mercoledì 18 maggio 2011

Presentazioni Istituto


Presentazione della scuola di formazione quadriennale – Milano e Roma

Invito all'incontro di MILANO
Presentazione della scuola di formazione quadriennale (è possibile scegliere una delle due date)
24 maggio 2011 ore 18:00-20:00
21 giugno 2011 ore 18:00-20:00
via Pace 10 - Milano (Palazzina dei laboratori leggeri)
AI PARTECIPANTI VERRANNO ESPLICITATI I RIFERIMENTI TEORICI FONDAMENTALI CHE CARATTERIZZANO L’ORIENTAMENTO PSICOANALITICO DELL’ISTITUTO FREUDIANO E IN PARTICOLARE L’INSEGNAMENTO DI FREUD E DI LACAN


La partecipazione è libera
L’iscrizione è obbligatoria tramite e-mail, fax o telefono


Per informazioni:

Tel. 02 58324157
www.istitutofreudiano.it


Invito all'incontro di Roma
Presentazione della scuola di formazione quadriennale (è possibile scegliere una delle due date)
25 maggio 2011 ore 18:00-20:00
22 giugno 2011 ore 18:00-20:00
Via Palestro 30 - Roma
AI PARTECIPANTI VERRANNO ESPLICITATI I RIFERIMENTI TEORICI FONDAMENTALI CHE CARATTERIZZANO L’ORIENTAMENTO PSICOANALITICO DELL’ISTITUTO FREUDIANO E IN PARTICOLARE L’INSEGNAMENTO DI FREUD E DI LACAN
La partecipazione è libera
L’iscrizione è obbligatoria tramite e-mail, fax o telefono
Per informazioni:
Tel. 06 6786703 - Fax 06 6786684
www.istitutofreudiano.it

mercoledì 11 maggio 2011

Il transfert e le psicosi


Sono qui per lavorare con voi sul tema proposto, “Il transfert e le psicosi”, tema al quale mi sono già dedicato, considerandolo nella prospettiva storica, perché ho svolto una ricerca sulle difficoltà che i primi psicoanalisti, contemporanei di Freud, hanno incontrato nel trattamento della psicosi.

Vorrei cominciare riferendomi a una conferenza tenuta da Jacques Alain-Miller al Teatro Coliseo, che ho trovato pubblicata su Attualità Lacaniana. Se non la conoscete ve ne raccomando la lettura, perché è davvero interessante. Si tratta di un intervento pubblico, tenuto a Buenos Aires nel 2008, sul tema del soggetto supposto sapere. Mi sembra interessante soprattutto quel che Miller dice sulla messa in moto del soggetto supposto sapere, quando ci ricorda che si tratta di un'operazione estremamente pericolosa. Miller considera che la pratica analitica si fonda sul fatto che i nostri pensieri non sorgono a caso, e si chiede quali siano le conseguenze soggettive di questo. Leggo dal testo:

“Una volta che il soggetto supposto sapere è messo in moto, si può produrre un vero delirio fondato sul “non è per caso”, un vero e proprio delirio di interpretazione. Per essere veramente patologico deve aver luogo in qualcuno con una vocazione, qualcuno di veramente dotato per questo. Il soggetto supposto sapere, in questo caso, può estendersi a tutto quello che succede, non solo a quello che succede nella testa, anche nel mondo. Non ci sono barriere insormontabili tra lo spazio mentale e la realtà, non è per caso se quella macchina verde è passata mentre ero lì (qui ci ricorda la prima parte del Seminario III quando parla dei fenomeni intuitivi), non è per caso se ho incontrato quella persona, non è per caso se mi ha guardato in quel modo; lo sguardo spesso è un elemento costitutivo di questi deliri, è uno sguardo che vuole dire qualcosa senza che si sappia esattamente cosa”

Miller aggiunge poi:

“Il soggetto supposto sapere che risponde al “non è per caso”, postulato fondamentale dell'operazione analitica, può entrare in un continuum che comprende i primi segni deliranti, il delirio d'interpretazione, la paranoia conclamata fino, direi, l'automatismo mentale, quando l'altro supposto malintenzionato ha il potere di farvi sentire nella testa la propria voce”.

Tutto questo è interessante perché rende conto della sorpresa dei primi analisti che, impegnati a far rispettare la regola analitica basata sul “non è per caso”, hanno potuto vedere in alcune situazioni, dopo poche sedute, l’insorgenza di un delirio sotto transfert. Proseguo nella lettura:

“Quando tuttavia il soggetto supposto sapere, parvenza operativa, passa al reale, comincia a diventare reale, entriamo nel continuum, è quindi meglio cercare d'individuare prima le persone che hanno tendenza a interpretare il soggetto supposto sapere come reale. Prima di portarle in analisi è opportuno distinguerle, non dico di non introdurle all'analisi, ma di operare in modo molto moderato, in particolare di operare come un soggetto supposto non sapere, poiché il soggetto supposto sapere rischia di confondersi con l'analista. Con questi soggetti l'analista, al contrario, deve farsi idiota, quello che non capisce. Detto così però non è ancora abbastanza preciso, in generale l'analista fa l'idiota per far sorgere nell'altro il desiderio di parlare, di spiegare, di sviluppare, ma qui, pur senza indietreggiare davanti ad un delirio, o ad un rischio di delirio, l'analista non deve precipitarsi, deve essere un po' lento, restare un po' indietro”.

Vi consiglio di leggere questa conferenza perché introduce il nucleo del nostro tema di oggi, transfert e psicosi. Nell'introduzione al suo lavoro su Schreber, Freud espone le difficoltà incontrate nella sua investigazione analitica delle psicosi. A Freud, come sapete, non sembrava evidente fosse possibile ricevere questo tipo di pazienti, li considerava non accessibili al trattamento a causa del loro narcisismo.
Freud pensava ci fosse una difficoltà nella messa in moto del transfert. Miller dice il contrario, e ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso. Secondo Freud il dispositivo analitico, il transfert, non è adattabile alla psicosi, perché lo psicotico prende se stesso come oggetto di transfert e non l'analista. Pur sostenendo questa tesi, Freud fa notare che nel caso Schreber il transfert è stato un fattore scatenante della malattia. Da una parte, quindi, dice che non c'è transfert, dall'altra si rende conto che è stato il transfert di Schreber con Flechsig, il famoso psichiatra, a far scatenare la psicosi, la malattia di Schreber. Il delirio insorge proprio quando s’instaura una relazione d'oggetto, per usare i termini dell'epoca, ma Freud stesso sosteneva che nella psicosi non c'è relazione d'oggetto. D'altra parte nello stesso testo Freud aggiunge che non può ancora decidere la posizione della psicoanalisi sulla base di un’unica esperienza con questo tipo di pazienti. La questione fondamentale dunque è trarre delle conclusioni o, meglio, sapere cosa rende possibile l'intervento dell'analista nei casi di psicosi.

Vorrei spiegare ora come sono iniziate le riflessioni della psicoanalisi sul tema del transfert nelle psicosi. Nella sua tesi del 1932 il dottor Jacques Lacan, che si era particolarmente interessato a quel che gli psicoanalisti dicevano sul tema del transfert e della psicosi, nella seconda parte scrive:

“In accordo con quanto i maestri affermano, la tecnica per questi casi non è ancora matura, è questo il problema più attuale della psicoanalisi, a cui spero si trovi presto una soluzione, in quanto un arresto dei risultati tecnici allo stato attuale produrrebbe solo un decadimento della dottrina”.

Ciò vuol dire che già il giovane psichiatra Lacan pensava che fosse assolutamente importante per lo sviluppo della psicoanalisi avere una teoria, una dottrina sul transfert e sul suo trattamento nei casi di psicosi.
Nel testo su Schreber Freud scrive che il delirio stesso è già un tentativo di guarigione: parlare di trattamento della psicosi implica parlare di questo lavoro di guarigione intrapreso dal soggetto stesso. In questo senso possiamo dire che secondo Lacan parlare di lavoro della psicosi sarà diverso da parlare di lavoro di transfert.
Sapete bene che un'analisi si sostiene su quel che Freud chiamava l'elaborazione del transfert. Che cos'è l'elaborazione del transfert? È il lavoro che l'analizzante fa attraverso il transfert.
La divisione del soggetto, il soggetto posto come enigma, lavora la domanda “Che vuoi?”, lavora attorno al vuoto che essa presenta. Partendo dunque da quel che Miller ha detto a Buenos Aires, parlare di lavoro di transfert, collocare il soggetto come enigma, non è un'operazione adeguata nei casi di psicosi, e parlare di lavoro della psicosi è qualcosa di diverso che non parlare di lavoro di transfert nella nevrosi. Nella psicosi si può fare un lavoro, ma non è un lavoro di transfert, è un’altra cosa. Questa differenza si sovrappone a quella tra la rimozione nella nevrosi e la preclusione come causa significante nella psicosi. Possiamo quindi mettere da un lato rimozione e lavoro di transfert, dall'altra preclusione e lavoro della psicosi. Il lavoro di transfert presuppone un legame libidico con un Altro, un Altro maiuscolo, fattosi oggetto. Nel lavoro del delirio, invece, il soggetto si fa carico non solo del ritorno del rimosso, ma dei ritorni del reale. Questa è un'operazione particolare e difficile.
Freud afferma che non c'è autoanalisi nel nevrotico, ma possiamo dire che il delirio è un'autoelaborazione, in cui si evidenzia quel che Lacan chiama efficacia del soggetto. Per la psicoanalisi il problema è dunque di sapere se il lavoro della psicosi può inserirsi nel discorso analitico. Lacan assume questa domanda da Freud, la pone al centro della propria tesi, e se la porrà per tutto il suo insegnamento. Come vedremo, Lacan parla di trattamento della psicosi, non di direzione della cura.
Come si può quindi parlare di un lavoro della psicosi inscritto nel discorso psicoanalitico? Come può l'atto analitico avere un'incidenza causale nell'autotrattamento del reale?
Lacan definisce lo psicotico un martire dell'inconscio. Un martire è qualcuno che dà testimonianza. Lo psicotico quindi testimonia gli effetti mortificanti del ritorno del linguaggio nel reale. Su un altro piano potremmo anche dire che il nevrotico è un martire dell'oggetto a minuscola, un martire della pulsione già organizzata, normalizzata. Come si può però passare dalla posizione di martire, dalla malattia dello psicotico, a quella di lavoratore? Come può l'analista aiutare in questo lavoro, in questa elaborazione, a partire dalla psicoanalisi?
Martire dell'inconscio è un’espressione che per me indica il ritorno nel reale, il ritorno di ciò che è stato precluso dal simbolico. Sapete questo ritorno prende la forma di effetti di corpo, di perplessità, e il lavoro della psicosi è un modo di elaborare  questi ritorni del reale, di operare conversioni che civilizzano il godimento fino a renderlo sopportabile.
L'interrogativo che mi sono posto per lavorare oggi con voi è per l’appunto: come definire la pratica di uno psicoanalista con un soggetto psicotico?
In primo luogo, si può parlare di psicoanalisi della psicosi? Su questo punto esitiamo. Lacan ha svolto una bella elaborazione su questo ma ha preferito sempre parlare di esperienza psicoanalitica della psicosi. È una piccola differenza: non parliamo di psicoanalisi della psicosi, ma di esperienza psicoanalitica delle psicosi.
Sapete che Lacan usa il termine trattamento per definire la pratica con un soggetto psicotico, il testo s’intitola Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi. Questo scritto del 1958 è contemporaneo a La direzione della cura. Qui, vedete, Lacan parla di esperienza, di trattamento della psicosi, ma non di direzione della cura. Nella pratica con le psicosi ci troviamo di fronte al sintomo, e lo statuto del sintomo è cruciale. Non si tratta però d'interpretarlo né di decifrarlo. Quel che un soggetto psicotico può aspettarsi da uno psicoanalista è quindi un trattamento attraverso il sintomo, non del sintomo, c’è una piccola differenza. L'esperienza della psicosi ci permette di scoprire che il sintomo è un modo di trattamento. Lacan in seguito, nel suo ultimo insegnamento, estenderà questo specifico modo di trattamento attraverso il sintomo anche al sintomo nevrotico. La questione che Lacan lavora è dunque lo statuto del sintomo nelle psicosi, e lo statuto del sintomo nelle psicosi inscrive a pieno diritto il soggetto psicotico nell'esperienza analitica. Ve lo inscrive nella misura in cui il sintomo psicotico, in quanto sintomo, dice la verità del sintomo nevrotico. Questo aspetto è molto importante.
Nel suo testo del 1995, Il rovescio dell'interpretazione, che trovate pubblicato ne La Psicoanalisi n.19, Miller prende la struttura dell'inconscio nella psicosi come punto di partenza per orientarsi nella cura dei pazienti nevrotici. In questo testo Miller ha dedotto un nuovo regime dell'interpretazione.
Perché parlare di questo testo per introdurre il nostro tema? Miller scrive:

