Istituto abilitato ai sensi dell'art. 3 della legge 18. 02. 89 n°56 (D.M. 31. 12. 93). Adeguamento ai sensi del D.L. del 25. 05. 2001. Blog gestito da Alberto Tuccio
mercoledì 19 aprile 2017
giovedì 9 marzo 2017
Seminario del 28 gennaio 2017 Docente invitato: Marta Serra
Dalla relazione fra la rappresentazione e l’affetto in Freud alla relazione
fra il simbolico e il reale in Lacan.
L’articolazione tra il registro simbolico e quello reale, o come dice Lacan
nelle prime pagine del seminario, “la relazione dell’affetto con il
significante” (Jacques Lacan, Il seminario. Libro X. L’angoscia
1962-1963, Einaudi, 2007, p. 17) può essere considerata la tematica
centrale sottesa a tutte le elaborazioni che si sono prodotte nella
psicoanalisi, dai primi scritti freudiani fino all'insegnamento ultimo di
Lacan.
Si inizia con il Freud degli Studi sull’isteria, che annunciano la
prima topica. È il momento in cui Freud affronta le formazioni dell'inconscio -
sogni, lapsus, atti falliti e sintomi - in un modo totalmente innovativo: dove
non sembrava esserci alcun senso, dove il soggetto dice: “non so perché mi
succede, non è logico, non lo capisco”, lui dice che c'è un senso. Accade che il significante che lo direbbe è rimosso, è fuori dalla coscienza.
Dove sembrava non esserci soddisfazione - quando il soggetto dice: “mi
fa soffrire, lo vivo male, è sgradevole” - Freud dice che c'è una
soddisfazione, ma è una soddisfazione che non si può riconoscere perché
l’affetto che include è spostato, non corrisponde.
Ne è l’esempio la ragazza che si sveglia angosciata per un sogno nel quale
si vede durante il funerale del suo secondo nipote, cosa che le risulta
tremendamente dolorosa dato che non è passato molto tempo dal funerale del
primo nipote qualche tempo prima. Lei presenta il suo sogno a Freud come
obiezione a quello che lui afferma rispetto al sogno: che è una realizzazione
di un desiderio. La ragazza dice di non trovare nessun senso a quel sogno, e
ancora molto meno una soddisfazione. Così, Freud le propone di associare, di
parlare delle prime cose che le vengono in mente, finendo per fare emergere
quello che Freud cercava: il funerale del primo nipote fu l’ultima volta in cui
lei vide il suo amato, e… un nuovo funerale sarebbe l'occasione ideale e unica
per un nuovo incontro. Il senso e la soddisfazione che erano in gioco non
avevano nulla a che fare con il funerale ma con l’amato, che era il
significante rimosso: recuperato
questo significante si chiarisce la soddisfazione in gioco.
Questa doppia incidenza dell’operazione freudiana - semantica ed economica,
o detto in altro modo, di linguaggio e di pulsione - si è mantenuta sempre
presente durante tutte le sue elaborazioni.
La teoria freudiana si è modificata, si è arricchita e si è corretta,
mantenendo però un punto immodificabile, basato su una doppia affermazione che
fu l’asse centrale di tutte le successive trasformazioni: c’è una verità
occulta e c’è una causa sessuale.
Anche rimanendo nella terminologia freudiana, questa doppia affermazione
può essere espressa in modi differenti: c’è senso e c’è soddisfazione, o anche,
c’è linguaggio e c’è pulsione. Soltanto molto più tardi, con Lacan, parleremo
di verità e di godimento o di simbolico e reale.
Quale fu la lezione iniziale di Freud?
Agli inizi della psicoanalisi, la clinica pose a Freud due questioni
diverse: da un lato quello che con Lacan chiamiamo “le formazioni
dell’inconscio” e dall’altro lato un affetto, l’angoscia. Si aprirono così
due percorsi di lavoro che portarono a sviluppi molto diversi.
