Fragments Thalia, in Œuvres complètes, La pléiade, Gallimard 1976, p 113.
[19] A. Rimbaud, citato da A. Borer nella sua prefazione al testo Œuvre-vie, op.cit.
[20] Scomposizione della parola che mette in evidenza la radice trou del verbo (ndt.).
[21] A. Rimbaud, Sensazione”, in op. cit., p. 11.
[22] S. Freud, “Lettera a Fliess, n. 46, in Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904), Bollati Boringhieri, Torino 1986.
[23] A. Rimbaud, “Una stagione in Inferno”, in op. cit., p. 211.
[24] Lacan, rispondendo a degli studenti di filosofia, si riferisce alla sua clinica per dire che la funzione sociale della malattia mentale è l’ironia: “Quand vous aurez la pratique du schizophrène, vous saurez l’ironie qui l’arme, portant à la racine de toute relation sociale”. [Quando avrete esperienza della pratica con la schizofrenia, voi capirete che l’ironia che la arma è la radice di tutte le relazioni sociali (ndt)]. Cfr. J. Lacan, “Réponses à des étudiants en philosophie sur l’objet de la psychanalyse, 19 Febbraio 1966 , in Les Cahiers pour l’analyse, Epistémologie de l’Ecole Normale Supérieure, n. 3, mai-juin 1966.
[25] J.-A. Miller, Clinique ironique, in Revue de La cause freudienne, n. 23, 1993.
[26] Qui l’autore scompone la parola francese per sottolineare il legame con la civiltà: “authenti-cité” (ndt.).
[27] P. Lacadée, La demande de respect”, in Le malentendu de l’enfant, op. cit, p. 325.
[28] Film scritto e realizzato da Abdellatif Kechiche, uscito nelle sale nel 2004.
[29] J.-A. Miller, Du nouveau!… Introduzione alla lettura del Seminario V di J. Lacan, Ed. Rue Huysmans, Paris 2000.
[30] A. Rimbaud, “Lettera a Ernest Delahaye – 5 Marzo 1875”, in op. cit., p. 476.
[31] A. Rimbaud, “Lettera a Georges Izambard – 13 Maggio 1871”, in op. cit., p. 448.
[32] J. Lacan, Radiofonia/Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 97.
[33] J. Lacan, Il seminario. Il libro X, Einaudi, Torino 2007, p. 281.
[34] J. Lacan, Il seminario. Libro XI, Einaudi, Torino 2003.
[35] J. Lacan, Il seminario. Libro XI, Einaudi, Torino 2003.


Philippe Lacadée
Traduzione di Federica Facchin

domenica 16 gennaio 2011

Il transfert e le diverse manifestazioni del soggetto supposto sapere

Aprirò questo ciclo di conferenze sul transfert con delle osservazioni cliniche molto semplici, dei fatti clinici che giustificano l’elaborazione di Freud e di Lacan, che quindi non devono essere considerate come dogmi, ma come conseguenze del dire del soggetto in analisi. Se l’analista dice: «Lei mi prende per sua madre, lei mi prende per suo padre, ecc... », è questo che chiamo il dogma. Di fatto, è il paziente stesso, attraverso i suoi sintomi e i suoi sogni, a dire qualcosa del posto che occupa chi lo ascolta.

Partirò, quindi, da una vignetta clinica molto semplice. Si tratta di una giovane donna che non sa assolutamente nulla della psicoanalisi, che incontro in istituzione e che ha un sintomo che vorrebbe veder scomparire. È sposata da poco e non riesce a fare l’amore con suo marito. È il suo ginecologo che la invia per una consulenza psicologica. A seguito del primo contatto con me, sin dalla seconda seduta, mi dice: «Lei ha un fluido». Ovviamente, poiché sono in un’istituzione psichiatrica, ascoltando tale persona, mi chiedo se non sia folle. Vale a dire, se lei crede veramente che io abbia un fluido magnetico, come Messmer. Attualmente si usa volgarmente il termine «onda positiva» quando si ha un buon contatto con qualcuno. Il problema è di sapere se si tratta di una metafora, di un modo di dire o se, per il soggetto, tutto ciò è reale. Ma ben presto, mi accorgo che, fortunatamente, è solo un modo di dire. Il termine traduce per lei l’influenza, il potere che ho sulla sua attività mentale poiché sogna, ha dei ricordi d’infanzia e si stupisce di far conoscere così la sua intimità a qualcuno che non conosce. La paziente, molto ingenuamente, menziona la suggestione realizzata da questa relazione, che è una semplice relazione di parola, nel senso che sono io che scateno la sua parola, senza suggerirle niente. L’unico suggerimento che le do è quello di parlarmi di suo marito e della sua vita sessuale. E allora constatiamo che la difficoltà che ha a far conoscere la sua intimità ha come contropartita la produzione di un affetto che possiamo dire d’amore. Esercito una seduzione su di lei poiché fa dei sogni che riguardano la mia persona. Senza mai averle interpretato nulla, per la semplice virtù di questa relazione confidenziale, un bel giorno mi racconta che è riuscita a fare l’amore con suo marito. Felice conclusione, sicuramente effetto di suggestione. Eppure, non basta ascoltare le lamentele di una donna frigida per levare il sintomo. Sarebbe comunque una cosa arcinota, anche i preti dovrebbero accorgersene durante la confessione. Invece di dare consigli, a un certo punto, se una donna comincia a far conoscere la propria intimità, basterebbe tacere, come fa lo psicoanalista, per produrre un certo effetto terapeutico. Vi parlo di questo perché questo pomeriggio sentirete una vignetta clinica che mette in scena, per l’appunto, un prete terapeuta.

Questo strano fenomeno di risoluzione di un’inibizione per la semplice virtù dell’ascolto mette allora in valore la funzione del transfert. Qual è il posto di questo Altro che io incarno e che rifiuta di farsi garante della domanda d’amore che mi rivolge? Potremmo dire che questo esempio condensa diverse epoche della concezione del transfert. L’epoca di una confusione con la suggestione – è quanto vi ho già mostrato, quello che lei chiama «il fluido». In secondo luogo, la concezione del transfert come spostamento: qui, quello che viene spostato, sono i sentimenti che nutre per me e che non nutre per il marito. Al di là di me, d’altro canto, non è difficile identificare il padre e la difficoltà che ha avuto questa ragazza, nella sua storia, a passare dal padre agli uomini. Le ho fatto notare che aveva delle difficoltà a lasciare suo padre, un uomo idealizzato, e che contrasta con il suo maritino, che ai suoi occhi è ben lungi dal beneficiare dello stesso prestigio, ed è piuttosto lei ad essere l’ideale del marito. Ma, al di là di questo fenomeno di ripetizione, in cui lei mette in atto qualcosa dell’inconscio, ovvero la sua passione per il padre, c’è qualcosa nella relazione che sfugge alla dimensione edipica: mi attribuisce un sapere sul sesso e un sapere sull’impasse sessuale. È la terza modalità del transfert. Mi attribuisce un sapere sul segreto del desiderio e, in fondo, tale segreto è lo stesso di cui lei dispone: è la struttura divisa del suo desiderio tra l’uomo ideale e l’ometto a cui si rassegna. Acquisisce un sapere su tale opposizione. In questa vignetta clinica si manifestano, quindi, la suggestione, la messa in atto dell’inconscio nella ripetizione e l’effetto del soggetto supposto sapere.