“La pratica che mira al sintomo nel soggetto non interpreta alla maniera dell'inconscio. In una psicoanalisi si tratta di ricondurre il soggetto nevrotico ai significanti propriamente elementari sui quali il soggetto nella sua nevrosi ha delirato, detto in breve, tale via consiste nel non aggiungere un S2 ma nell'isolare S1”.

Si tratta quindi di individuare quei significanti che, come tali, sono isolati nell'inconscio stesso, non costituiscono una catena. Possiamo dire che in analisi si tratta di ricondurre ogni soggetto ai propri fenomeni elementari. Non si tratta di ricondurre al nucleo psicotico, come direbbe la Klein, ma della struttura stessa dell'inconscio.
Lacan pensa la nevrosi a partire dalla psicosi, nel suo insegnamento c'è una torsione che ci permette di vederlo chiaramente.
Ribadisco ancora che Lacan ha introdotto il termine “trattamento” per le psicosi, e  che non lo usa per le nevrosi. Se prendiamo lo scritto La direzione della cura, vediamo comparire molti termini, inizio, durata, fine, politica, tattica, strategia, e Lacan ci dà anche un matema, il matema del transfert. Tutti questi termini prendono senso però nella cura della nevrosi. Per Lacan, che in questo segue perfettamente Freud, un analisi comincia quando un paziente trova un analista per lamentarsi di un sintomo, e la psicoanalisi consiste precisamente nella decifrazione del sintomo. Tutta l'operazione analitica si sostiene quindi in questa decifrazione del sintomo.
Ieri abbiamo parlato di questo nella presentazione del libro a cura di Massimo Termini, quando abbiamo spiegato il trattamento nel Cecli, e abbiamo detto che all'inizio di un'analisi ci vuole un sintomo. Vedremo dopo cosa succede con la psicosi.
Ieri ho ricordato che ci vogliono delle ragioni perché un soggetto vada a incontrare un analista, e queste ragioni sono sempre definite come sintomo. È necessario che all'entrata di un'analisi sia presente la divisione del soggetto, perché il lavoro di transfert consiste nell'elaborazione di questa divisione. Al centro stesso della cura si mette infatti l'enigma del soggetto come punto da elaborare. Bisogna che la divisione del soggetto sia presente perché il lavoro del transfert consiste nella lettura e nella decifrazione di questa divisione. All'entrata in analisi occorre quindi ci sia una divisione manifesta, reperibile attraverso qualcosa che ne faccia segno.
Quando chiamiamo questo qualcosa con il nome di sintomo andiamo un po’ in fretta, perché se fa segno di una divisione si tratta di un sintomo già trasformato. Secondo Lacan il vero sintomo, elaborato nel suo secondo insegnamento, il vero sintomo, quello che non si prende in analisi, non fa segno a nessuno.
Il vero sintomo soddisfa il soggetto. Possiamo dire che il sintomo nel suo stato naturale, cioè fuori analisi, è un messaggio cifrato, perché si tratta di un messaggio sottratto alla comunicazione, sottratto allo scambio con un altro. Il sintomo condensa il godimento, non chiede niente a nessuno e non porta nessuno dall'analista. Tutto questo Lacan lo scrive con S1, un significante che condensa il godimento.
Perché il sintomo arrivi in analisi bisogna dunque, secondo Lacan, che il segno sia già trasformato. Per questo quando riceviamo un sintomo diciamo che è già trasformato, è già in perdita di godimento, e il canale di questa perdita è il fantasma.
Questa trasformazione si mostra in forma molto chiara, a volte patetica, nel lamento e nella sofferenza nevrotica. Non è tuttavia vero il contrario, che ogni sofferenza sia segno di una divisione.
Questo è un punto molto importante relativamente al trattamento della psicosi. All'entrata in analisi bisogna sempre cercare cosa ha fatto scattare la trasformazione del sintomo, cioè cosa ha turbato l'omeostasi, l'equilibrio del soggetto. Possiamo dire che un modo di definire la normalità è dire che il soggetto è in stato di omeostasi, in equilibrio: la normalità è il soggetto in buona salute che è riuscito a tappare la divisione. È quel che si fa abitualmente nella vita: si tappa la divisione per rendere la vita sopportabile. Ci sono molti modi per farlo.
All'inizio di un analisi si tratta allora di trovare cosa ha messo in scacco questa strategia di chiusura. Diciamo allora che il sintomo all'entrata in analisi è un sintomo in perdita di godimento. È importante trovare questo sintomo nell'esperienza, se non vogliamo confondere soggetti nevrotici con soggetti non nevrotici. Si tratta quindi di trovare a quale Altro il sintomo si rivolge.
Come ricordava Miller, occorre cercare di capire se il soggetto supposto sapere è nel simbolico o nel reale. Se un sintomo è in perdita di godimento si rivolge infatti a qualcuno, ma dobbiamo cercare, nei colloqui preliminari, di capire a quale Altro si indirizza. Il sintomo in perdita di godimento è predisposto a cercare il complemento: quando manca qualcosa il sintomo cerca di completarsi, cerca un S2, potremmo dire. Se definiamo il sintomo come un significante S1, che fissa il godimento, quando c'è una fuga di godimento viene allora chiamato un altro in funzione di complemento per tappare il buco da cui si verifica la fuga, la divisione che ha messo in scacco l'omeostasi del soggetto.
La questione è quindi a quale Altro s'indirizza questo sintomo, perché non è lo stesso nella nevrosi, nella psicosi e nella perversione. Per fare un'analisi bisogna indirizzare questo sintomo verso un complemento, verso il soggetto supposto sapere, verso il transfert come tale. Come ricordava però Miller a Buenos Aires, indirizzare il sintomo verso il soggetto supposto sapere, in un caso di psicosi può far apparire un delirio nel reale: tutto fa segno, il “non è per caso” si estende a tutto e si sviluppa un delirio, un S2, un soggetto supposto sapere che è già un delirio d'interpretazione.
Vi ricordo che Lacan ha parlato dell'analisi come di una paranoia controllata. Il lavoro analitico è un lavoro d'interpretazione, e possiamo dire che una psicoanalisi consiste nella decifrazione di un sintomo con perdita di godimento. Questa perdita si verifica attraverso il canale del fantasma: è il fantasma a impedire a un soggetto di fare un uso del proprio sintomo che potrebbe soddisfarlo. Si tratta dunque, in un’analisi di nevrosi, di andare al di là del fantasma, dove il sintomo si sostiene, per raggiungere il reale della pulsione, situato nel cuore del godimento del sintomo. L’analisi di un soggetto nevrotico va dal sintomo come messaggio da decifrare, al reale del godimento contenuto nel cuore del sintomo. È un'operazione che, detto schematicamente, va dal simbolico al reale. In questo simbolico ci sono tutte le identificazioni simboliche. Ieri abbiamo parlato dell'analisi come di un’operazione di lettura di queste identificazioni attraverso le quali il soggetto istituisce il quadro del fantasma.
Passiamo ora alla psicosi: cosa può attendersi un soggetto psicotico dall'analisi? Freud rispondeva: “Niente!”. Nella mia tesi, che prima avete citato, parlo del caso di un analista italiano, il primo analista italiano, Edoardo Weiss. Si tratta di un caso in cui Freud faceva da supervisore, e abbiamo le lettere, molto interessanti, che Freud e Weiss si sono scambiati su questo controllo.
Edoardo Weiss viveva a Trieste, era allievo di Freud ed era in analisi con Federn, che è stato uno dei primi analisti interessati al trattamento psicoanalitico della psicosi. Il caso di Weiss è un caso di asma nervosa, mi riferisco alla prima parte del testo pubblicato, perché c'è un post scriptum. Weiss presenta il caso e si può dire che si tratta di un successo terapeutico. L'asma era insorta all'inizio del trattamento, ma aveva già un posto nella storia infantile del soggetto. Questo paziente, molto intelligente, ma anche molto solitario e chiuso, dopo la guarigione dal sintomo si apre al mondo, trova una compagna, ed è contento di come vanno le cose. Weiss scrive a Freud per dirgli che il trattamento è andato bene. Il soggetto s'interessa alla psicoanalisi e, come meta del viaggio di nozze, sceglie Vienna per poter conoscere Freud. Freud lo invita a una delle riunioni del mercoledì. A un certo momento si presenta una piccola insorgenza psicotica del soggetto, che comincia a rivolgersi in modo furioso a Weiss e a Freud. Attraverso le lettere vediamo che Freud, quando si rende conto della situazione, vuole sospendere il trattamento al paziente, si comporta in modo un po' segregativo. Per Freud un paziente psicotico non può entrare nel discorso analitico, deve essere messo alla porta.
Ho menzionato questo caso nella mia tesi per dire, e dopo ne possiamo discutere, che ogni discorso è segregativo, ogni discorso, analitico, del padrone, universitario, isterico, non è altro che un modo di trattamento del godimento, dell'oggetto a. C'è dunque un certo razzismo dei discorsi, perché ogni discorso implica un modo di orientare il godimento.
Tutto questo per noi è importante: come sapete Lacan non ha la stessa posizione di Freud. Dice che non dobbiamo indietreggiare di fronte alla psicosi. Per Freud invece dobbiamo indietreggiare, perché il dispositivo analitico era pensato solamente per la decifrazione del godimento, era pensato solamente per la nevrosi, e quando si trovava con un caso non adatto al dispositivo standardizzato il paziente andava messo alla porta.
Lacan pensa che un soggetto psicotico possa aspettarsi qualcosa dalla psicoanalisi, un trattamento per l’appunto. In un primo momento Lacan si pone la domanda, e risponde positivamente, a condizione di chiedersi come maneggiare il transfert nella psicosi.
Freud considera non ci sia transfert rivolto al soggetto supposto sapere, ma Lacan orienta la nostra pratica dicendo invece che c'è transfert nella psicosi, anche se, come ho detto all'inizio, è un transfert di natura diversa. Si tratta infatti di un transfert persecutorio ed erotomane che, in un certo senso, ostacola l'azione dell'analista. Lavorare con questo transfert è concepibile, a condizione di modificarne la natura. Piuttosto che farsi agente di un'erotomania persecutoria, l’analista può diventare il lettore, il segretario dell'alienato, il partner sintomo, come ha indicato Jacques-Alain Miller.
L'analista può incarnare il partner del soggetto – che può essere immaginario, simbolico o reale – affinché possa operare nel trattamento del godimento. Dal trattamento delle psicosi ci si attende dunque qualcosa di diverso da quel che ci si attende nel caso delle nevrosi ma, direi, a partire da quel che ho capito dalla lettura di Lacan, non solo è diverso, è addirittura l'opposto. Nella nevrosi, abbiamo detto, si tratta di decifrare i sintomi, si tratta di andare dal simbolico al reale. Il termine stesso decifrazione rappresenta l'analisi: analizzare vuol dire decifrare. Nella psicosi si tratta invece di andare dal reale al simbolico, si tratta cioè di costruire un sintomo. Il termine di Lacan “trattamento” implica l'azione del simbolico sul reale, ovvero il fatto di trattare il reale con il simbolico attraverso la costruzione di un sintomo. Se un paziente nevrotico cerca nell'analisi un'altra posizione soggettiva, lo psicotico, nell'analisi, attraverso la costruzione del sintomo cerca un altro Altro, un Altro regolatore del godimento, regolatore di questo reale. In entrambi i casi, nevrosi e psicosi, l'analisi non finisce con l'apoteosi del soggetto supposto sapere, ma nella sua evanescenza.
Negli ultimi anni, dopo le conversazioni cliniche di Angers, Arcachon e Antibes, dopo la lettura che Miller ha fatto di Lacan, in particolare riguardo alla clinica del ravissement, e dopo la riflessione sul trattamento dei nuovi sintomi, possiamo dire che intendiamo il termine trattamento come un modo di prendere questo reale per fabbricare un sintomo, per ottenere un altro Altro, o meglio, un Altro migliore di quello che il soggetto ha già. Il trattamento è quindi una modalità di conversazione sul godimento, come si è detto ad Antibes nella conversazione sulla psicosi ordinaria. Il trattamento è però, secondo me, anche un'operazione di traduzione del godimento enigmatico che sul versante paranoico e schizofrenico si presenta come eccesso, e sul versante melanconico risulta come mancanza. Il trattamento, in questo senso, è una conversazione che può permettere al soggetto di nominare quel che eccede la significazione. Se assumiamo questa prospettiva, il trattamento della psicosi diventa una possibile denominazione. Il soggetto psicotico cerca il nome del godimento che sorpassa il campo della significazione. Nel testo Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, Lacan parla proprio di come si prende questo godimento sregolato per inserirlo in un delirio fantasmatico attraverso il quale l'immaginario e il simbolico si annodano. Quel che Lacan, nel testo, chiama godimento transessuale di Schreber, è un godimento già articolato nell'immagine del corpo e nel simbolico attraverso l'assioma: “Essere la donna di Dio”. Il trattamento è quindi per Lacan un modo di dare un nome, di farsi un nome, e in questo caso il nome è: “La donna di Dio”.
In una delle conversazioni che ricordavo prima, Eric Laurent ricorda che non sempre le denominazioni sono così evidenti, possono essercene forme più banali di quelle di Schreber o di Joyce. Nel seminario XXIII Lacan sviluppa il concetto di sinthome, scritto con il “th”, mostrando come Joyce riesca a identificarsi con il processo in cui produce una lingua nuova, quella che prende corpo nell'opera Finnegans’ Wake, un'opera incredibile, composta di molte lingue, un'opera che è anche un trattamento, un tentativo di svuotare il senso riducendo la lingua a simboli matematici, senza rapporto con il senso.
Dalla nostra pratica possiamo dedurre anche che ogni trattamento della psicosi punta a nominare il godimento enigmatico. Dobbiamo solo aiutare il soggetto a trovare la buona denominazione. Ce ne possono essere molte, deve essere una denominazione che soddisfi il soggetto. La psicoanalisi applicata alla psicosi è quindi un lavoro di traduzione costante. Non è solo una conversazione sul godimento o il tentativo di assegnare una denominazione, è anche la traduzione costante di ciò che accade al soggetto nel suo rapporto con il godimento. L'analista accompagna il soggetto in questo compito, in questo lavoro di traduzione, nello sforzo di trovare un'identità di godimento e un nome. Perché occorre questo sforzo di trovare un'identità di godimento? Perché c'è sempre un'indeterminatezza, c'è sempre un altro modo di dire. In questa conversazione con il soggetto psicotico non c'è identificazione che con il processo stesso di ricerca del nome, un nome che, in un tempo più o meno lungo, può legarsi con un S1, può fissarlo.
Lacan, nel suo insegnamento, ha esplorato le diverse soluzioni per catturare il godimento che nelle psicosi si presenta in eccesso. Nella psicosi è in ogni caso necessario delucidare tutti i tentativi di trattare il godimento in eccesso. È il motivo per cui abbiamo parlato di un passaggio dal reale al simbolico, e in questi casi è questo lavoro a dare un posto all'analista.
A partire da tali considerazioni è possibile differenziare una psicoanalisi con un soggetto nevrotico e il trattamento con i casi di psicosi. Come ho più volte ricordato, il nevrotico è un soggetto che ha già trovato una soluzione per difendersi dal reale: ha un S2, ha un sapere pret a porter, e risponde sempre con questo S2. Ogni volta che si trova di fronte a un buco, a una mancanza, risponde con il suo S2, ed è il suo modo di difendersi dal reale.
Sappiamo che il nevrotico dà questa risposta con l'aiuto del Nome del Padre, che è una specie di patto del soggetto con l'Altro. Il patto è un contratto, e in questo caso serve per ripartire e limitare il godimento. Questo patto non soddisfa però pienamente il soggetto nevrotico, perché ignora il reale della pulsione.
La direzione della cura nella nevrosi diventa così la ricerca di un diverso modo di vivere la pulsione rispetto all'insufficienza delle parvenze paterne. Questo è il problema della nevrosi: la soluzione nevrotica lascia il soggetto in difficoltà con la rivendicazione pulsionale, per questo abbiamo introdotto il vettore della cura dal simbolico al reale. Il soggetto psicotico rifiuta la soluzione del Nome del Padre, questo patto tra il soggetto e le parvenze dell'Altro per limitare il godimento, e si trova senza difesa di fronte al reale. Il soggetto, in nome della sua irriducibile singolarità, rifiuta la soluzione del Nome del Padre e deve così trovare una soluzione necessariamente unica per trattare l'eccesso di godimento con il quale si trova messo a confronto.