Freud affrontò il percorso delle formazione dell’inconscio mediante le
psiconevrosi, cioè l’isteria, l’ossessione e la fobia. Per queste categorie,
Freud ritenne che il meccanismo fondamentale alla base delle stesse fosse la
rimozione (e il suo fallimento). Si rimuove un significante e l’affetto a cui esso era
vincolato, oppure si sposta su un altro significante, producendo ad esempio
idee ossessive, o si fissa nel corpo, come un sintomo di conversione o, ancora,
rimane libero trasformandosi allora in angoscia.
Tuttavia Freud affrontò il percorso dell’angoscia già nel 1894
attraverso una clinica diversa, che non aveva niente a che fare con la
rimozione: all’interno di quelle che chiamava “le nevrosi attuali”, creò
una sezione propria denominata nevrosi d’angoscia.
Per Freud, la nevrosi d’angoscia era dovuta alla trasformazione diretta
dell’energia pulsionale in angoscia. L’angoscia, diceva Freud, sorge proprio
quando non é stata possibile la “trasformazione psichica della pulsione”,
ovvero quando la pulsione, in mancanza di un processo di elaborazione
significante, si trasforma direttamente in quell’affetto doloroso e sgradevole
che è l’angoscia. Freud riscontrava questa situazione nei casi di donne che
usavano la pratica sessuale del “coitus reservatus”, o il “coitus interruptus”,
in cui emergeva l’angoscia della gravidanza, abbandonando però subito questa
costruzione, quando si è reso evidente che l’angoscia sorgeva anche in soggetti
che non temevano né rifiutavano la gravidanza.
Di queste due vie di approccio al disagio soggettivo - le psiconevrosi e la
nevrosi d’angoscia - Freud decise di sviluppare le prime, abbandonando la
seconda senza troppe spiegazioni.
Relativamente a questa nevrosi d’angoscia freudiana é importante
sottolineare che presentava l’angoscia come un affetto estremamente singolare
nel suo rapporto con il significante: qualcosa che si presenta proprio quando
manca il significante, quando il significante non funziona o non è
raggiungibile.
Tuttavia, il grande cambiamento che Freud fornì nel 1926 con il testo Inibizione,
sintomo e angoscia, fu quello di definire come l’angoscia, che qualsiasi
soggetto può incontrare in determinate congiunture della sua vita, non sia che
un ritorno di una prima esperienza d’angoscia infantile. È per evitare questo
segnale di pericolo che l’angoscia è, che il bambino introduce la
rimozione. Freud individuò così
l’angoscia come motore della repressione.
Perché, allora, Freud abbandonò lo studio delle nevrosi d’angoscia? A mio
avviso, la sua scommessa teorica e la sua grande scoperta fu l’inconscio, l'inconscio
come insieme di rappresentazioni - significanti, diremmo con Lacan - eliminate
dalla coscienza, confinate fuori dal pensiero cosciente perché superano il
soggetto, lo sopraffanno. Rappresentazioni dalle quali il soggetto si difende
rifiutandole, ma che al tempo stesso non perdono la loro capacità di influire
sulla sua vita perché grazie alla propria abilità di condensarsi e spostarsi -
come ad esempio nel sogno della giovane innamorata - sono capaci di produrre le
formazioni dell’inconscio. Freud aveva scoperto, senza saperlo, le leggi della
strutturazione del linguaggio e il loro effetto negli esseri parlanti.
Comparato a tutta questa creatività delle psiconevrosi, l'affetto
dell’angoscia, che localizzava nelle “nevrosi d’angoscia”, era alieno ai
processi di condensazione e di spostamento in quanto li considerava come
meccanismi di produzione delle formazioni dell’incosciente; di conseguenza non
gli era di nessun aiuto per lo sviluppo delle sue teorizzazioni sull'inconscio
e per il metodo psicoanalitico che stava costruendo.