Prima che Lacan elaborasse lo stato finale della definizione del transfert come soggetto supposto sapere, vi sono diverse tappe che sono costruite a partire da teorie esterne a Freud. Vale a dire che Lacan cerca di superare l’interpretazione edipica del transfert ricorrendo ad altre dottrine, segnatamente filosofiche, che mettono in valore l’amore del sapere, il sapere come oggetto d’amore e anche l’esistenza di un sapere di cui si dispone ma che il soggetto non sa. Da cui la definizione dell’inconscio come un sapere – non come una somma di affetti – che il soggetto non sa ed è questo sapere che viene trasferito all’analista. Vi rinvio a una delle definizioni più esplicite su questa questione, che si trova nel testo «Televisione»: «Il soggetto attraverso il transfert, – dice Lacan – è supposto al sapere di cui consiste come soggetto dell’inconscio ed è qui ciò che è trasferito sull’analista» (Autres Écrits, Seuil, 2001, p. 531). Innanzi tutto, dunque, il transfert non è una relazione a due, è un effetto dell’inconscio. Un sapere che non può dire «io so», implica logicamente un Altro che lo sa. Ed è qui quello che è trasferito sull’analista, cioè il sapere in quanto non pensa. Rispetto al cogito cartesiano «io penso», qui c’è un «non penso », ma «qualcosa pensa» in me. Lacan, d’altro canto, riprende i termini di Freud, relativi all’inconscio nel sogno, che non pensa, che non calcola e che non giudica. Ma ne fa comunque un effetto di lavoro. Quindi, l’inconscio lavora, il soggetto nel sogno fa delle metafore, delle metonimie, fa un lavoro sul significante ma all’insaputa della significazione che produce. Se prendete l’esempio del sogno, per l’appunto, se un sogno vuol dire qualcosa, cioè si decifra come i geroglifici di Champollion, ciò significa che è una lingua, una lingua segreta, è la lingua segreta del soggetto, di colui che vi racconta il suo sogno. Quindi, è lui che cifra il sogno, è lui l’agente della deformazione tra la significazione e il discorso del sogno, è lui che trucca, che maschera il pensiero rimosso del sogno. Quindi lavora. Quando dormite, voi lavorate. «Traumarbeit» dice Freud. Il lavoro del sogno è fatto di una elaborazione secondaria e, in analisi, il soggetto racconta il suo sogno come se non c’entrasse niente, come se uscisse da teatro o da una sala cinematografica, e racconta quello che gli è capitato. Non sa di sapere e il sogno stesso è un’interpretazione, e il senso del sogno si riduce a dei «gedanken», a dei pensieri: pensieri che il soggetto non sa. Oltre a ciò, per verificare che c’è un soggetto dell’inconscio, ma un soggetto che non si sa, Lacan fa notare, seguendo Freud, che il soggetto sa che sogna. Esempio: i sogni nel sogno. Sognate e, a un certo punto, vi svegliate perché vi sono comunque delle cose abbastanza insopportabili e poi vi è un’istanza, che Freud chiama il preconscio e che è l’agente della trasposizione dei pensieri in cose incomprensibili, che dice: «Ma no, continua pure a dormire, è solo un sogno». E allora voi continuate a dormire; è la funzione del sogno. Il sogno è il guardiano del sonno. Quindi, non ci devono essere verità troppo imbarazzanti che si manifestano. Altrimenti vi svegliate e si ha l’incubo; è necessaria una macchina che fabbrichi del non-senso o un senso completamente assurdo, perché voi continuiate a dormire tranquilli. Questo marchingegno è il soggetto stesso. O ammettete quello che ho appena detto, oppure siete degli scientisti e pensate che si tratti di neuroni mal congegnati, che ci sono delle trasmissioni neuronali impazzite, quando dormite.

A questo punto, siete obbligati a definire l’inconscio come un sapere, ed ecco che tale sapere, che non è trasparente a se stesso, è – come dice Lacan – trasferito su un Altro che, invece, è supposto sapere. Il problema quindi è: è supposto sapere la verità? Che cos’è, dunque, questo sapere supposto? Non significa certo che l’Altro dispone di una verità su di voi e che voi siete trasparenti. Capita, in determinate condizioni, che sono le più fastidiose per la pratica psicoanalitica, ovvero nella psicosi, in cui il soggetto si crede trasparente, si crede indovinato dall’Altro. E si osserva un rovesciamento dell’amore di transfert: invece di avere l’equazione lacaniana «colui che è supposto sapere, lo si ama», nella psicosi abbiamo il rovescio, «colui che ha un sapere trasparente su di me, è lui che mi ama». Qui ci troviamo nel caso dell’erotomania delirante, dell’erotomania di transfert. E, per tornare alla paziente di cui vi parlavo, la questione, ovviamente, si è posta, poiché ho assistito alla manifestazione di questo amore di transfert che implicava una domanda implicita: «lei mi ama?». E, quindi, a un certo momento, ho temuto che vi fosse un aspetto erotomane del transfert. Ma, di fatto, non era così. Eravamo in un tipo di relazione come quella fra Socrate e Alcibiade, quella dell’enigma; l’enigma per Alcibiade era: «Perché quest’uomo, Socrate, mi affascina? Perché lo amo, lui che è così brutto?», lui che non sembra, contrariamente ai greci che frequenta Alcibiade, interessarsi ai ragazzi. «Perché esigo la reciprocità dell’amore con un tipo così brutto?». In termini lacaniani: qual è il significante del transfert ? È un amore speciale, che non è fisico. Alcibiade ama i ragazzi, addirittura va a letto con tutti, con la regina di un re... È un militare, non ha paura di niente, non ha il complesso di castrazione, non è un nevrotico: si diverte a tagliare il pisello delle statue che ornano il tempio di Atena. È un tipo che fa il diavolo a quattro di continuo ed è lui stesso sorpreso di essere vittima di una sorta di fluido – come direbbe la mia paziente – rispetto al filosofo Socrate che si definisce egli stesso come qualcuno che non sa niente, che critica tutti i saperi comuni, tutti i saperi trasmessi dai sofisti che, per lui, non valgono nulla. Sa solo una cosa: ciò che concerne l’essenza del desiderio. La sua specialità è sapere qualcosa sull’amore e sul desiderio. D’altro canto, la specificità di tale segreto è che quello che si ama, attraverso i giovani, attraverso le donne, è l’idea della bellezza. Sono le idee – l’anima è parente delle idee –, del bene, del vero e del bello; ma il soggetto non lo sa ed è intrappolato da delle opinioni, e il suo desiderio è intrappolato dai bei ragazzi e dalle ragazze.