Ci avviamo verso la conclusione. È difficile finire perché abbiamo traversato molti temi che magari riprenderemo nella discussione. Prima di terminare vorrei però riprendere il discorso relativo alla strategia nel trattamento della psicosi.
Abbiamo affrontato il problema a partire dalle parole di Miller a Buenos Aires, che ci metteva in guardia sullo statuto del soggetto supposto sapere nella psicosi. Una delle indicazioni fondamentali di Lacan per trattare la psicosi è non avvicinarsi troppo al buco del soggetto. A partire da qui ho detto che la direzione della cura nella nevrosi è un'elaborazione del soggetto intorno a questo buco, cioè intorno al soggetto stesso come enigma. Il nevrotico è un soggetto che non vuole saperne di questo buco, non vuole saperne della risposta lasciata vuota dalla domanda. La tesi essenziale di Lacan, che ha un grande valore clinico, è che nella psicosi la risposta viene prima della domanda, mentre il nevrotico ha già in tasca una risposta, ha un S2 per rispondere a ogni questione sul soggetto. Ciò è evidente nel caso che Lacan cita nel testo Una questione preliminare, con l'allucinazione legata al significante “troia”. Nel caso un soggetto si confronta con una voce, con una risposta senza domanda. Lo psicotico è quindi un soggetto che ha una risposta senza domanda, mentre nel nevrotico il sintomo è già una domanda, una domanda che può essere analizzata sul piano dell'isteria o della nevrosi ossessiva come domanda intorno al buco, intorno al reale sessuale, o all'esistenza. Una risposta senza domanda vuol dire una risposta senza sintomo. Il sintomo nella nevrosi è infatti già la messa in gioco della domanda, è il sintomo stesso a incarnare una domanda. La risposta è in quel che sta scritto sul piano del reale della pulsione e, possiamo dire, lo scritto è rimosso. Nella psicosi invece c'è una risposta, e invece della domanda c'è un buco, il soggetto è sempre messo a confronto con risposte del reale, e deve inventare formule per trattare queste risposte. Dire che è messo a confronto con una risposta senza domanda è come dire che è messo a confronto con un significante senza soggetto, perché il soggetto è la domanda.
Ho ricordato prima la definizione del soggetto psicotico come martire dell'inconscio. Il soggetto psicotico è martire perché è circondato da significanti slegati dalla catena o da un fantasma, sono significanti isolati che si presentano al soggetto come un enigma, lasciandolo da un lato nella perplessità, e dall'altro nella certezza: sono quindi risposte senza domanda. Per questo motivo Lacan dice che è meglio non incoraggiare troppo lo psicotico a farsi delle domande, è molto meglio lavorare con le sue risposte. È importante non toccare il significante enigmatico che il soggetto rappresenta per se stesso. Lacan quindi, dopo Freud, invita alla cautela con il transfert nella psicosi perché, si vede bene nel caso di Schreber, con l’esordio psicotico tutti i significanti diventano enigmatici, e non solo, come nella nevrosi, alcuni localizzati nel sintomo. Per Lacan l'enigma è un difetto di significazione, ma è anche il culmine della significazione. A questo proposito ricordo una bella definizione di Miller: diceva che il momento in cui il soggetto è messo a confronto con il significante come tale, momento che chiamiamo di perplessità, è un momento di metonimia eternizzata, o una metafora impotente. Nella psicosi si tratta quindi dell’insorgere del significante stesso come enigma, mentre nella nevrosi assistiamo piuttosto all’insorgere della significazione. La domanda: “Cos'è una donna?” per esempio diventa una significazione enigmatica, che produce sintomi ben precisi. Nella psicosi la significazione non è rimossa, ma è rigettata nella realtà.

Da un lato abbiamo quindi il rapporto del soggetto psicotico con il significante, ma non dobbiamo trascurare un altro aspetto cruciale: il rapporto con l'oggetto. Lacan problematizza questo rapporto quando dice che il soggetto psicotico ha l'oggetto in tasca, e non è separato dall'oggetto. Nel transfert quindi è importante che l'analista se ne faccia carico di questo oggetto, ritagliato ma non separato, e quando parliamo di oggetto parliamo sempre dei quattro oggetti: voce, sguardo, oggetto anale, oggetto orale. È un punto cruciale perché ci riporta alla questione freudiana dalla quale siamo partiti: è possibile nella psicosi un investimento libidico che prenda l'analista come oggetto? Con un oggetto in tasca non c'è investimento di transfert possibile. Perché ci sia investimento su un partner qualunque è necessario che la tasca sia vuota. Se la tasca è vuota l'oggetto può funzionare rispetto a questo vuoto. Per Lacan quindi ciò che si deve fare tirare fuori l'oggetto dalla tasca, il problema è che non ci dice come farlo. L'analista deve  inventare un modo, prestando però attenzione a che la propria voce non divenga persecutoria.