Così Freud fece crescere la psicoanalisi attraverso il percorso delle
nevrosi, si focalizzò sul processo simbolico della rimozione e il ritorno di
quel rimosso, con in mente un obiettivo: localizzare l’inconscio, produrre il significante
non raggiungibile dal soggetto attraverso l’interpretazione, favorendo
l’insorgenza di un effetto di verità che consegnava il senso del sintomo, del
sogno, e liberava così la soddisfazione che lo riguardava. In questo modo
il sintomo, in teoria, non aveva già nessuna ragione per continuare a esistere.
Dovrebbe diluirsi fino a sparire.
Freud mantenne questa concezione del sintomo e alla fine trovò un problema:
la soddisfazione che comporta il sintomo non si lascia ridurre - Lacan lo
formulerà come: “È godimento quello che la verità trova nel resistere al
sapere”. Decifrare i significanti intrappolati nel sintomo non elimina la
soddisfazione che è in gioco. Il sintomo resiste.
In qualche modo, Freud arrivò a quello che nell'ultimo insegnamento di
Lacan potrebbe sintetizzarsi come: il piacere non si lascia ridurre al
significante, il reale è irriducibile al simbolico.
Come inizia in Lacan lo studio della coppia simbolico/reale?
Nei primi tempi dell’insegnamento di Lacan, il registro simbolico regna
sugli altri registri, il linguaggio è onnipotente, il reale si confonde con
l’immaginario e il simbolico lo cattura e lo riduce, introducendolo nelle vie
del significante.
La metafora paterna - il significante più importante dell’insegnamento
strutturale di Lacan che si può considerare un mix tra il complesso di Edipo e
il complesso di castrazione - e, in questa, il Nome del Padre, è risposabile di
modulare, regolare e limitare il godimento del soggetto, introducendolo nella
significazione fallica: il fallo è l’operatore fondamentale, è la soluzione.
Nel seminario VII, L’etica della psicoanalisi, il registro del reale
comincia a prendere forma, Lacan fa emergere, partendo dai testi di Freud, il
concetto di godimento. Però sarà solo nel Seminario X, L’angoscia, che
comincerà a produrre la riduzione del simbolico in relazione al reale, del
significante in relazione al godimento e introdurrà anche il valore reale - non
già immaginario - dell'oggetto a del fantasma. Il concetto di reale
inizierà a prendere forza.
È forse per questo motivo che, nella prima pagina del seminario X, Lacan
dice che sceglie l’angoscia perché “l’angoscia è precisamente il punto
d’incontro dove vi attende tutto quello che è stato il mio discorso precedente.
Vedrete come ora potranno articolarsi tra loro un certo numero di termini che
forse, sino a oggi, non vi sono sembrati sufficientemente collegati”. (p.
5): cosa vuole dire questo? Che il reale era già presente nelle sue
elaborazioni, com’era presente il fantasma, e l’oggetto a… ma da questo
momento penserà a una nuova forma di articolazione fra di loro.
D’altronde dobbiamo tenere conto che il seminario stesso è una progressione
del suo pensiero e delle sue elaborazioni. Ci sono delle intuizioni che si
trovano nelle prime pagine che non sono riprese fino a molto più tardi, per
esempio quando nella prima pagina dice che “la struttura dell’angoscia non è
lontana dalla struttura del fantasma, per la ragione che è certamente la stessa”.
(p. 5)
Cosa si può dire a questo riguardo?
Si può dire che l’angoscia, quale fenomeno soggettivo che può apparire
inaspettatamente nella vita di qualsiasi soggetto, si presenta sempre
destabilizzando quello che già costituiva la “soluzione” ideata dal soggetto di
fronte al reale della vita.
L’angoscia è sempre un certo straripamento del soggetto, uno straripare
dell’organizzazione cosciente e incosciente utilizzata per regolare la vita
quotidiana e le eventualità eccezionali che si presentavano nelle relazioni non
solo con gli altri, ma anche nella relazione con se stesso, cioè, con i suoi
pensieri e con il suo corpo.