Quello che Lacan fa sapere, nella sua decifrazione del Fedone di Platone – un’opera esterna al freudismo – è che Socrate appare come desiderante; non come desiderante godere, ma come un desiderio di sapere, un desiderio di sapere sulla struttura del desiderio. Ed è in quanto dispone di un segreto sul desiderio che si fa amare da Alcibiade, che Alcibiade lo ama – oserei dire. Quindi, Socrate è anzitutto desiderante ed è in funzione del suo desiderio di sapere che Socrate diventa desiderato, che diventa oggetto dell’amore di transfert. Lacan decostruisce così la posizione Socrate-Alcibiade: ci vuole un terzo termine, ovvero il desiderio di sapere. A questo punto, Socrate, da desiderante qual è, diventa desiderato. È la dialettica detta dell’érastés e dell’érôménos nel transfert; è il passaggio dall’amato all’amante. Questi aspetti li troviamo anche nella ragazza in difficoltà col proprio marito. Forse possiamo esaminare più da vicino il momento di ripetizione, anche se la tesi centrale di Lacan è questa: il transfert non è una semplice copia, non è una semplice ripetizione. Non direte certo che Alcibiade ripete qualcosa della sua infanzia o della sua passione per il padre. Non ne sappiamo assolutamente nulla, e ce ne freghiamo completamente del complesso d’Edipo di Alcibiade. E va benissimo che non sia nevrotico, che non sia edipico, perché questo permette di denudare la struttura del sapere inconscio. Permette di denudare la funzione dell’Altro nel transfert. Detto questo, nella pratica, con dei soggetti nevrotici, ciò non impedisce di avere a che fare con la fenomenologia della ripetizione. Per esempio, nel caso della giovane donna, è patente che ripete la sua domanda d’amore rivolta al padre. Ma tale ripetizione sfocia, nel dispositivo della cura, su un fallimento – è questo, d’altro canto, il concetto di ripetizione. La ripetizione è dovuta al trauma: a ripetersi è quel che non si è realizzato, il desiderio che non è stato soddisfatto. In questo caso, quindi, la ragazza non sceglie una qualsiasi situazione, quel che ripete non è una situazione reale, quel che ripete è una delusione, la delusione di non essere amata a sufficienza dal padre. Ma è in questa prova che riconosce l’impossibilità di soddisfare il proprio desiderio, un desiderio fissato sull’oggetto proibito. E questo le apre la via a un’interrogazione sul suo rapporto con gli uomini. È quindi, in questa prova di fallimento che giunge ad acconsentire ad essere l’oggetto – non l’oggetto d’amore, com’è stata per suo padre – ma l’oggetto di desiderio per un uomo.

Possiamo aggiungere che c’è un altro aspetto del transfert che, in questo caso, è all’opera, ovvero una certa de-supposizione di sapere: da un lato la supposizione di sapere che io incarno ha aperto l’inconscio, dall’altro, ella si rende conto che non sono lì per rieducare il suo desiderio, per fare una terapia genitale. E la mia non risposta alla sua domanda la obbliga a concentrarsi sul suo proprio sapere, e sulla disgiunzione tra l’uomo ideale e l’uomo qualunque. Diciamo, quindi, che è stata messa al lavoro. La tesi di Freud sul transfert inteso come ripetizione ha come assioma un effetto dell’inconscio che è lo spostamento. La persona dell’analista realizza una sorta di spostamento rispetto a un personaggio primordiale della storia del soggetto che, di solito, nell’ortodossia freudiana, corrisponde al padre. Quindi, si ha una sorta di identità tra ripetizione e transfert paterno e Freud, nelle sue cure, di solito dà delle interpretazioni in nome del padre, approfittando dei segni di transfert paterno, per esempio, in particolare nei sogni. Ce n’è uno che è particolarmente eloquente su questa equazione spostamento-ripetizione-complesso d’Edipo. Vale la pena insistere su questa cosa perché saprete sicuramente che ci sono molte scuole di psicoanalisi oggi che si fermano qui, che si conformano sempre al dogma freudiano della struttura edipica del transfert., Possiamo dunque vedere già che c’è, in Freud sicuramente e, al contempo, nella sua opera, un’altra definizione dell’inconscio, del sapere inconscio trasferito all’Altro, che Lacan ha formalizzato.

Vi presento allora un sogno non molto noto, che non si trova ne « Die Traumdeutung », «L’interpretazione dei sogni», che è in un articolo del 1923 intitolato «Osservazioni sulla teoria e pratica dell’interpretazione dei sogni» (Opere, vol. IX, Boringhieri, 1989, pp. 421-433). L’articolo è di un periodo in cui Freud era andato molto avanti sulla questione della pulsione, della pulsione di morte; la sua dottrina del transfert come ripetizione è rimasta tuttavia uguale, e la trovate articolata nel 1914. Di solito, il testo di riferimento è quello intitolato «Ricordare, ripetere e rielaborare», un termine assolutamente intraducibile, in inglese si dice working through, Freud dice «durcharbeiten», Lacan dice «lavoro di transfert». Il testo afferma che «l’analizzato ripete invece di ricordare, che ripete sotto le condizioni impostegli dalla resistenza» (Opere, vol. VII, Boringhieri, 1989, p. 357), quindi qui sta l’origine dell’equazione secondo cui «il transfert è la resistenza», nel senso che è un fenomeno di chiusura dell’inconscio e non di apertura. Cosa che Lacan riprenderà nel suo Seminario XI ; questo è ciò che Lacan riporta da Freud, che il fenomeno dell’amore di transfert spegne il sapere. Si deduce dal breve testo che vi ho citato prima: il sapere viene trasferito all’analista. E che cosa viene al suo posto? L’amore. Colui che si crede che sappia lo si ama. Questo giustifica quindi la tesi di Freud secondo cui il transfert è la resistenza. Nella dialettica chiusura-apertura, il transfert è un momento di chiusura. Che cosa apre di nuovo l’inconscio? Che cosa permette una certa elaborazione di sapere? L’interpretazione. Lo psicoanalista si trova nella posizione paradossale di dover suscitare il transfert, pur sospendendo l’interpretazione. Contrariamente agli psicoterapeuti, che bombardano i loro pazienti di interpretazioni, che mettono il sapere sul loro lato – «io so la causa del tuo sintomo, tu invece non la sai», che è il pregiudizio di tutte le psicoterapie sino al cognitivismo –, lo psicoanalista deve aspettare l’effetto di transfert che richiude l’inconscio sull’amore. E, in un secondo tempo, deve maneggiare l’interpretazione, che non è l’interpretazione del transfert. Questa è stata la deviazione della Psicologia dell’Io, della psicoanalisi post-freudiana e, soprattutto, della psicoanalisi kleiniana, vale a dire della riduzione della psicoanalisi a due persone. Una simile concezione, che chiamiamo immaginaria dell’inconscio, concentrava l’interpretazione sulla relazione transferale.