Vicente Palomera, 9 aprile 2011

Trascrizione di Massimiliano Rebeggiani
Revisione di Marco Focchi

martedì 29 marzo 2011

Transfert e istituzione


Isabella Ramaioli: Manuel Fernández Blanco vive e lavora a La Coruña, in Spagna. È membro della Escuela Lacaniana de Psicoanalisis, di cui è stato presidente, ed è psicoanalista e psicologo clinico. Lavora nel complesso ospedaliero de La Coruña, ed è fra i fondatori di un Centro di clinica applicata del campo freudiano. 
Si tratta di un Centro, di una clinica di psicoanalisi applicata cui ha dato vita insieme ad altri colleghi più di dieci anni fa. Da quest’ambito, dal lavoro in ospedale,  trae lo spunto e l’esperienza per parlarci del tema di oggi: Transfert e istituzione. Passo la parola a Fernández Blanco.
Manuel Fernández Blanco: Buongiorno. Voglio ringraziare per l’invito  rivoltomi dall’Istituto freudiano, la Sessione clinica di Milano, e per l’occasione che mi offre di lavorare con tutti voi. Mi è stato assegnato un tema cui tengo molto, perché sono uno psicoanalista, esercito nel mio studio, e al tempo stesso lavoro da più di venticinque anni presso l’Unità di salute mentale di un Ospedale, e ho avuto inoltre la fortuna di fondare con altri colleghi la Clinica del Campo freudiano a La Coruña. 
Ho poi partecipato piuttosto attivamente alla creazione dei CPCT in Spagna. Tutto questo mi ha fatto riflettere sulle possibilità e sui limiti della psicoanalisi nelle istituzioni pubbliche, e anche sulla specificità del trattamento psicoanalitico nei nostri centri di psicoanalisi applicata.
Se, nel lavoro di oggi, vogliamo partire dai fondamenti, dobbiamo prendere avvio dalla definizione del transfert. A questo scopo ho suddiviso la mia esposizione in tre parti: 
1- Il transfert nella cura analitica, nel senso in cui un’analista conduce la propria cura nel proprio studio fino alla sua conclusione logica.
2- Il transfert nell’istituzione di salute mentale.
3- Il transfert nei centri di psicoanalisi applicata.
Quando parliamo di transfert, abbiamo una formula scritta da Lacan, l’algoritmo del transfert. È la formula che propone nella Proposta del 9 ottobre del 1967 sullo psicoanalista della scuola. 
Nessun ingresso in analisi si presenta uguale a un altro. Ma al di là di queste variazioni, c’è una questione comune: tutte le analisi cominciano a partire dal transfert. Perché qualcuno va a incontrare un analista? Perché qualcosa  perturba la routine che manteneva la sua quotidianità. Se c’è un’entrata, è perché  ha avuto luogo un incontro con il reale che non si è potuto riassorbire nel fantasma del soggetto. Ogni entrata in analisi di un soggetto nevrotico – nella psicosi sarebbe diverso – presuppone la rottura della  sicurezza, della continuità fantasmatica. Il fantasma è però la matrice di tutti i significanti che riguardano il soggetto. Ogni volta quindi che c’è una rottura del fantasma, si produce una lacerazione del senso. Il soggetto che ha perso il senso, cerca di ristabilirlo. È questo che porta il soggetto a fare domanda a un analista. Non perché prima non ci fossero sintomi. Non c’è infatti soggetto senza sintomi, perché il sintomo è l’invenzione necessaria di ogni soggetto per fare esistere il rapporto sessuale che non esiste.
Dire che un sintomo è sopportabile significa dire che si sopporta il reale. Significa dire che c’è uno stato del sintomo che si accorda con il fantasma. Il sintomo, in questo caso, parla del successo terapeutico del fantasma, parla di un godimento che può essere addomesticato dal principio di piacere, parla del meccanismo del fantasma che chiude l’inconscio.
Il sintomo analitico è invece come un inciampo non digeribile. Possiamo dire così per qualsiasi sintomo come manifestazione clinica. Il sintomo esprime quindi una contingenza, un incontro che il fantasma non riesce a collocare: è questa la formulazione clinica del sintomo.
Noi psicoanalisti sappiamo che solo non lasciandolo tacere possiamo sostenere la posta in gioco di una cura. Per sostenere una domanda di analisi occorre quindi una prima preinterpretazione del sintomo, necessaria per far capire al soggetto che il sintomo non riguarda soltanto il piano medico. All’inizio c’è il transfert, e non la domanda di analisi. Il transfert implica una preinterpretazione del sintomo da parte del soggetto. Ci sono sintomi che appaiono come senza senso. Il transfert è ciò che permette a questi sintomi senza senso di trovare il proprio complemento nella figura dell’analista. 
A questo scopo il sintomo deve però essere aiutato dall’enigma. In questo senso Miller ha segnalato che le analisi cominciano come le psicosi: vanno dall’enigma all’interpretazione. Il soggetto psicotico, all’esordio della psicosi, soffre di un’esperienza enigmatica: tutto ha senso, un senso che si riferisce a lui, al soggetto, però è un senso enigmatico. Lo psicotico soffre, per così dire, di un eccesso di senso, ogni non-senso viene abolito. Passa una macchina rossa e questo è un messaggio che si rivolge a lui, il semaforo cambia in quel momento e questo gli dice qualcosa. Quanto meno si sa che cosa vuol dire, tanto più si sa che vuol dire qualcosa. In questo senso possiamo dire che ogni analisi comincia come una psicosi, anche se l’enigma e il senso di cui si tratta sono completamente diversi, perché nel caso della psicosi la risposta all’enigma è il delirio, è l’interpretazione delirante, mentre nel caso della nevrosi l’enigma che il sintomo comporta riconduce alla verità rimossa. È quindi necessario un non-senso per entrare in analisi.
Il problema attuale è che per molti soggetti il sintomo si presenta senza enigma, è un sintomo risposta, non è un sintomo domanda. È una delle caratteristiche del soggetto attuale, soggetto con il quale noi psicoanalisti ci troviamo spesso costretti a iniettare senso per rendere possibile un’analisi. Ciò significa che incontriamo sempre meno soggetti che hanno una preinterpretazione del sintomo, ed è attraverso l’incontro con un’analista che può prodursi questa sintomatizzazione. Questo è stato anticipato da Lacan nel suo Seminario sul Transfert, il seminario VIII, nel 1961-62, cinquanta anni fa, nella lezione del 28 novembre del 1962, quasi cinquanta anni fa. Lacan diceva che la colpa aveva i giorni contati, prediceva la fine del senso di colpa perché il senso di colpa è legato al debito simbolico. Solo attraverso la colpa però il soggetto nevrotico sintomatizza il godimento. È una delle difficoltà per esempio che troviamo nel trattamento dell’anoressia, dell’anoressia in senso stretto, non quella che si collega alla bulimia, perché il soggetto si sente colpevole se mangia e non il contrario, e solo la colpa permette di sintomatizzare il godimento.
In questo momento [nel ’62] Lacan ci dice che il destino già non è più niente, è morto, e se il dio del senso è morto, resta solo il non-senso come modalità di essere nel mondo. La disgrazia quindi non si significa come debito da pagare inclusa nel destino, e questo vuol dire che ci deve essere una rottura con la tradizione, con il debito simbolico, il minor senso di colpa si trasforma in angoscia.
Ma l’angoscia non è un sintomo. Ricordiamo Freud in Inibizione, sintomo angoscia. Il caso su cui lavoreremo questo pomeriggio ci permetterà di avanzare su questi problemi, e di dimostrare che l’angoscia ha un ruolo centrale. 
È sempre più difficile sviluppare il significante del transfert, far apparire la domanda all’analista, tentare di restituire uno statuto simbolico al sintomo come condizione necessaria perché si sviluppi la nevrosi di transfert, perché abbia luogo la precipitazione del sintomo, la messa in forma del sintomo. Dire: “Sono ansioso, non dormo bene” non è un sintomo analitico. Un sintomo analitico è qualcosa su cui il soggetto si interroga e che gli permette di iniziare un’analisi. Il sintomo analitico può essere: “Incontro soltanto uomini che mi abbandonano”, e a partire da qui si può cominciare un’analisi. Il sintomo quindi è posto dal paziente, non dall’analista.
Come dice Lacan nella conferenza di Ginevra sul sintomo, bisogna mettere in forma il sintomo prima di affrontarlo, prima di far sdraiare il paziente sul lettino.
Varietà dell’entrata in analisi secondo le strutture cliniche. 
Ci soffermiamo un po’ sulle particolarità dell’entrata in analisi nelle diverse strutture cliniche. È necessario innanzitutto, nei colloqui, preliminari lavorare contro la densità primaria della sofferenza, per concretarla in un sintomo e per  vedere se il soggetto acconsente o no a cercarvi dei significati: questo è la messa in forma del sintomo. Solo se la ricerca si apre a una responsabilizzazione del soggetto, potremo parlare di colloqui preliminari, poiché si possono definire così solo a posteriori.
Nelle nevrosi, in particolare nella nevrosi ossessiva, l’ossessivo di solito non si è reso conto delle proprie ossessioni, o non ha loro dato importanza. L’ossessivo è uno che ragiona, che vuol dare senso a tutto, che vuole che tutto abbia una spiegazione, in modo da poter dormire tranquillo con il desiderio morto. Per questo all’ossessivo piace l’erudizione, ma non è altrettanto chiaro se ama il sapere e se non confonda sapere ed erudizione. Soprattutto il sapere che si trova nelle idee ossessive. Quel che l’ossessivo rifiuta di sapere è dove il sapere si annoda con un godimento intollerabile per soggetto. L’entrata in analisi per l’ossessivo può essere così più dalla parte dalla parte del fantasma che non del sintomo. Pensiamo per esempio all’uomo dei topi: quel che lo porta ad andare in analisi da Freud è l’ossessione sulla tortura dei topi. Entra attraverso il fantasma, non attraverso il sintomo: in lui è il sintomo che si tratta di evidenziare. 
Nell’ossessivo la rappresentazione resta disinvestita, e bisogna stare particolarmente attenti alle cose piccole, che sono molto presenti nell’ossessivo. Dove apparentemente ostenta maggiore indifferenza, è dove invece si sono maggiormente concentrati i suoi interessi. Dove l’ossessivo dice: “Per me è lo stesso”, è proprio dove invece per lui è meno lo stesso.
L’ossessivo tenta di allontanare dal pensiero questi piccoli dettagli per ottenere una coerenza vuota e inservibile. Questioni come l’odio verso il padre nascosto dietro l’idealizzazione, richiedono di venire declinate nella singolarità di ogni soggetto. 
Per l’entrata in analisi nell’isteria, invece, si presenta di solito una difficoltà: l’adesione del soggetto isterico ai drammi passionali, e la trama delle passioni può impedire di vedere le cose chiaramente. Qui non mancano i sintomi dove spesso è implicato il corpo. Il problema è che l’isterica confonde la sofferenza con la castrazione, che viene respinta nel luogo dell’Altro. 
L’isterica ha una mira invidiabile per cogliere la mancanza nell’Altro, perché attraverso questa mancanza si fa oggetto. Nel suo fantasma vuole essere quello che manca all’Altro. Ha quindi bisogno della mancanza dell’Altro per garantire il proprio essere, e in questo percorso perde la particolarità del proprio desiderio.