L’angoscia è segnale di questo straripamento, segnala che il fantasma ha
fallito nella sua funzione di mantenere il reale a distanza. In questo senso,
angoscia e fantasma si assomigliano: ambedue evidenziano un reale – pericoloso
- in gioco.
Lacan non ha dubbi nell’affermare il carattere irriducibile di quel reale
che si presenta nell'esperienza dell’angoscia (p.174); non a caso utilizza il
termine “irriducibile”, il quale può essere inteso sia come “impossibile da
simbolizzare” sia - se lo immaginiamo nell’articolazione del simbolico con
l’immaginario - come “impossibile dargli senso”. Il reale è quello che è fuori
senso.
Si può cogliere una delusione di Lacan nell’incapacità del simbolico di
metabolizzare il reale?
Non credo che questa sia la formulazione corretta per porre la domanda. La
questione è che Lacan non ritornava sui propri passi quando qualcosa
contraddiceva quello che lui stesso aveva sviluppato per anni. Di fronte a
quella difficoltà, a quell’altra contrarietà, Lacan non dubitava nel proseguire
il suo insegnamento orientandosi, non già in un “Ritorno a Freud” ma in un
“Lacan contro Lacan”.
Forse per questo, nel Seminario X, afferma che non farà riferimento al
testo di Freud perché “non c’è tema in cui la rete del discorso freudiano
sia più prossima a darci una falsa sicurezza”. (p. 12)
In un certo modo, se i sogni erano per Freud la strada principale per
accedere all’inconscio, a quel rimosso in quanto simbolico; l’angoscia potrebbe
avere una funzione simile rispetto al reale.
Quello che l’angoscia mette in gioco nella sua apparizione fenomenologica è
qualcosa che riferisce a qualcosa di primario nel vivente - la sostanza
godente, la chiamerà poi Lacan - nel suo incontro con il linguaggio.
Per inciso, rispetto alla definita sostanza godente, Lacan, a pagina
96 domanda in maniera molto diretta ed esplicita: “Come entra il
significante nel reale per far nascere il soggetto? Cosa permette al
significante di “incarnarsi”?” Non elude di
rispondere a questa domanda, anzi lo fa in modo contundente: “(...)Lo
permette, d’inizio, quello che abbiamo qui per presentificarci gli uni agli
altri, il nostro corpo”.
Vediamo, allora, il corpo in una funzione che va molto al di là della pura
immagine dell’identificazione speculare. Occupa già il posto di punto
d’incontro fra il reale e il significante, in quello che mi appare come
un’anticipazione del posto centrale del corpo nell’ultimo insegnamento di
Lacan.
Molto spesso è attribuito a Lacan di avere riscattato il corpo nel suo
ultimo insegnamento, per metterlo allo stesso livello degli altri due registri,
come se precedentemente, nel periodo mediano del suo insegnamento, lo avesse messo da
parte, dimenticandolo. Forse - visto quello che diceva nel Seminario X -
sarebbe più corretto dire che lo ritroviamo nel suo ultimo insegnamento perché
abbiamo imparato a leggerlo bene.
Primo capitolo: l’angoscia nella rete dei significanti
Nel primo capitolo Lacan mostra molti significanti e crea una rete di significanti
(p. 6):
1. Da una parte prende degli interrogativi che erano emersi nel grafo del
desiderio: Che vuoi? Mi ami? Questi interrogativi indicano: “La
relazione essenziale dell’angoscia con il desiderio dell’Altro”.
2. Dall’altra parte prende i significanti dei filosofi, alcuni li nomina
soltanto: Kierkegaard, Marcel… di altri, sceglie un significante, per esempio
di Sartre: la serietà; di Heidegger: la preoccupazione… per poi
inserirsi lui stesso in questa serie, ed è interessante perché identifica se
stesso con un significante, ovvero l’attesa. Di tutti questi
significanti dice che non ci danno niente per abbordare l’angoscia.