Continuo ora sul breve testo di Freud. Che cosa ripete il soggetto, che cosa mette in atto? Freud dice: «ripete tutto ciò che, provenendo dalle fonti di quanto in lui vi è di rimosso, si è già imposto alla sua personalità manifesta: le sue inibizioni, i suoi atteggiamenti inservibili, i tratti patologici del suo carattere.» (Opere, vol. VII, op. cit., p. 357) Vedete, quindi, che non si tratta della ripetizione di affetti edipici. Ripete anche, durante il trattamento, tutti i suoi sintomi, una sorta di concentrato di sintomi, di cui l’analista occupa il centro, nel discorso del paziente. Ecco l’esempio clinico a sostegno di questa dichiarazione; vi porto questo sogno a conferma del dire di Freud e, al contempo, a conferma del sapere inconscio nel senso di Lacan. Si tratta del sogno di una ragazza che presenta una forte fissazione al padre – questo è il cliché – e il cui sintomo è la sua difficoltà ad esprimersi in analisi. Nel sogno la ragazza è seduta in camera con un’amica vestita solo con un kimono, vale a dire poco vestita, un signore entra e lei si sente imbarazzata da lui ma il signore le dice: «Ma questa è la ragazza che abbiamo già visto una volta così ben vestita!» («Osservazioni sulla teoria e la pratica dell’interpretazione del sogno», p. 431). Il signore nel sogno sono io – dice Freud – e, risalendo indietro, il padre. Questo è l’elemento di ripetizione, ma c’è un passo in più: potremmo farne un sogno di transfert, un sogno di seduzione: la ragazza svestita di fronte a Freud-padre. Ma non possiamo utilizzare il sogno fintanto che non riusciamo a sostituire nel discorso del signore l’elemento più importante attraverso il suo opposto; qui entriamo, quindi, nella retorica dell’inconscio. Ecco l’enunciato originale che è stato trasposto: «Ma questa è la ragazza che una volta io ho già visto svestita», non «così ben vestita» come nel contenuto del sogno, ma il reale mascherato del sogno è l’osservazione fatta dal signore sul fatto che prima, una volta nel passato, è stata vista svestita, ed era così bella. Ed ecco l’interpretazione di Freud: «Fra i tre e i quattro anni quella ragazza aveva dormito per un certo periodo nella stessa stanza del padre, e tutto lascia pensare che ella usasse allora scoprirsi nel sonno per piacere al padre. La successiva rimozione del suo piacere esibizionistico spiega la sua attuale reticenza nella cura e la sua riluttanza a mostrarsi scoperta». La costruzione di Freud è quindi fatta di metafore, non abbiamo una semplice copia, una semplice riproduzione. Il nucleo dell’osservazione è il mutismo della paziente, è la sua impossibilità, per l’appunto, a dire la propria intimità e la riservatezza della sua enunciazione è come una metafora della sua riservatezza sessuale, che è essa stessa una difesa contro una tendenza esibizionistica dell’infanzia. La paziente sa qualcosa del motivo del suo mutismo, di questo tratto del carattere – Freud mette i tratti del carattere nei fenomeni di ripetizione – che è un’inibizione della parola, una vergogna a parlare di sé, e che è una trasposizione metaforica della sua esibizione. La coppia «parlare senza reticenza» e «l’inibizione» è la trascrizione che dà la paziente della sua esibizione sessuale e della sua rimozione. Se volete, è al contempo l’esempio di qualcosa che si ripete nel transfert: ella si oppone al desiderio di Freud – «lei è qui per parlarmi della sua intimità e non per raccontarmi storie» – e il suo sogno spiega a Freud i suoi motivi intimi che le impediscono di far conoscere la propria intimità. Vi è questa bella formula, che riassume la personalità della paziente, la sua «riluttanza a mostrarsi scoperta» che è da prendere alla lettera. Per lei è una prova di nudità, di denudamento. Lacan dice, da qualche parte nel Seminario XI, che la psicoanalisi è una pratica che denuda profondamente il soggetto e vedete che, per la paziente, non è soltanto una metafora. Nella sua storia, effettivamente, si è denudata, ne è seguito un affetto di vergogna e questo fa obiezione, per lei, alla finalità dell’analisi, che è di parlare delle cose più intime. Non conosciamo il seguito, non sappiamo come Freud abbia analizzato questa persona.

Sappiamo come ha analizzato le isteriche e come la sua individuazione edipica abbia potuto produrre le cose migliori, ma abbia prodotto anche errori e sviamenti, in particolare rispetto al transfert negativo. Sino ad ora, infatti, ho parlato del transfert positivo, dell’amore di transfert, ma il transfert negativo è ciò che ha fatto apparire la funzione del soggetto supposto sapere, precisamente quando l’analista è colto in fallo, perché ha fatto un errore d’interpretazione sull’inconscio del paziente. E, a questo punto, paga caro questo errore, lo paga con il transfert negativo. Questo è ciò che è capitato a Freud con Dora, come si vede nel «Frammento di un’analisi d’isteria» che conoscete. Di solito, da noi, dai lacaniani, Freud viene stigmatizzato in quanto ha sbagliato qualcosa, con Dora, benché, all’inizio dell’analisi di Dora, vi fosse un elemento molto favorevole per la prosecuzione dell’analisi, vale a dire che su un punto Freud ha visto bene, ma, per l’appunto, è precisamente là dove non è stato molto freudiano, nel senso che ha fatto un’interpretazione hegeliana, senza sapere che si trattava di Hegel. Ha fatto un’interpretazione hegeliana a questa paziente che accusava il padre di sacrificarla a un uomo, il celebre Signor K., allo scopo di ottenere lui stesso i favori sessuali della moglie del signore. Vi è, quindi, un effetto di quadriglia viennese: non abbiamo papà-mamma-Dora, il triangolo edipico, abbiamo papa-Signora K.-Dora-Signor K. Avete una struttura a quattro, con delle relazioni speciali tra i quattro termini, e Lacan tratta tutto ciò, non con il complesso d’Edipo, ma con la teoria strutturale di Lévi-Strauss, nel 1951, in un testo intitolato «Intervento sul transfert» (Scritti, Einaudi, 1974), in cui c’è Hegel più Lévi-Strauss. Se volete capire Lacan e vi chiedete perché non sia rimasto freudiano ortodosso, è perché ha trovato nel discorso dei pazienti di Freud delle strutture che non rispondevano esattamente alla concezione freudiana del transfert e alla concezione freudiana dell’Edipo. Ad esempio, questa ragazza che si dice vittima del padre, che la sacrifica per andare a godere altrove, con una collera e una rivendicazione che sfiorano, a un certo punto, la persecuzione – è molto passionale –, questa ragazza è scatenata contro il padre, che è infedele, non solo alla moglie, ma anche alla figlia, che l’ha tradita. Le ha messo un uomo tra le braccia per stare tranquillo a letto con la moglie dell’uomo; poi, però, Freud le fa raccontare tutte le sue storielle nel dettaglio e allora: sorpresa! Ci accorgiamo che la ragazza ha aiutato gli intrighi amorosi del padre, che ha favorito l’incontro del padre con la Signora K., che si è occupata dei suoi figli perché suo padre potesse stare tranquillo con lei. È stata molto attiva nelle peripezie delle storie d’alcova del padre, a lei piace essere in presenza del Signor K. e, per farla breve, è complice. Partecipa quindi, e contribuisce al disordine di cui si lamenta. Freud ha notato questa cosa – è quello che Lacan chiama un rovesciamento dialettico, utilizzando un termine di Hegel, che è utilizzato nella Fenomenologia dello Spirito con il titolo «L’anima bella». «L’anima bella» è la posizione soggettiva che consiste nel lamentarsi di una situazione catastrofica, a cui, di fatto, si ha contribuito. Il soggetto si lamenta in nome della morale, in nome della giustizia, in nome della fedeltà, di tale caos, mentre è lui stesso che l’ha intrattenuto. Non l’avete creato voi, ma non avete fatto nulla perché finisse, al contrario, poiché traevate dei benefici secondari da tale situazione. E quali benefici secondari trae Dora da questa vicenda? Ella soddisfa un fantasma facilitando le relazioni sessuali di suo padre con la sua amante, ovvero un certo mito del rapporto sessuale. La Signora K., infatti, è il suo ideale femminile, mentre suo padre si suppone sia impotente; favorisce, quindi, il contatto con la Signora K. poiché sa che la Signora K. è un’esperta in sessualità – l’ha iniziata attraverso dei libri all’anatomia sessuale; mentre la sua sessualità è oggetto di una rimozione. Quello che la interessa è il rapporto sessuale dell’altro. Ne abbiamo una prova nel fatto che, quando il Signor K., che le fa la corte, vuole baciarla, lei gli dà uno schiaffo nel momento stesso in cui il Signor K. le ha detto: «Mia moglie non è niente per me». Perché quello che interessa questa ragazza è: cos’è il desiderio di un uomo per una donna? In che modo una donna può causare il desiderio di un uomo? Mentre lei stessa non ha tale desiderio, che è un desiderio rimosso. Più precisamente, per Lacan, la ragazza non è una donna, non è iscritta come oggetto di desiderio nella relazione con un uomo, per un motivo preciso, ovvero il fatto che è identificata con un uomo. Fa l’uomo, è identificata con suo padre, è identificata con il Signor K., è identificata con Freud. Il risultato è che Freud beneficia di una prima interpretazione – l’interpretazione alla Hegel – e le fa riconoscere che lei è complice dell’intrigo paterno. Freud è contento perché ha ottenuto qualcosa, ha fatto emergere una verità che, d’altro canto, la ragazza relativizza molto. Ma, in fin dei conti, lei resta, non c’è transfert negativo. Freud ne approfitta per farle un’interpretazione: siamo nel dispositivo, Freud ha toccato la verità, questo libera un certo transfert, ne approfitta per fare un’interpretazione radicale ma, purtroppo, stereotipata e le dice: «Lei è innamorata del Signor K. e non vuole riconoscerlo». E allora, a questo punto, lei combatte tutte le interpretazioni di Freud, le confuta, Freud decade come soggetto supposto sapere e lei lo tratta come una donna di servizio, dandogli i quindici giorni. «La sopporto ancora quindici giorni e dopo: addio».