C’è così un aspetto volubile e cangiante nell’isteria, perché se deve esser quel che manca all’Altro, ciò può portarla a occupare luoghi molto diversi, può  portarla al posto di quel che all’occasione manca. Ciò può dare un certo tono di sperduta all’isteria, di: “Non so quello che voglio”, ed è quel che dice spesso: “Non so quel che voglio, perché voglio essere quello che vuole l’Altro”. Spesso, a far  precipitare l’isteria verso l’analisi è che, nell’impegno di incarnare l’oggetto del desiderio per l’Altro, alla fine può essere piantata in asso dall’Altro, e scoprire che l’Altro desidera senza di lei.
Vorrei menzionare anche la particolarità dell’entrata in analisi nella psicosi. Qui si pone una difficoltà riguardo al transfert, perché c’è sempre il rischio del versante erotomane o paranoico, che l’analista deve evitare. Deve evitarlo svuotando il luogo di un Altro abitato da un godimento senza legge, lasciando un luogo vuoto dove lo psicotico possa depositare il proprio delirio. È una delle forme possibili di transfert nella psicosi: far il segretario dell’alienato, come suggeriva Lacan. La forma più efficace è venire al luogo dell’ideale del soggetto psicotico, ma non lo possiamo scegliere, dipende della contingenza, del fatto che lo psicotico ci ponga in questo luogo. Questo è il luogo migliore nel transfert con uno psicotico, perché lo psicotico, prima dell’esordio della psicosi, era sostenuto dall’ideale materno. L’ideale materno, il desiderio materno, è preliminare  all’introduzione o alla non introduzione del Nome del Padre, ed è anche il luogo in cui il soggetto psicotico si sostiene, spesso per tutta la vita, se non si produce l’incontro con un-padre. Se l’analista viene così a occupare questo luogo, il transfert è più pacificante, e permette un lavoro maggiore.
Nel caso della nevrosi l’entrata in analisi richiede si stabilisca il transfert come complemento al non-senso del sintomo, che viene quindi chiamato a restituire un senso. È quel che Freud chiamava nevrosi di transfert, e si accorse subito che, in alcuni casi,  liberava  della nevrosi comune. Dobbiamo pensare perché. Perché la nevrosi di transfert libera della nevrosi comune?
All’inizio c’è il transfert, e il percorso di un’analisi parte dal transfert. Ci sono due versanti del transfert: uno è lettura, e corrisponde al versante messaggio del sintomo, al voler dire del sintomo, quel che della rimozione fa linguaggio, è quel che si può leggere. Per questo nella postfazione del Seminario XI troviamo che l’inconscio è un testo che si legge.
La sola cosa che si chiede in un’analisi è che si pratichi, che si eserciti l’associazione libera, cosa che è piuttosto difficile, è anzi una della difficoltà maggiori. Non basta esplicitare la regola per far sì che il soggetto la segua. Chiunque eserciti la psicoanalisi conosce questa difficoltà.
In effetti, la vera e propria entrata in analisi avviene quando il soggetto acconsente di lasciarsi andare all’associazione libera. Lo statuto dell’associazione libera cambia man mano nel corso di un’analisi. Se in un primo momento permette la produzione dell’inconscio, nel momento clinico della passe vediamo un’associazione libera che l’inconscio non riesce più ad assoggettare. L’analista quindi propone l’associazione libera, l’analizzante associa e l’analista interpreta. L’analizzante aspetta il senso dall’analista e l’analista, se è lacaniano, non dà molto senso, all’inizio né da un po’ di più per stabilire il transfert, dopo non dà più tanto senso, ed è questa domanda di senso che mantiene il compito analizzante. Questa posizione dell’analista come Altro della domanda ha portato i post-freudiani a confondere ripetizione e transfert,  giacché essi ritenevano che l’analizzante dovesse regredire trasferendo le proprie domande non soddisfate sulla figura dell’analista. La regressione però si produce in effetti soltanto sul piano significante, è la regressione ai significanti della domanda, e non si tratta di chiedere all’analista di accudire al soggetto.
Consideriamo dunque che il sintomo analitico si situa all’incrocio tra verità e reale, che è un sintomo sotto transfert, un transfert che partecipa, come ha sviluppato Jacques-Alain Miller, dello stesso statuto equivoco del sintomo. Già Freud aveva definito il transfert come motore e ostacolo della cura al tempo stesso. Questo statuto equivoco, che è comune al sintomo e al transfert, ci porta a mostrare le vie per cui il sintomo di transfert, come l’ha chiamato Miller nel suo corso Donc, presuppone un particolare modo della pulsione di soddisfarsi nell’analisi e nel transfert. È il motivo per cui dicevo che c’è un versante messaggio nel transfert, il che vuol dire anche nel sintomo, e un versante godimento, un versante libidico del transfert. La pulsione  si soddisfa infatti nell’analisi e nel transfert stesso.
Riferiamoci ora all’algoritmo del transfert: 
                                                                  St-----------------Sq
s (S1, S2,… Sn)
Ho messo in altro la sigla St – nella formula originale la “t” non c’è.  St è il significante del transfert, del sintomo, del sintomo analitico, non cioè semplicemente: “Sto male”, ma il sintomo messo in forma, che si rivolge a un’analista, nel luogo del significante qualunque, per tentare di rispondere alla domanda: “Che cosa vuol dire?”, per rispondere all’enigma che il sintomo porta con sé.
Troviamo qui un’articolazione puramente significante che permette di produrre un effetto di significato sotto la barra, un effetto di sapere supposto presente dei significanti nell’inconscio. È quel che dice Lacan. Ma si tratta di un’articolazione puramente significante, che si sostiene supponendo un soggetto nel sapere dell’inconscio.
Dov’è qui però la soddisfazione pulsionale? Potremmo pensare che risponda al versante sapere del transfert. Se il nevrotico si lamenta della mancanza d’essere, incontra il proprio complemento nell’analista, perché l’analizzante trasferisce all’analista il godimento che abita nel cuore del sintomo, che è l’elemento più particolare del soggetto, ed è il motivo per cui ogni scelta d’analista è sintomatica. 
Il significante “qualunque”, dice Lacan, non è qualunque significante, presuppone soltanto la particolarità. La particolarità è il godimento. L’analizzante trasferisce all’analista il tratto attraverso cui lo sceglie. Per questo alcuni ritengono che non si potrebbero mai analizzarsi con un uomo, altri con una donna, altri con uno spagnolo, altri con un francese o altri ancora non potrebbero con un pellerossa.
Il significante qualunque presuppone soltanto la particolarità, è un tratto che porta il marchio dell’essere di godimento dell’analizzante. È il motivo per cui l’analista deve essere analizzato: per sopportare di essere il significante qualunque, che è molti “qualunque”, dipende del numero di persone che frequentano il suo studio.
Lacan dice che l’analista si dedica all’agalma dell’essenza del desiderio, e che è  disposto a pagarlo riducendosi, lui e il suo nome, al significante qualunque. A questo si riduce alla fine, e questo funziona come resto dell’operazione analitica. Si tratta del momento in cui il soggetto smette di soddisfare la pulsione attraverso il transfert, attraverso il versante godimento. Quando l’analizzante sa perché ha scelto quell’analista, è il momento in cui può anche lasciarlo. E’ il momento della desupposizione del sapere, della destituzione soggettiva, che vanno insieme.
Vi domanderete: “Allora, questo tipo ci parla o no di transfert e istituzione?” Era necessario porre queste premesse. 
Il transfert nell’istituzione di salute mentale
Come dicevo prima, la mattina lavoro nel servizio di salute mentale di un ospedale. Qui c’è un servizio di consulenza intraospedaliero, e vediamo la popolazione inviata dalle autorità sanitarie. Svolgiamo un ruolo di consulenza interna all’ospedale, e anche esterna. Il lavoro che faccio lì mi ha condotto più volte a interrogarmi. Alcuni analisti di formazione medica hanno risolto le difficoltà che può presentare il lavoro in istituzione ponendosi come psichiatri. Il ricorso al farmaco come risposta può favorire questa tendenza. Siccome io non sono medico, non sono neanche esposto alla tentazione. Tuttavia anche gli psicologi clinici, sottoposti ai condizionamenti istituzionali, possono finire a svolgere funzione di educatori, o di lavoratori sociali, per via della pressione dell’ordine istituzionale. 
Questo avviene perché la nozione di salute mentale nasce dal discorso del padrone, che definisce i criteri universali di benessere, e propone al soggetto precise identificazioni per trovare la propria collocazione come essere sociale.
Il soggetto supposto dal discorso del padrone è il soggetto del diritto. I nostri pazienti hanno diritto alla salute, hanno diritto a ristabilire l’equilibrio perduto, sono squilibrati che dovremmo riequilibrare, perché possano funzionare bene. Siamo così quelli a cui arriva l’insuccesso del discorso del padrone. Questo insuccesso si esprime in ciò che nel soggetto sfugge al dominio delle identificazioni, le identificazioni necessarie perché tutto funzioni bene.
Siamo chiamati a riassorbire gli effetti del cosiddetto disagio nella civiltà. La cura, nell’ideologia della salute mentale, punta a favorire l’adeguamento delle persone ai criteri di benessere che chiunque sia sano dovrebbe accettare, tra questi un buon atteggiamento al lavoro, oltre a qualcosa che Miller, in una straordinaria conferenza su “Salute mentale e ordine pubblico”, ha definito come la capacità di circolare, di andare e venire. È inquietante quando un soggetto smette di circolare, quando non esce più da casa. 
Bisogna dire che i criteri proposti dal discorso del padrone: amore, lavoro, libertà, noi psicoanalisti sappiamo che corrispondono a delle strutture cliniche. Nessuno ama più dell’isterica, nessuno lavora più dell’ossessivo e nessuno è più libero dello psicotico. È qualcosa che noi psicoanalisti sappiamo, ma che non tutti sanno. È il motivo per cui il congresso Enapol in Sudamerica aveva come titolo: “La salute mentale non senza la pazzia di ciascuno”.
In ospedale riceviamo anche i resti prodotti dal discorso medico: pazienti ribelli al trattamento, quelli che si lamentano senza avere niente. Questi resti sono rinviati al settore di salute mentale. Ma la salute mentale non si nutre solo del discorso del padrone, partecipa anche del discorso universitario, perché quel che il padrone non domina attraverso le identificazioni, lo psichiatra tenta di dominarlo con il sapere. È una lettura che è possibile fare attraverso i discorsi di Lacan, e qui trovano posto le utopie della prevenzione, colonna portante nell’ideologia della salute mentale. La prevenzione postula che il soggetto che sa di più, sarà meno malato, postula che sia possibile educare il soggetto dal punto di vista sanitario. Noi sappiano da Freud che non c’è prevenzione possibile, perché il trauma del non rapporto sessuale è inevitabile, non c’è soggetto senza trauma, quindi non c’è soggetto senza sintomi.
La prevenzione nel campo della salute mentale è un’impossibilità logica.