3. Infine aggiunge tre significanti, quelli che orienterebbero verso
l’ultimo Freud e quanto disse a proposito dell’angoscia nel suo testo Inibizione,
sintomo e angoscia, ovvero che “a proposito dell’angoscia non c’è rete”
(p. 12): in rapporto a l’angoscia, la rete dei significanti fallisce, non
funziona.
Questi significanti sono però utili a Lacan per produrre una matrice organizzata
in funzione di due assi: la difficoltà e il movimento. Questo schema gli
permetterà di sviluppare i due modi che il soggetto ha di rispondere
all’angoscia: “uscire” (di scena, ndr.) oppure fare una rappresentazione,
ovvero il passaggio all’atto e l’acting out. In questo primo momento comunque
prende l’asse della difficoltà e aggiunge due significanti, impedimento
e imbarazzo, mentre prendendo l’asse del movimento aggiunge emozione
e (emoi) turbamento.
Nella dimensione del movimento prende l’emozione, di cui dice che è
estremamente opportuna perché, etimologicamente, si riferisce a movimento. C’è
emozione solo dove c’è shock, scuotimento. Lacan dice che è “il movimento
che si disaggrega”, nel senso di un movimento o una reazione smisurata
rispetto a quello che succede, una reazione smisurata che fa sì che l’essere
nella sua totalità ne sia affetto.
Alcuni, come Goldstein, hanno detto che l’angoscia era questo, una reazione
catastrofica, però questa reazione catastrofica l’hanno anche messa in relazione
con la crisi isterica, o con la collera, pertanto, non è sufficiente per
distinguere l’angoscia, ci dev'essere qualcosa di più.
Innanzitutto, con questo, Lacan separa già l’angoscia dall’aspetto
puramente organico - dall’organismo mosso in modo organizzato o disorganizzato
- per iscriverlo, anche se non lo dice, del lato del soggetto.
Propone, per ultimo, emoi (turbamento) nell’estremo dell’asse
dell’alterazione del movimento, dicendo che con questo termine, “l’etimologia
lo favorisce di maniera favolosa” (p. 20), cosa che non succede con il
termine che si è trovato per la traduzione italiana, turbamento. Forse si
potrebbe proporre, invece di “turbamento”, il termine “commozione” che contiene
l’ambiguità di una perturbazione violenta, ma anche nel senso di perdita di
potenza, per esempio quando si parla di commozione cerebrale.
Lacan non finisce di riempire tutte le celle, ne lascia alcune vuote, però
è a questo punto, dopo aver chiarito il terreno della triade freudiana, che
potrà parlare dell’angoscia.
“L’angoscia – si chiede - cos’è? Abbiamo scartato che si
tratti di un’emozione. (...) Dirò che è un affetto” (p. 17)
Cosa dice degli affetti?
In primo luogo, Lacan cerca di distinguere l’affetto dell’emozione:
l’emozione è dell’ordine del comportamento, del movimento, mentre l’affetto,
tra cui l’angoscia, è sempre dell’ordine di un segnale.
Allo stesso tempo, fa un altro passo complementare, avvicinando l’affetto
alla passione. La tesi, “l’affetto è passione” è in questo seminario
toccata velocemente, qualche paragrafo più avanti - in relazione a Aristotele e
la retorica - però sarà sviluppata più esplicitamente nel testo Televisione.
Per fare un esempio degli affetti passionali non prende l’angoscia ma
ricorre alla collera (p. 17), che non è precisamente un esempio nuovo in Lacan,
lo aveva già usato nel Seminario VII, L’etica. Lì rammentò il tema della
collera dicendo che gli affetti “non si devono confondere con la sostanza
che cerchiamo al di là dell’articolazione significante” (p. 127), il campo
di quello che c’è “dietro al soggetto” (p. 128) perché gli affetti, “sebbene
non siano significanti, si possono sempre ridurre a una segnale” (p. 127).