Il transfert negativo sancisce un errore di Freud, che ha confuso l’oggetto del desiderio con l’oggetto d’identificazione. Per Dora, è in quanto uomo che lei s’interessa alla Signora K. e anche il suo oggetto di desiderio, vale a dire il suo oggetto a piccolo, è la Signora K. È la dimensione omosessuale, tra virgolette perché non è una perversione, del desiderio isterico; vale a dire prendere come oggetto una donna, e non un uomo, e lei stessa fare l’uomo, identificandosi con l’uomo che si ritiene goda della Signora K. Il che traduce l’impossibilità di godere lei stessa. Gode per procura, per identificazione. È necessario che il Signor K., per lei, sia un uomo che desidera e che desidera sua moglie, è a questo titolo che ha interesse per lei. È l’effetto-Socrate di poco fa: Socrate s’interessava alla verità e il Signor K. è ritenuto interessarsi alla propria moglie. Ma quando le dice che sua moglie non conta niente per lui, allora appare come un poverino, che non è desiderante. Lui la desidera, ma non è quello che lei vuole. È affascinata da sua moglie in quanto mistero della femminilità e, inoltre, un mistero a cui lei non ha accesso. In seguito Lacan deduce tutti i sintomi di Dora da questa identificazione con l’uomo, anzitutto con suo padre – i suoi problemi polmonari, la sua tosse. La sua identificazione con il Signor K. è patente nel rapporto a specchio, speculare, che la nevralgia facciale prova: dopo avergli schiaffeggiato la guancia sinistra, infatti, lei sente un dolore alla guancia destra. E anche l’odore di bruciato; a un certo punto, si sveglia sentendo in bocca un odore di bruciato, un odore di fumo. Traduzione di Freud: sogna un bacio che io le darei, io, il fumatore di sigari. Ma è un errore. È in quanto Freud fuma il sigaro che lei sente tale odore, è l’odore che Freud prova lui stesso fumando. È il significante della sua identificazione. D’altro canto, di fronte al Signor K., lei tace. Traduzione di Freud: è il mutismo del segreto d’amore. Un’altra interpretazione, però, è possibile: vi è un’erotizzazione della bocca, che è quella di suo padre, quando succhia la Signora K., per sostenere, d’altro canto, la sua debolezza genitale. Quindi, è ancora un sintomo del padre, più precisamente è un sintomo – l’afonia – che sostiene il desiderio del padre, in quanto ha delle difficoltà genitali e il suo erotismo è quasi esclusivamente orale. Se volete, quindi, è un’analisi in nome del padre, Lacan è assolutamente d’accordo, i sintomi devono essere riferiti all’impotenza del padre, ma non è un’interpretazione edipica, non è un’interpretazione che avrebbe come assioma l’amore del padre o l’amore deluso per il padre. Bisogna fare una deviazione attraverso il sapere inconscio sul godimento del padre. Nel suo Seminario XVI, D’un Autre à l’autre (Seuil, 2006), Lacan ricentra il sapere inconscio di Dora sul godimento: «Si pone come se volesse essere, nell’ultimo periodo, il suo godimento. Ed è perché tale godimento non può essere raggiunto che lei ne rifiuta qualsiasi altro... » (p. 335).

In quest’ottica, secondo cui il desiderio si sposta sul godimento del padre, il rapporto tra il padre e Freud è molto indebolito. Certo, Freud sembra complice del padre. Effettivamente, è suo padre che l’ha inviata da Freud, e che gli ha detto: «Cerchi di sistemare qualcosa, mia figlia è completamente folle, è sempre in collera, mi tiene testa, non sopporta l’autorità, è un’adolescente scatenata, si deve fare qualcosa.» Ma Freud non ci crede mentre crede più alla versione di Dora, secondo cui il padre non è per niente affidabile, che è assolutamente vero che è infedele a sua moglie. In un primo tempo, poiché Freud non è complice del padre, beneficia di un effetto di transfert. Qui Freud fa funzionare il soggetto supposto sapere. La seconda manifestazione del soggetto supposto sapere, ve l’ho detto, si ha quando fa una rettifica in nome dell’anima bella: tocca l’inconscio, produce dei ricordi, dei sogni. Poi, terzo punto, commette un errore. Fa un errore in nome di un pregiudizio: una ragazza ben equilibrata dovrebbe sopportare che un uomo, anche più anziano, le faccia la corte; e una ragazza ama necessariamente i ragazzi; quindi, se si rifiuta al Signor K. è perché regredisce a una posizione infantile, che è quella di una bambina che reclama l’amore del padre. È come nei fotoromanzi, è quello che, probabilmente, si legge ancora nei rotocalchi femminili: Freud ha detto che le ragazze sono innamorate del loro padre e questo, talvolta, rende loro difficile scegliere un uomo. Ma la psicoanalisi non è affatto questo. Nel 1900-1901, c’è comunque una ragazza di sedici anni che insegna qualcosa a Freud, e a tutti noi, ovvero che quello che le interessa, in fondo, è quello che fa eccitare il padre. Risposta: una donna, quella donna. Il problema della cura è di sapere se questa stessa ragazza acconsentirà, un giorno, ad essere una donna, se cioè acconsentirà ad essere un oggetto di desiderio per un uomo.