Quest’idea di prevenzione era stata messo a tacere da Freud sin dagli esordi. Freud era inizialmente ottimista sul valore che avrebbe potuto avere un cambiamento della morale, della morale culturale sessuale. Pensava che avrebbe potuto funzionare nella prevenzione della nevrosi. Ricordiamo il suo articolo sull’Istruzione sessuale dei bambini del 1907, o La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno del 1908. Se confrontiamo le tesi di questi articoli con quelle della nuova serie di lezioni nell’Introduzione alla psicoanalisi del 1932, vediamo che Freud rinunciò a ogni illusione sui vantaggi di un’educazione esente dai limiti imposti da una morale coercitiva. Non riuscì più a credere che un’educazione diversa avrebbe potuto evitare le sofferenze della nevrosi. Non c’è nessuna educazione che permetta l’armonia del soggetto con il mondo, che  è l’ideale della salute mentale riassunto dall’Oms come il completo stato di benessere biologico, psicologico e sociale. 
La posizione della psicoanalisi non è quella di un ideale di armonia. Miller nella sua prima conferenza sulla Patologia dell’etica, dice che lo psicoanalista, da parte sua, non è un lavoratore della salute mentale, e in un certo modo il segreto della psicoanalisi è che non si tratta di salute mentale. Non si tratta di salute mentale in opposizione alla patologia medica, non si tratta di un’armonia del soggetto con il proprio ambiente, con il proprio organismo. Il concetto stesso di soggetto impedisce infatti di pensarne l’armonia con qualsiasi cosa nel mondo, il concetto di soggetto è in sé disarmonico con la realtà, e l’analista non può offrire la salute mentale.
Sentiamo tuttavia parlare di psicoanalisi nell’istituzione e, curiosamente, sempre più spesso in riferimento a casi di psicotici o di bambini. Sembrerebbe come se in questi casi il dispositivo istituzionale non ponesse troppe difficoltà all’azione dello psicoanalista. Il motivo, in breve, è che tanto negli psicotici quanto nei bambini non è in gioco la fine dell’analisi. Una fine dell’analisi simile a quella concepita nel nevrotico con la logica della passe, non è formulabile nell’analisi con i bambini né in quella con gli psicotici.
Che cosa succede quando un nevrotico si rivolge a noi in un servizio di salute mentale? In primo luogo c’è il modo d’ingresso nel dispositivo, che di solito non è diverso di qualsiasi domanda a un medico: “Sto male, curami”. Sono proprio i medici a inviare i pazienti, e questo stabilisce una continuità all’interno dell’ordine medico. Spesso il paziente che cerca aiuto nella salute mentale non sa con chi si incontrerà. Non cerca uno psicoanalista, lo trova. Allo stesso modo avrebbe potuto incontrare uno psichiatra o uno psicologo comportamentista. L’incontro con uno psicoanalista anonimo non risulta da una domanda del paziente. La domanda è rivolta all’istituzione, e lo psicoanalista si autorizza a partire dell’istituzione e dal titolo accademico che gli permette di svolgere il   proprio lavoro. Solitamente non è stato assunto come psicoanalista, ma come psicologo o come psichiatra.
Andiamo all’algoritmo del transfert. Nella prima riga c’è il significante S del transfert. È il significante di un soggetto nella sua implicazione con un significante che chiameremo qualunque, che suppone cioè soltanto la particolarità. La particolarità è quel che risulta cancellato dall’istituzione di salute mentale. Cosa viene al posto della particolarità? È il significante salute mentale che viene al posto del qualunque, ed è un significante universale. Non  è un significante qualunque per il soggetto, non implica la particolarità, che è quel che determina la scelta dell’analista quando c’è una domanda di analisi.
Ostacolando la particolarità, l’istituzione la sostituisce con il significante salute mentale. Questa è una difficoltà per l’inizio di un’analisi in qualsiasi istituzione. Potremmo dire: ok, finita la storia, siamo arrivati qui punto e basta, ma sarebbe una risposta di comodo.
L’analista ha un margine di manovra che in primo luogo permette, almeno in alcuni casi, di soggettivare il sintomo del soggetto spostandolo dal puro ordine medico. Sarebbe il primo passo perché il paziente possa capire di essere implicato in quel che accade, e che non soffre del suo sintomo come soffrirebbe di un catarro.
C’è  un secondo momento in cui l’analista deve essere particolarizzato, non risultare completamente riassorbito nell’equipe o nell’istituzione. L’analista deve particolarizzarsi per dar luogo al transfert analitico. L’istituzione condiziona, ma non totalmente. Nel mio caso, per esempio, ho libertà nello stabilire il numero di appuntamenti, la durata della seduta, ecc. Questo mi ha permesso di iniziare delle analisi nelle istituzioni, ovviamente non in tutti i casi, ma neanche nel mio studio privato tutti i casi sfociano poi in un'analisi.
Se un’analista mette in gioco il proprio desiderio di analista e lo fa operare nel transfert, è possibile iniziare un’analisi in un’istituzione, anche se non finirla. Questo per due ragioni: in primo luogo il paziente non paga, in secondo luogo, e credo sia un fattore decisivo, l’istituzione non permette la desupposizione del sapere, perché nell’istituzione la desupposizione del sapere acquisirebbe il valore di frode.
Vediamo il primo punto, quello del pagamento. Nel suo articolo L’iniziazio del trattamento, del 1913, Freud dice che l’analista non nega come nel denaro intervengano diversi fattori legati alla sessualità, e afferma che gli uomini civilizzati oggi, nelle questioni di denaro, si comportano come con le questioni sessuali, le trattano con la stessa doppiezza, lo stesso falso pudore, la stessa ipocrisia e danno loro lo stesso valore. Freud, da parte sua, dice che l’analista non è disposto a incorrere nelle stesse difficoltà, e può trattare con i pazienti le questioni di denaro con la stessa naturale sincerità che vuole produrre in lui per quanto riguarda i fatti della vita sessuale. In questo modo dimostrerà dall’inizio di aver rinunciato a sua volta a un falso pudore. Aggiunge che si sa che il basso costo di un trattamento non contribuisce a innalzarne il valore per i pazienti, e   precisa che il trattamento gratuito intensifica alcune le resistenze del nevrotico. Nelle giovani donne, per esempio, nel rapporto di transfert si insinua la tentazione, e nei giovani uomini si fa strada la ribellione contro il dovere di gratitudine. La ribellione, che procede del complesso del padre, costituisce uno degli ostacoli più seri all’influenza terapeutica. Senza la compensazione introdotta dal pagamento dell’onorario al medico, tutto questo si fa sentire pesantemente nel malato, il rapporto tra i due perde ogni carattere reale e il paziente è privato di uno dei motivi principali per andare alla conclusione della cura. Freud conclude quel che ha spiegato con tanta chiarezza asserendo che i costi maggiori in questa vita sono la malattia e la stupidità.
Ne La direzione della cura Lacan, parlando del transfer primario, dice che se l’amore è dare quel che non si ha, sicuramente il soggetto può sperare di riceverlo, perché lo psicoanalista non ha altro da dargli, tuttavia non gli dà neppure questo niente, ed è meglio così. Per questo niente poi, viene pagato, e preferibilmente in modo generoso, per dimostrare che diversamente non avrebbe nessun valore. L’analista invece deve pagare con le sue parole, nell’interpretazione, e con la sua presenza, con la sua persona come sostegno del transfert. 
Quando un soggetto non paga, si situa nella posizione di amato, e questo funziona come resistenza nella cura, impedisce di uscire dell’amore, di andare al di là. Questo significa che nell’istituzione l’amore di transfert diventa interminabile. Quando critichiamo la psicoanalisi pura, la sua lunga durata e la dipendenza amorosa che provoca, bisogna sapere tuttavia che l’amore eterno è l’amore nell’istituzione.
Nell’istituzione si può stabilire una relazione di amore di transfert e, poiché si mette in gioco un dispositivo di parola, può prodursi uno spostamento dei sintomi, si possono avere effetti terapeutici. Ci troveremmo con i benefici terapeutici di un’analisi che, in un’istituzione, non può terminare, perché quel che non si paga in denaro, si paga in godimento del sintomo. Pagare permette  di separarsi della verità del sintomo come metafora significante e dalla sua dimensione del godimento e questo, nel quadro istituzionale, non si può mai delineare. 
C’è quindi un altro rischio: il sintomo non può essere collocato nella sua dimensione di verità, ma solo nella sua dimensione di salute. Il sintomo così non apparirebbe nella sua dimensione di  verità ma nella sua dimensione di malattia, alla quale si opporrebbe la salute come salute mentale.
L’Altro presentificato dall’istituzione è un Altro senza mancanza, e sappiamo che la fine dell’analisi implica l’assunzione dell’inconsistenza dell’Altro attraverso la desupposizione del sapere dell’analista. Nell’istituzione la desupposizione del sapere dell’analista è impossibile, perché l’istituzione lo mantiene, l’istituzione istituisce. L’istituzione non permette la caduta del soggetto supposto sapere perché la modalità del non sapere nel quadro istituzionale assumerebbe la forma di truffa. 
L’istituzione mantiene in riserva il luogo del sapere, e per questo nell’istituzione si fanno nomi, e il transfert, quando si stabilisce può essere eterno. È un uso sociale, l’uso di insegne sociali, l’uso di un supposto sapere garantito. Io stesso che sono qui oggi, lavoro da venticinque anni in ospedale, mi si suppone una competenza, ma non è alla competenza che do valore. 
Quando si stabiliscono dei transfert nelle istituzioni possono essere eterni, e passano di padre in figlio, come la gratitudine. È un transfert transgenerazionale.
L’ordine istituzionale non permette una fine di analisi nell’istituzione, giacché l’ordine istituzionale si oppone alla logica della fine. Ci sono casi di alcuni pazienti che iniziano un’analisi in istituzione  ma la continuano fuori, e resta per lo più l’effetto terapeutico. In istituzione è meglio incontrare un analista che non un comportamentista o uno psichiatra biologista. D’altra parte non bisogna sottovalutare un altro effetto del transfert nell’istituzione che, in questo caso è il transfert dei lavoratori della salute mentale per la psicoanalisi, e permette che il virus della parola non sia totalmente eliminato. Nella pratica, nelle presentazioni cliniche, nelle presentazioni di malati. Si tratta di un altro effetto di transfert, ma nei della psicoanalisi stessa.
Il transfert nei centri di psicoanalisi applicata
L’ultima parte riguarderà il transfert nelle istituzioni assistenziali psicoanalitiche. Miller afferma che l’incontro con un analista non ha prezzo per un soggetto, anche se è un caso di psicoanalisi impossibile. L’incontro con uno psicoanalista non ha prezzo: dobbiamo sfruttare l’equivoco che questo “non aver prezzo” introduce. Se non ci sono controindicazioni all’incontro con uno psicoanalista, dobbiamo assumerci la responsabilità – cosa che noi psicoanalisti lacaniani facciamo – di evitare di chiuderci nel comfort privato dei nostri studi e  di offrire nello spazio pubblico una risposta adeguata al disagio dei soggetti contemporanei. 
Cosa dobbiamo intendere come istituzione psicoanalitica del Campo freudiano? In primo luogo dobbiamo considerare un lavoro si svolga in un proprio locale. È importante il riferimento materiale a uno spazio proprio, perché sappiamo che un’altra modalità sono le reti assistenziali, dove gli psicoanalisti ricevono nel proprio studio, a basso costo, pazienti provenienti dalla rete. Avere un luogo proprio evita delle ambiguità. Proprio non vuol dire che non possa essere condiviso, ma deve essere un luogo materiale, concreto.