Come sarebbe questo segnale? Lacan lo spiega in modo dettagliato
nell'esempio della collera: “una reazione del soggetto a una delusione, al
fallimento di una correlazione sperata fra un ordine simbolico e la risposta
del reale”, quando “i cavicchi non entrano nei buchi”. Ossia, il
soggetto spera che le cose siano in un certo modo, che quello che lui sta
vivendo si sviluppi seguendo certe previsioni che si era fatto, che si sviluppi
come aveva previsto e, improvvisamente, si presenta qualcosa d’inaspettato: il
segnale che il reale non si adatta all’ordine simbolico come si vorrebbe. In
spagnolo c’è una espressione molto chiara per questo: “ha perdido los
papeles”, “ha perso le staffe”.
Nel Seminario X, come già nel Seminario VII, Lacan ricorda
che è stato accusato di non interessarsi sufficientemente agli affetti, lui
ricusa quest’affermazione dicendo che ha provato a dire cosa non è l’affetto.
Per esempio in questo paragrafo: “non è l’essere dato nella sua
immediatezza, e neppure il soggetto in una forma bruta. Non è, in nessun
caso, protopatico (...)”. Per finire dicendo: “(...) l’affetto ha una
rapporto stretto, di struttura, con quello che è un soggetto”. (p. 17)
Questa è la linea essenziale di Lacan: l’affetto non è un indice che ci
rivelerebbe qualcosa di un essere occulto, un essere che - essendo anteriore a
qualsiasi processo significante - sarebbe stato trasformato o velato a causa
del significante, a causa del linguaggio.
Lacan rifiuta l’idea del soggetto protopatico - un soggetto elementale, che
ha reazioni indiscriminate, in modo automatico, come la sensibilità della
reazione tattile al calore, al dolore o alla pressione - più o meno confuso con
la pulsione o anche con l’istinto. Per lui l’affetto e il soggetto hanno una
relazione che non è associativa, non si vincolano posteriormente
all’apparizione di quest’ultimo ma è una relazione strutturale. Ci può essere
affetto, come segnale, solo per un soggetto che è frutto del linguaggio.
Inizialmente Lacan aveva messo l’angoscia in stretta relazione con il
fantasma, mentre adesso mette l’affetto in stretta relazione con il soggetto.
Questa relazione strutturale tra affetto e il soggetto è qualcosa che
Lacan formula adesso che la categoria del reale e quella del piacere stanno già
prendendo forza, o era già un’intuizione anteriore? Lacan lo sosteneva già in
piena epoca di primato del simbolico.
Per esempio, nel Seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione,
diceva: “Il cosiddetto affetto non è qualcosa di assolutamente opaco e
chiuso che costituirebbe un al di là del discorso, una specie di nucleo vissuto
di cui non si saprebbe da quale cielo ci è piovuto addosso. L’affetto è molto
precisamente e sempre, qualcosa che si connota in una certa posizione del
soggetto rispetto dall’essere. Intendo dire in relazione all’essere in quanto
ciò che gli si propone nella sua dimensione fondamentale è simbolico. Ma capita
anche che, al contrario, esso costituisca all’interno di quel simbolico
un’irruzione del reale, in tal caso piuttosto sconvolgente. (...) La collera
non è altro che questo: il reale che arriva in un momento in cui abbiamo
compiuto una bellissima trama simbolica dove tutto va a gonfie vele, l’ordine,
la legge, il nostro merito e la nostra buona volontà. All’improvviso ci si
accorge che i cavicchi non entrano nei buchi. Ecco l’origine dell’affetto della
collera”. (pp. 159-160).
Cosa vuol dire “origine dell’affetto della collera”? Si tratta
dell’origine, nel senso della causa che diviene opportunità concreta per un
soggetto di provare collera o si tratta dell’origine della possibilità medesima
di sperimentare quell’affetto?
Nel corso dell’insegnamento di Lacan si farà via via più chiaro che gli
affetti, in tutta la loro diversità - ne troviamo 53 nel suo insegnamento -
sono un prodotto, un risultato, un effetto. Non sono un elemento già lì
dall’inizio, a disposizione dell’essere umano, e non è così neppure per gli altri
viventi.