Anche Freud non vedeva questa cosa, nel 1901, e ha capito meglio nel 1920, nel corso della sua esperienza, ha comunque capito che non era assolutamente naturale che una donna amasse un uomo. Ci si è rotto le corna con il caso di una omosessuale, nel 1919. Ha compreso che era oggetto di un transfert negativo e che i risultati della cura erano falsati, per l’appunto dal transfert: la sua omosessuale faceva sogni di matrimonio, per far piacere a Freud, ma se ne fregava completamente degli uomini. Il suo inconscio non faceva altro che rispondere al desiderio di Freud ; il che prova che l’inconscio può mentire, e allora, questa cosa gli ha posto molti problemi. Come dice Lacan, si è creduto preso di mira nel reale dal transfert negativo. Ma, di fatto, non avrebbe dovuto, secondo Lacan, terminare la cura giacché era in grado, a quell’epoca, di farle delle buone interpretazioni. Vale a dire, si spiega la genesi della sua omosessualità attraverso una serie di eventi datati molto precisamente, che fanno sì che, a un certo punto, la ragazza, delusa dal padre, quando viene a sapere che il padre ha messo incinta sua madre, quando lei aveva quindici anni, in un momento cruciale, a questo punto la ragazza ha preso la decisione di rinunciare agli uomini. Questo è un reale. Ma Freud crede che se ha rinunciato agli uomini, non accetterà nulla da un uomo e, in particolare, da Freud. Non accetterà nessuna delle sue interpretazioni. Freud crede che reagirà come Dora. Di fatto, questo non è proprio vero, perché lei fa dei sogni di transfert per fargli piacere e, soprattutto, Freud è riuscito a farle produrre moltissimi ricordi precisi, che permettono di ricostituire e di spiegarsi la struttura del suo desiderio. Ma Freud ha ancora un desiderio terapeutico, a cui rinuncia, questa volta, dicendo: è un’omosessuale e lo resterà, non si può fare nulla. È una scelta talmente decisa, e decisa fuori transfert, che non posso rettificare nulla di tutto ciò. In realtà, egli ha molte chiavi in mano per indicarle che, nel suo comportamento amoroso con le donne, lei sfida il padre. E forse avrebbe potuto evitarle un esito suicida, decifrando la specificità del suo desiderio, che è un desiderio di dimostrazione: educare il padre. È quello che Lacan chiama un acting-out, opponendo acting-out e passaggio all’atto: andare per strada sottobraccio a una “cocotte” è un acting-out, è una messa in scena destinata a mostrare al padre cos’è veramente l’amore per una donna: «ti provo cosa significa amare una donna». Mentre il passaggio all’atto è che, effettivamente, sulla sua strada, ella incontra lo sguardo del padre e si butta giù da una ringhiera, in un atto suicida.

Non dobbiamo confondere la persistenza del sintomo, il radicamento del godimento omosessuale, l’inerzia di tale godimento, con una sfida lanciata a Freud – «non mi guarirai!» – poiché Freud non è un padrone del desiderio. Freud ha creduto che lei fosse con lui come era con suo padre, ha interpretato in termini di transfert negativo un’incredulità al trattamento. Lei ha creduto che Freud volesse fare come suo padre, ovvero rettificare il suo orientamento sessuale, e ha sviluppato un transfert di tipo paterno. Ora, si tratta di tutt’altro. Vi è un certo sapere della sua struttura, nei sogni e nel passaggio all’atto, che Freud avrebbe potuto delucidare, in nome dell’inconscio, invece che farle credere che volesse guarirla dalla sua omosessualità. Alla fine, ad ogni modo, vedete bene che quello che si gioca è o una concezione ripetitiva del transfert oppure una delucidazione del lavoro dell’inconscio, una delucidazione del concetto del soggetto supposto sapere. Con tutto ciò, come dicevo all’inizio, gli allievi di Freud che non hanno colto questa funzione, segnatamente la funzione dell’amore nel transfert, dell’amore di transfert, che non si rivolge alla persona ma che si rivolge al sapere supposto, li ha condotti a considerare il transfert come un ostacolo, come una resistenza. Non hanno visto la positività di tale resistenza e hanno creduto che l’interpretazione più importante da fare fosse quella d’interpretare il transfert. La caricatura estrema di questa deviazione è quella dei kleiniani: non appena il paziente insorge contro un personaggio, un personaggio della famiglia o un personaggio del mondo del lavoro, il capo, per esempio, l’analista dice: è con me che lei ce l’ha. L’analista è sempre in una relazione di competizione immaginaria, in un certo qual modo, con il paziente: tutte le sue frasi sono indirizzate a me. E qui vi è un misconoscimento assoluto, anzitutto della funzione del linguaggio, di cosa significhi parlare, e dell’interpretazione da dare del discorso. A causa del transfert l’analista crede di essere la significazione ultima del discorso del paziente. Quindi, Lacan ha criticato, ovviamente, questa concezione duale della psicoanalisi, all’epoca della Psicologia dell’Io. Ma c’è stata un’epoca ancora peggiore, in cui il misconoscimento della struttura del transfert è sfociato nell’elogio del contro-transfert, ha aumentato l’importanza del contro-transfert e, perciò, ha ridotto l’analisi a una sorta di scambio di effusioni, a una partita di judo tra l’inconscio del soggetto e l’inconscio dello psicoanalista. E, alla fine, nei casi riportati, non si sa più chi è in analisi con chi, e non si sa più quali sintomi si debbano analizzare, se si tratta del sintomo dello psicoanalista o se è quello del paziente. Quindi, si sfocia su uno slittamento immaginario completo, su una somma di affetti che vengono o dal paziente o dell’analista e si sfocia su una poltiglia clinica, senza nessuna garanzia di poter toccare una verità, che scredita la psicoanalisi e da cui deriva anche la sua attuale stigmatizzazione, da parte delle neuroscienze e dei cognitivisti. La psicoanalisi è ridicolizzata, segnatamente negli Stati-Uniti, ma molto anche in Francia; è più grave in Francia perché in Francia c’è Lacan. Certo, serve da parapetto a una gran parte della comunità analitica; il che non impedisce a tutta una corrente di psicoterapeuti di flirtare con le neuroscienze confondendo l’inconscio con il cervello. La loro pratica si riduce, allora, a una manipolazione grossolana del transfert.