Da altra parte, come si articola la domanda nei Centri di psicoanalisi applicata, nelle nostre istituzioni?  La domanda si rivolge alla psicoanalisi in quanto tale, non a uno specifico psicoanalista. Nei nostri dispositivi non si sceglie lo psicoanalista, si sceglie la psicoanalisi, e questo presuppone già una preinterpretazione rispetto al sintomo. Come dice infatti Miller, il luogo in quanto tale preinterpreta. Lo psicoanalista viene assegnato tra i membri dell’equipe e, per quanto riguarda la funzione assistenziale, si tratta di psicoanalisi applicata alla terapia. Freud già nel 1918 diceva che supponendo di aumentare la quantità di psicoanalisti in modo da poter trattare un gran numero di malati, si porrà comunque il problema di adattare la nostra tecnica alle nuove condizioni. L’applicazione popolare dei nostri metodi porterà quindi a  mescolare piombo all’oro puro dell’analisi, ma qualunque sia la lega di queste terapie popolari, gli elementi più specifici ed efficaci continueranno a essere quelli della psicoanalisi propriamente detta, rigorosa e libera da ogni tendenza.
I nostri dispositivi hanno un funzionamento di estimità, di interno-esterno  rispetto alla salute mentale. Rappresentano un’alternativa psicoanalitica nel campo della salute mentale, attraverso una relazione di esclusione interna. Siamo, in qualche modo, una risposta al disagio nella salute mentale. Alcuni pazienti ci vengono inviati quando falliscono gli obiettivi che la salute mentale si prefigge, e nei nostri Centri trovano una risposta diversa, che non va nel senso dell’adattamento a qualsivoglia ideale prestabilito. Noi non promettiamo la salute, offriamo la possibilità di una psicoanalisi.
In alcuni casi ci si può spingere abbastanza lontano, in altri l’intervento non può porsi troppi ambizioni. Si tratta di realizzare l’intervento possibile quando, secondo Miller, la psicoanalisi, in senso stretto, è impossibile. Dice Miller che a volte occorre depotenziare le identificazioni ideali da cui il soggetto è assillato. Quando l’io è debole si tenta di estrarre dai detti del soggetto qualcosa che permetta di consolidare un’organizzazione vivibile. Se il senso è bloccato, si tenta di fluidificarlo, di introdurlo in una dialettica. Se il senso slitta senza fermarsi su nessun significato sostanziale, si tenta di stabilire dei punti di capitone che daranno al soggetto un’armatura del sostegno. Lo dice in Controindicazioni al trattamento psicoanalitico, nel numero 5 di Mental.
L’esperienza che abbiamo nella Clinica del Campo freudiano, nei CPCT, ci dimostra che gli effetti terapeutici sono importanti. Nelle psicosi senza esordio utilizziamo il transfert come mezzo per sostenere il soggetto. Quando la psicosi ha un’insorgenza cerchiamo di stabilizzare come è possibile.
Nei casi di nevrosi cerchiamo di promuovere l’effetto di divisione soggettiva, che permette un cambio di discorso e il transfert analitico, perché se il transfert c’è  sempre, non possiamo dire la stessa cosa dell’inconscio – mi riferisco al fatto che c’è un transfert non analitico. In questo modo spostiamo il sintomo dal puro ambito medico, evitando la deresponsabilizzazione del paziente e rendendo possibile la soggettivazione del corpo, sentito alieno, come qualcosa che appartiene al soggetto, che lo concerne.
Come si articola la formula dell’algoritmo del transfert nei nostri dispositivi? In tutti i casi il significante del transfert, il sintomo, la malattia, non si articola come una promessa di salute mentale, si articola con la psicoanalisi. La psicoanalisi si offre come complemento del sintomo, ed è la psicoanalisi a venire al posto del significante qualunque, dell’algoritmo del transfert, una volta spostato da questo luogo il significante della salute mentale. Ciò significa che se nella psicoanalisi ortodossa al posto del significante qualunque viene il tratto che l’analizzante attribuisce all’analista – che è la cosa più particolare di se stesso proiettata nell’analista, è la particolarità che cade alla fine dell’analisi, è la propria relazione con la differenza assoluta – nel caso della salute mentale il significante qualunque è sostituito del significante salute mentale, che non è un significante particolare ma universale, è la salute per tutti. È qui che lo psicoanalista nell’istituzione deve aggiungere: non senza la pazzia di ciascuno. Può così rendere incompleto l’universale con la pazzia particolare, intesa non solo come disfunzionamento, ma come risposta, come invenzione con la quale il soggetto tenterà di fare qualcosa di più che non semplicemente subirla, e imparerà a fare qualcosa di diverso che non soffrire. Nelle nostre istituzioni il significante qualunque è sostituito dalla psicoanalisi in quanto tale ma la psicoanalisi in quanto tale è un’esperienza del particolare, cosa che introduce una differenza fondamentale rispetto alla salute mentale. 
Ci sono dunque tre modi possibili di pensare il transfert analitico, secondo la posizione che l’analista occupa nel proprio studio, nell’istituzione di salute mentale o nei consultori psicoanalitici.
La psicoanalisi come complemento del sintomo permette al paziente di fare l’esperienza dell’inconscio e di scoprire la logica delle proprie decisioni e della propria posizione nella vita. È un modo di disturbare la ripetizione e rendere possibile un’apertura al desiderio. Sappiamo, l’ha sottolineato Miller, che quel che è terapeutico nell’operazione analitica è il desiderio. In un certo senso il desiderio è la salute, ed è il rimedio più sicuro contro l’angoscia. Il senso di colpa si deve in fondo a una rinuncia al desiderio.
L’esperienza delle nostre istituzioni – che rappresentano un’alternativa civile, un’invenzione per dare allo psicoanalista la possibilità di proiettarsi al di là del proprio studio privato – si deve sviluppare in quest’orientamento. Si tratta di essere psicoanalisti sempre, perché lo psicoanalista si definisce attraverso il proprio atto, però è uno psicoanalista disponibile, capace di sostenere con i propri mezzi il diritto alla psicoanalisi. 
Troviamo che è possibile creare dispositivi umili, ma che consentono di creare un luogo nel pubblico per la psicoanalisi lacaniana. I nostri dispositivi assistenziali svolgono inoltre una funzione di insegnamento e di ricerca, e rendono possibile l’accesso controllato a degli psicoanalisti in formazione.
Mi fermo qui, per poter chiacchierare sui diversi temi aperti.
Isabella Ramaioli: Possiamo rivolgere delle domande o proporre considerazioni su tutto quello che Fernandez Blanco ci ha offerto questa mattina, a partire anche della permessa concettuale sul concetto di transfert in Lacan. , alla sua articolazione ho trovato veramente interessante per me, istruttiva, l’articolazione degli effetti che si producono del transfert nelle diverse istituzioni. L’esperienza di Blanco ci aiuta a vedere come un’istituzione sanitaria pubblica ha un certo ideale, con certi effetti differisca con un'altra istituzione. Come questo può variare pur restando all’interno di diverse istituzioni. A noi forse non è capitato di fermarsi su quest’articolazione. Mi è sembrato particolarmente prezioso quello che ci ha detto.
Marco Focchi: Intanto che riflettete, proporrei io una domanda a Manuel, a partire dallo spunto che ci ha suggerito sul problema del pagamento in istituzione di salute pubblica. Manuel ha segnalato come l’istituzione sia in difficoltà nello svolgimento, ma soprattutto nella conclusione del trattamento. Tu hai suggerito una possibilità che è quella di un’analisi che comincia nell’istituzione, ma che prosegue altrove. Vedi questa come la sola soluzione possibile? Tolto il fatto di spostare un’analisi che ha avuto il proprio inizio in istituzione, e che può concludersi fuori, vedi altre possibilità di concludere in senso analitico un’esperienza che inizia nell’istituzione?
Manuel Fernández Blanco: La mia esperienza mi fa pensare che sia possibile l’apertura alla dimensione soggettiva, che si possa accogliere la ripetizione in gioco. Questo toglie consistenza alla ripetizione stessa e permette un certo spostamento sintomatico e un sollievo. Mi sembra sia il percorso analitico possibile in una struttura di salute mentale. Per altro verso ci sono una serie di questioni senza le quali una conclusione d’analisi non è pensabile. Si tratta soprattutto, come dicevo prima, del pagamento e della desupposizione del sapere, che strutturalmente sono impossibili nell’istituzione perché la logica dell’istituzione li impedisce. Come riprendeva Isabella, il luogo stesso interpreta: ci sono limiti strutturali che dipendono dal luogo del discorso. Si possono fare degli spostamenti all’interno di questo luogo del discorso, ma non ci si può sottrarre completamente, perché una volta che si è  nella logica discorsiva istituzionale è impossibile esimersene completamente. Ci sono persone che di propria iniziativa possono chiedere di uscire da questa logica, e continuare un’analisi fuori, con lo stesso analista o con altri.
Donata Roma: La questione del pagamento che poni, si presenta anche nello studio, perché sempre di più vengono pazienti che non hanno soldi, o ci sono pazienti che magari hanno già iniziato una cura, vengono licenziati e non hanno  più soldi. Come psicoanalisti abbiamo il dovere di continuare la cura, anche riducendo gli onorari, dicendo che la nostra Scuola ce lo permette, per evitare un effetto di gratitudine da parte del paziente. Abbiamo anche il dovere di mettere un costo meno elevato, perché la nostra Scuola ce lo consente, anzi ci obbliga a farlo. Ognuno ha diritto a fare una cura psicoanalitica, argomento che si applica anche alla psicosi. Questo ho imparato finora, poi sono  aperta anche a imparare altro. 
Prendiamo ora la questione delle telefonate, che è cambiata, perché quando è iniziato il lavoro le telefonate non c’erano. Oggi quando tratti con alcuni tipi di struttura clinica, sostieni il soggetto, oltre che facendolo venire da te, anche con un susseguirsi di telefonate. Questo, per un certo tempo, aiuta molto il soggetto quando si trova è in grande difficoltà. E le telefonate non sono a pagamento, perché non c’è il corpo presente, però il soggetto viene con la voce. Ha bisogno di un supplemento di sostengo. Questa è una questione.
La seconda questione la pongo a nome di chi lavora al Cecli. Al Cecli la formula è di offrire dieci incontri gratuiti. Siamo però arrivati a un punto fondamentale:  dopo i dieci incontri non va bene proseguire il lavoro al Cecli solo se il soggetto chiede di continuare con un’analisi, se fa domanda di un’analisi finiti i dieci incontri. Ma può essere che vada benissimo prolungare se il soggetto dice che gli bastano uno o due incontri, e a quel punto anche quelli sono gratuiti. Vorrei tu dicessi qualcosa su questo come tuo contributo, perché quello che hai detto fino ad ora mi ha spiazzato, e va bene essere spiazzati, ma solo fino ad un certo punto.