Domanda 1: Ero molto interessato alla questione del transfert laddove può diventare un momento di chiusura, laddove il transfert diventa una resistenza al lavoro di elaborazione. Mi chiedevo se questo versante del transfert abbia a che vedere con qualcosa della suggestione, laddove diventa un transfert immaginario.

Domanda 2: Riguardo al tema del transfert negativo, a partire da un articolo di L. Brusa, ho capito che esiste un aspetto del transfert negativo che presentifica il fatto che il paziente si avvicina a un certo orrore, il transfert negativo è una sorta di seconda entrata in analisi…

Domanda 3: A proposito dell’analista che non interpreta prima che si sia costituito il transfert, come poter comprendere quando il transfert si è costituito? Come lavorarvi?

Per la prima domanda concernente la resistenza immaginaria, bisogna dire subito che il termine resistenza è un concetto che a Lacan non piace. È un concetto che circola nella letteratura psicoanalitica degli anni cinquanta-sessanta e che, per Lacan, è destinato a mettere al riparo dalla propria responsabilità. Quando la cura non va avanti, quando i sintomi non cedono, quando si manifesta un transfert negativo, l’analista ha un termine per definire tutto ciò, che è una vera e propria flogistica, una sorta di causa occulta, come nella chimica prima di Lavoisier e prescientifica, si dice: il paziente resiste. Allora, tutto ciò ha innervosito Lacan e per questo egli ha rovesciato la questione dicendo: c’è una sola resistenza, nell’analisi, quella dello psicoanalista. È un joke, un gioco di parole. Non deve essere preso alla lettera; serve per far valere un sintomo della letteratura psicoanalitica: non è normale che sia sempre il paziente che resiste. Forse ha ragione di resistere. E a cosa resiste? Alla suggestione. Resiste alla suggestione perché c’è una postura dello psicoanalista che consiste nell’identificarsi con un padrone del sapere: «Tu non sai, io invece so. E ho il dovere di comunicarti tutte le mie interpretazioni sul tuo sapere inconscio, sul tuo inconscio».

Esempio – che risponde anche alla domanda sul transfert negativo – : un uomo di una sessantina d’anni, che non pensava in modo particolare alla psicoanalisi, si trova confrontato con un problema recente, è in pensione e svolge dei lavori nell’ambito umanitario. Questo volontariato consiste essenzialmente nell’assistere dei malati di cancro in fin di vita, nel giocare al contempo a fare il consolatore, il prete, la madre, lo psicoterapeuta… qualcosa di abbastanza vago. Ed ecco che una delle donne di cui si occupa si lega a lui, al punto che desidera uscire dall’ospedale e morire a casa propria, e chiede all’uomo di accompagnarla in tutto ciò. L’uomo non chiede l’autorizzazione all’istituzione presso cui opera, va a casa sua, come al solito gli racconta quello che ha da dirgli, poi gli prende la mano e muore. L’unica volta in cui è andato a casa sua a trovarla, lei muore. La persona entra in una depressione importante. Si fa escludere dalla propria istituzione, lo si considera veramente come un malato, poiché ha fatto un simile passaggio all’atto, e gli si consiglia di andare da uno psicoanalista. Lui va da una psicoanalista, che non dice una sola parola, eccetto: «Si sdrai sul lettino». La psicoanalista fa sdraiare l’uomo sul lettino nel giro di tre quarti d’ora. Quest’ultimo, completamente angosciato, alla fine della seduta, si chiede se deve ritornare. La psicoanalista gli dice: «Ritorni tre volte a settimana a cinquanta euro a seduta». Il soggetto esce dallo studio assolutamente disgustato dalla psicoanalisi. Tutti sono d’accordo con lui, non è vero? Ed è stato molto difficile riconciliarlo con la psicoanalisi, trovargli un terapeuta degno di questo nome, invece di un tiranno che si crede un padrone del sapere e che è stato persecutorio per il paziente. Pensate che la tecnica utilizzata da tale persona è quella che si insegna nelle scuole di psicoanalisi che Lacan criticava. Vale a dire che si applica un protocollo: non appena il paziente apre la bocca, c’è inconscio, c’è transfert e quindi lo si mette sul lettino. Non ci si pongono questioni. Non possiamo chiamare questa cosa transfert negativo. È un orrore, credo, ed è il nome che la persona che prima ha fatto una domanda ha pronunciato. È un orrore che mette in evidenza la canaglieria – non trovo altre parole – di alcuni terapeuti. Ovviamente si diranno, forse sono stato un po’ duro, era il mio contro-transfert; ma questo non è il loro contro-transfert, non è un fenomeno psicologico, è una trasgressione dell’etica e del sapere. È una manifestazione della tracotanza, della megalomania dello psicoanalista. E questa megalomania è garantita da alcune scuole di psicoanalisi. «Io so come fare, mentre lei non sa nulla». Lacan è stato disgustato da una pratica burocratica della psicoanalisi. Per questo motivo ha spostato il concetto di resistenza sullo psicoanalista e ha voluto, qualche tempo dopo, distinguere il discorso dello psicoanalista dal discorso del padrone. La psicoanalisi non è nel discorso del padrone. Anche se qui io parlo ad alta voce, se oggi parlo come un professore, la pratica della psicoanalisi non è una pratica universitaria, non è una pratica medica. Quindi, questo è il motivo per cui Lacan ha isolato piuttosto il desiderio dello psicoanalista, rispetto alla postura del padrone. Ecco come rispondo alla questione di sapere quale sia l’importanza del concetto di resistenza nella psicoanalisi lacaniana.