Manuel Fernández Blanco: La Clinica del Campo Freudiano a La Coruña si paga, i pazienti pagano, ma l’incontro non ha un prezzo stabilito standardizzato. Generalmente viene anche gente che non potrebbe pagare uno studio privato perché adeguiamo il prezzo a quel il soggetto che può pagare.
Possono essere dieci euro, o tre euro. Gli psicoanalisti non sono pagati e il denaro è devoluto al mantenimento della clinica. In tal modo non c’è una dipendenza dallo stato. C’è un autofinanziamento, non c’è nulla da temere dall’ingerenza dell’Altro pubblico. 
Il sistema per cui l’incontro con lo psicoanalista non ha prezzo, che è la formula di Miller, permette anche di usare il denaro come interpretazione. Se una persona che ha denaro viene alla clinica, gli si può far pagare di più di quello che pagherebbe da uno psicoanalista nel suo studio privato. È un modo di interpretazione: se lei sa che questo è rivolto a gente che ha pochi mezzi, perché viene da noi? Forse così può pensarci
Il fatto che non sia gratuito permette che il trattamento non abbia una durata prestabilita. Questo permette un lavoro a lungo termine con alcuni pazienti, specialmente con pazienti psicotici, spesso casi di psicosi ordinaria, che trovano nella clinica un nodo fondamentale per la stabilizzazione. Non sono mai stato favorevole alla completa gratuità nelle nostre istituzioni, neppure al fatto che gli psicoanalisti non siano pagati. Vengono pagati in altri modi, in formazione, in altri modi.
L’unica possibilità di pensare la gratuità nelle nostre istituzioni, come il Cecli, è collegarle con un limite temporale, altrimenti sarebbe un errore grave. La gratuità indefinita sarebbe antianalitica. Quando partì, per iniziativa di Francisco-Hugo Freda, la prima iniziativa del CPCT, quest’argomento fu discusso, ed era apparso fondamentale collegare la gratuità alla durata temporale limitata. Per questo, nei nostri studi privati non possiamo accettare chi non paga per un lungo periodo. Dobbiamo vedere anche quella che è una parte inumana della psicoanalisi. Sono tempi difficili per dire qualcosa del genere, però Freud considerava la povertà come un sintomo, sintomo che non deve realizzarsi sotto transfert, perché altrimenti il godimento della povertà si stabilirebbe nel cuore dell’esperienza e la renderebbe interminabile. 
Non bisogna confondere il diritto alla psicoanalisi con il fatto che l’analista si faccia agente passivo dell’atto analitico, subordinandosi con questo alla realizzazione del godimento del paziente nel transfert . Il diritto alla psicoanalisi lo garantiamo in altri modi: con i nostri atti, nell’istituzione in cui siamo presenti, con la creazione delle nostre istituzioni e con la nostra disponibilità. Questo però è diverso dal fatto di ammettere, per un certo tempo, che un paziente, tra una seduta e l’altra, possa chiamarci per telefono.
Ricordo una paziente molto grave che tratto da dieci anni. Ha allucinazioni costanti, e per lei l’unico modo di uscire da casa, giacché le voci glielo vietano, è chiamarmi e dirmi: “Posso uscire?” Io dico: “Sì certo!”, e ciò facilita molto la vita di questa donna.  Malgrado sia un caso grave, a volte devo dire: “Mi dispiace, ma non posso”. Oppure, se ci sono tre chiamate nello stesso pomeriggio, dico: “Basta!”, perché non si può stare a sentire tutto. Bisogna trovare il modo di dire basta. Anche nella nevrosi c’è un momento in cui si dice basta, ma in modo accettabile, non in un modo qualunque.
Partecipante: Anche a me la questione del pagamento ha colpito molto. Se in istituzione è complicato perché è l’istituzione che decide il costo della seduta, altrettanto  complicato è nel privato, perché il costo lo decide l’analista, e quindi è l’analista chiamato, paziente per paziente, uno per uno, a rispondere. Ho agganciato la questione del pagamento al desiderio dell’analista. Forse la questione del pagamento dice del desiderio dell’analista. Riguardo la precisazione che lei faceva sul lato disumano nella psicoanalisi, il desiderio dell’analista deve essere un po’ disumano?
Isabella Ramaioli: Forse vale la pena approfondire la questione del diritto. Il diritto alla salute si pone come ideale universale, sul piano dell’universale, contrariamente alla dimensione della psicoanalisi, che riguarda il particolare.
Alberto Visini: È difficile limitare le domande. È stato veramente una giornata molto ricca. Scelgo due domande. Mi ha interessato l’idea, se non ho capito male, che è possibile fare un’analisi in un’istituzione pubblica, mentre hai parlato di psicoanalisi applicata alla terapia in riferimento all’istituzione psicoanalitica. Vorrei tu ci chiarissi questo punto. Mi ha colpito poi quel che hai detto relativamente alla possibilità di iniziare un’analisi in un’istituzione pubblica, ma non di terminarla. Per l’istituzione del campo freudiano psicoanalitico invece, hai parlato di psicoanalisi applicata alla terapia. Ti chiedo di chiarire un po’ questi diversi concetti. La seconda questione riguarda il pagamento delle sedute. Mi domando se nel mondo contemporaneo il pagamento sia solo questione di denaro, con tutto l’apporto simbolico che ci ricordavi, o se il pagamento possa anche avvenire in altra forma, per esempio come sottrazione di godimento. Mi sono trovato in alcune situazioni dove di fronte a una grave difficoltà economica ho chiesto comunque il pagamento della seduta, seduta per seduta, ma attraverso una forma che non fosse quella del denaro, per esempio in forma di qualche cosa che riguardasse il godimento di quel soggeto.
Per quanto riguarda la questione del pagamento della seduta quando il tempo del trattamento non è prestabilito, dicevi: gratuità uguale tempo predefinito. Noi al Cecli abbiamo un tempo limitato, dieci incontri, ma sottolineiamo che non è un tempo predefinito. È limitato ma non predefinito. Mi chiedevo se potevi magari introdurre qualcosa su questo tema a partire dalla conversazione di Barcellona,  coordinata da Miller, sulla questione del ciclo.
Manuel Fernández Blanco: Comincio dal desiderio inumano dello psicoanalista. Non comprendere troppo un paziente è una delle qualità maggiori che si possano avere, perché altrimenti ci rendiamo complici del suo inganno. Questo si può applicare a circostanze piuttosto drammatiche, come per esempio al soggetto che ha subito un trauma. La psicoanalisi ci insegna che ogni soggetto traumatizzato è traumatizzato perché ricondotto a un trauma iniziale. Il trauma clinico avviene sempre in un secondo momento, e non dipende della gravità del fatto. Qualcosa è grave perché traumatico, e non è per il fatto di essere grave che è traumatico. Quindi non c’è trauma, come diceva Freud, che non passi attraverso un’interiorizzazione. Se, quindi, del traumatizzato facciamo una vittima, gli impediamo di uscire dall’esperienza traumatica, perché gli impediamo di vedere perché questo evento traumatico è diventato traumatico per lui. È ovvio quel che dice il discorso comune: se qualcuno è stato nel luogo dell’attentato, come avrebbe potuto non essere traumatizzato? L’attentato è traumatico però soltanto se c’è un’iscrizione preliminare con cui si associa, altrimenti è un momento di commozione, niente di più. Bisogna rendere il soggetto traumatizzato responsabile del proprio trauma, perché è l’unica possibilità di liberarsi del trauma. Questo è il versante inumano della psicoanalisi, che si basa sul fatto, come diceva Lacan, che della nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili. Così come della nostra posizione nella vita, siamo responsabili di guadagnarci la vita oppure no, ed è per questo che la povertà può essere concepita come un sintomo. 
Se facciamo del povero una vittima della società, della crisi, ecc. allora dobbiamo analizzare la società, non il soggetto. Una psicoanalisi può essere fatta soltanto da un soggetto responsabile, e si può rivolgere solo a un soggetto responsabile.
I colloqui preliminari implicano per questo, tra altre cose, la messa in forma del sintomo: “Ciò di cui gode, e di cui si lamenta, è qualcosa in cui lei è coinvolto”.
Questo è il principio dell’inumanità della psicoanalisi, ma questa inumanità è il miglior servizio che si può rendere al soggetto, perché la comprensione lo condanna alla ripetizione del godimento. E metto questo aspetto in rapporto con la questione del diritto. Miller cita questo tema nel suo lavoro sulle controindicazioni al trattamento psicoanalitico. Il diritto alla psicoanalisi non va pensato nel senso dei diritti dell’uomo, dei diritti universale, ma piuttosto nel senso di rendere possibile che qualcuno incontri uno psicoanalista. È l’idea dello psicoanalista cittadino, dello psicoanalista disponibile. Il fatto di essere accessibile all’incontro non si inscrive però nella logica del diritto, perché sappiamo per altro che i diritti sono obbligatori, e la psicoanalisi non deve ne può esserlo. Se d’altra parte stabilissimo la psicoanalisi come un diritto, e qualcuno ne fosse privato, acquisirebbe lo statuto di vittima, vittima della privazione del diritto, e non è questa la posizione giusta.
Non avevo precisato, è vero – e ringrazio Alberto per la sua domanda – che neanche nei nostri Centri la psicoanalisi può finire. Non può finire per ragioni che non sono esattamente le stesse che nei dispositivi di salute mentale. Nel caso in particolare dei CPCT è perché sono pensati in modo tale di escludere la questione: si tratta dell’intervento di uno psicoanalista che utilizza tutto il potere clinico e teorico della psicoanalisi per permettere di sbloccare la situazione di un soggetto che, se dovesse analizzarsi, dovrebbe andare da qualche altra parte. Nel quadro del CPCT la possibilità non è contemplata. Non lo è perché sappiamo che  il dispositivo stesso di questi Centri, tra l’altro, non stabilisce il luogo della particolarità, e mi sembra che senza sarebbe impossibile condurre un’analisi fino al termine.
Un’ultima questione: mi sembra opportuna la precisazione che il tempo è limitato ma non predefinito, altrimenti faremmo come i terapeuti sistemici. ci sono dieci sedute prestabilite, e o uno guarisce o se ne va, è il loro sistema. 
Un’ultima cosa: pagare in modo diverso che non con denaro. È una questione che attraversa la storia della psicoanalisi, soprattutto la psicoanalisi con bambini,  perché loro non maneggiano denaro. A volte quindi è stata tentata una forma di pagamento simbolico, per esempio un disegno, o una cosa che il bambino porta. Ma il disegno qui non produce un effetto di perdita, risulta piuttosto come un effetto di complemento all’Altro, ha un valore fallico, è una rappresentazione narcisistica del soggetto. Non c’è pagamento simbolico, pagamento e simbolico si escludono, il pagamento deve essere reale e il denaro è reale. Per questo Freud lo pone come identico alla sessualità. Perdere denaro è perdere godimento. Invece portare un disegno può essere un godimento. C’è una dimensione del denaro come sottrazione di godimento che lo rende reale, e per questo è ineliminabile nella pratica psicoanalitica. Il problema che si pone è se un multimiliardario possa essere analizzabile.
Marco Focchi: È un problema in effetti che ci poniamo anche noi in Italia...
Intervento di Manuel Fernandez Blanco del 19 febbraio 2011


Trascrizione e traduzione di Florencia Medici
Revisione di Marco Focchi