Questo non significa che il paziente non resista mai, da un punto di vista fenomenico. Lo vediamo tutti i giorni e ci sono pazienti che non vogliono sapere nulla: si sdraiano sul lettino e raccontano la loro settimana, o si lamentano dei loro genitori come Dora nelle prime sedute. E continuano a farlo per dieci anni. Potete sempre dire che sono in analisi: c’è un analista seduto dietro di loro, c’è un lettino, pagano, raccontano i loro sogni, si lamentano dei loro sintomi… Risultato: zero. Non completamente: la cosa dà sollievo, disangoscia. Ma, in fin dei conti, ci si deve attendere qualcosa di più da un’analisi: una rettifica soggettiva, un rovesciamento dialettico di cui vi ho dato un’idea, un’elaborazione di sapere, che il soggetto acquisisce, un certo sapere sulla struttura del suo sintomo, sul senso del suo sintomo. E tutto il problema della direzione della cura è implicato, perché questa inerzia immaginaria che, in effetti, è l’inerzia immaginaria del transfert, può comunque essere modificata dall’interpretazione. La direzione della cura ha un ruolo da svolgere in questa inerzia. Di fatto, Lacan ha opposto il concetto di difesa a quello di resistenza: che il sintomo non si sposti, non è una manifestazione di resistenza nei confronti della psicoanalisi. Per esempio, nel caso della giovane omosessuale di Freud – si se considera l’omosessualità come un sintomo – il sintomo non si sposta, non si sposterà e non vogliamo che cambi. Ma non possiamo dire che ella resista alla psicoanalisi; nella misura in cui racconta i suoi ricordi, i suoi sogni, lei dialettizza, in un certo qual modo, il suo sapere inconscio con il desiderio di Freud, e anche il suo passaggio all’atto realizza qualcosa dell’inconscio. La dimensione dell’inconscio non è completamente spenta, è persino, al contempo, richiusa e aperta, aperta nelle peggiori condizioni poiché lo è attraverso il passaggio all’atto. Ma c’è stata un’apertura dell’inconscio sotto transfert, anche se lei difende il suo sintomo. In un certo senso, la giovane proibisce alla psicoanalisi di toccare il suo sintomo. Ma, se fossimo andati un po’ più in là di Freud, potremmo pensare – tanto più che ci sono molte donne omosessuali in analisi, e in analisi con degli uomini e che non passano il tempo a sfidare l’analista, come hanno sfidato il padre, può essere per loro l’occasione di apprendere qualcosa sul posto che la ragazza ha occupato, per esempio, nel desiderio dei genitori, e perché una ragazza omosessuale si è identificata con il figlio che il padre avrebbe voluto avere, e sino a che punto sia stata depressa per il fatto di non soddisfare il padre in quanto figlia. E, in questo caso, vediamo bene che la scelta omosessuale non è soltanto una sfida al padre, ma una soluzione alla depressione. Ho una paziente di questo tipo che, quando constata una deflazione del suo desiderio, teme di andare troppo in là nell’analisi della sua relazione con la sua compagna. Sa che toccherà una zona molto oscura, un punto di orrore, in effetti, che la passione omosessuale ricopre. D’altro canto, è una paziente che minaccia spesso di lasciare l’analista uomo per andare da una donna, pensando che una donna rilancerà il suo desiderio. Vi è una sorta di confronto, di lotta tra l’oggetto a del desiderio e il sapere inconscio. Ma non è una resistenza nei confronti della psicoanalisi, è la traduzione di una fissazione a un godimento che, per lei, è pericoloso lasciare. L’analisi è una situazione pericolosa: è obbligata ad elaborare i motivi della sua scelta omosessuale, motivi eminentemente nevrotici. Porta con sé una nostalgia dell’amore del padre, una delusione da cui non intende separarsi; e non è la separazione da un analista o da un altro che arrangerà le cose.

C’era una terza domanda su come si riconosce il momento in cui il transfert si costituisce; ci sono momenti da privilegiare? Vi ricordo la sequenza che ho sviluppato prima – rettifica soggettiva, transfert, interpretazione; questa triangolazione si trova ne «La direzione della cura», negli Scritti di Lacan. La tesi di Lacan è che non vale la pena interpretare, se non c’è transfert. Ci vuole comunque una supposizione di sapere che autorizzi l’analista a trasmettere un sapere, altrimenti siamo nel discorso universitario o nel discorso del padrone. Ma bisogna comunque cominciare, e Lacan chiama «prima interpretazione» il momento di rettifica soggettiva, vale a dire un modo d’indicare alla paziente che ne sa più di quanto non creda, che non è soltanto oggetto, vittima della sua storia, ma che è soggetto del suo sintomo e, in una certa misura, responsabile. Il problema è sapere se questa prima interpretazione viene convalidata, se viene ratificata dalla paziente. E qui sta a voi giudicare, valutare i segni di transfert. Se la paziente si alza dal lettino, lascia lo studio dicendo «Lei non ha capito niente», è imbarazzante. Potete sempre invocare la resistenza alla psicoanalisi, forse, ma avreste dovuto prevederlo. Ci vuole tatto, nevvero, altrimenti ci sarebbero dei manuali di psicoanalisi con dei protocolli… «ogni volta che un paziente vi dice ‘è colpa di mia madre’ bisogna dirgli ‘niente affatto, è colpa sua’, ‘è il suo inconscio’.» È un questione di tatto, di sfumature; inoltre, se la paziente si lamenta, ci sono molte probabilità che abbia dei buoni motivi per lamentarsi di sua madre, di quella madre che le ha rovinato la vita. Ma, quello che forse la paziente non vede è quello che Freud chiamava il «beneficio secondario» di questa situazione, vale a dire un plus-godere su cui si è sostenuta per scegliere degli uomini che hanno un tratto di carattere della madre, e questo la paziente non necessariamente lo vede, che vi è un significante dell’amore che passa attraverso la madre. Invece di questo, alcuni psicoanalisti le diranno: «Ma no, ma no, sua madre è stata perfetta, è stata molto gentile con lei, lei si sbaglia, è una reazione del suo complesso d’Edipo. Lei demonizza sua madre perché è innamorata di suo padre.» Per questo si deve dare un brutto voto all’analista, non ci sono sempre dei motivi per negare un affetto di odio, che può essere assolutamente giustificato; il problema comunque è il modo in cui tale affetto ha potuto essere dialettizzato con il desiderio del soggetto. E non potete lanciare questa verità in faccia al paziente, senza che egli sia pronto a riceverla. Quindi, sta a voi valutare quello che Lacan chiama il «tempo per comprendere, l’istante di vedere, e il momento di concludere» con l’interpretazione. D’altro canto, nell’esperienza analitica, segnatamente nei casi di Freud, vi sono delle formazioni dell’inconscio che sono privilegiate per vedere emergere questi segni del transfert, per esempio il sogno. Il personaggio dello psicoanalista è spesso presente nel sogno; a questo punto il soggetto, che è invitato a dire qualcosa del suo sogno, che è invitato a decifrare il senso del suo sogno, può dire qualcosa del suo analista, e di quello che si aggiusta o meno, per lui, da quando è in analisi. Analogamente, il sogno è un terreno privilegiato come momento di fine del transfert, come momento di separazione. Alla fine di un’analisi – qui non si tratta di transfert negativo – vi sono le diverse modalità con cui il soggetto si congeda dal proprio analista. Vale a dire quella che Lacan chiama la caduta del soggetto supposto sapere. Allora, questo lo vedete in particolare in coloro che fanno l’esperienza della fine della loro analisi, degli psicoanalisti che rendono conto del modo in cui sono diventati psicoanalisti, alla fine della loro analisi, e che cercano, secondo la dottrina lacaniana della passe, di descrivere il nodo costituito dalla fine della loro analisi, dall’esito del transfert e dal passaggio all’analista. Leggerete tutto questo, d’altronde, nelle riviste, perché ora alcune testimonianze di fine analisi sono pubblicate, in particolare la testimonianza dell’attuale presidente dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, che parla di un sogno, a più riprese, dunque non è un segreto, in cui il suo analista tutto fiero gli dice: «Io sono la verità» e lui, ironicamente, gli dice: «Ah sì!?! Allora io sono il reale». Questo collega fa un abbondante commento su quella che è stata la sua rivalità immaginaria con il suo analista, posto da lui in posizione di padrone assoluto; egli spiega come l’ironia del sogno precipiti per lui il momento di una de-supposizione.

Serge Cottet


Trascrizione rivista dall’autore
traduzione di Adele Succetti