C’è la possibilità di sperimentare affetti soltanto per chi è affetto da
linguaggio, cioè, i parlêtres, gli esseri parlanti.
Ci sono occasioni in cui gli esseri parlanti vogliano avvicinarsi ai
viventi in generale, seguendo una fantasia di “umanizzazione” della natura, e
si raccontano delle favole su come la natura stessa sia affetta dalle parole;
alcune persone pensano che le piante crescano di più se parlano loro… e
addirittura in un film francese un gruppo di amici cercava di verificare l’effetto
delle parole su due vasetti di riso: parlano a un vasetto con amore, con
termini dolci, e all’altro vasetto lo insultano, lo maltrattano verbalmente…
non essendo il tema centrale del film non si arrivava a nessuna conclusione
fortunatamente!
Procedendo nell’insegnamento di Lacan, la sua posizione rispetto alla
relazione fra affetto e significante si fa sempre più chiara ed esplicita. Nel Seminario
XVIII, Il rovescio della psicoanalisi, lo esprime in questo modo:
“(...) affetto ce n’è soltanto uno, cioè, il prodotto della cattura
dell’essere che parla in un discorso” (p. 162).
Nel seminario XX, aggiunge: “il linguaggio senza dubbio è fatto
della lalingua. È una elucubrazione di sapere sulla lalingua. (...) Siamo
affetti dalla lalingua prima a causa di tutti gli effetti che racchiude e che
sono affetti”. (pp. 167-168).
Tornando al Seminario X, a pagina 17, si coglie un’altra caratteristica
dell’affetto che Lacan ci propone: “l’affetto -dice- non è rimosso.
(...) È stato tolto dalla stiva e va alla deriva. Lo si ritrova spostato,
folle, invertito, metabolizzato, però non è rimosso. A essere rimossi sono i
significanti che lo ancorano”. In
questo passaggio Lacan dice di appoggiarsi a Freud, il quale sempre sostenne
che nell’inconscio non c’è niente dell’ordine di un’energia animale, di un
qualcosa sconosciuto o strano, di una profondità che conterrebbe alcuna
sostanza. Freud concepì l’inconscio - dall’inizio e non cambiò mai questa idea
- come una serie d’iscrizioni, tracce mnestiche, rappresentazioni, quello che
Lacan tradusse come significanti e che lo portò, temporaneamente, a formulare:
“l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. È per questo che la
psicoanalisi non ha niente a che vedere con una psicologia del profondo.
La tesi che l’affetto è spostato dal suo luogo non è una tesi tardiva del
psicoanalisi, è qualcosa che Freud aveva situato da tempo e sviluppato
ampiamente in Progetto di una psicologia per neurologi, dove spiegava
come la rappresentazione traumatica cada sotto l’effetto della rimozione,
mentre la quantità di eccitazione, l’affetto legato a detta rappresentazione,
non segua lo stesso percorso. Non è rimossa ma rimane spostata, vincolandosi a
un'altra rappresentazione diversa da quella traumatica.
In questo senso, se gli affetti si separano del significante che li produce
- quando il significante è rimosso - e si legano a significanti diversi da
quelli che li corrispondevano originariamente, possiamo capire perché Lacan
affermi che gli affetti ingannano, che il senti-mento, mente, che quello
che sento, mente. Però attenzione! Non vuol dire che l’affetto in se stesso sia
bugiardo ma è la sua associazione con il significante quello che gli dà questa
caratteristica.
Qual è la particolarità dell’angoscia come senti-mento?
È a proposito di questo inganno che Lacan fa dell’angoscia un affetto in un
certo senso eccezionale: l’angoscia è l’affetto che non inganna. Non inganna
precisamente perché appare sciolto del significante e, piuttosto, nella
pratica, nella clinica, quello che facciamo è accompagnare l’analizzante, il
paziente, a poterla legare al discorso, così che provi a vestirla con le
parole. È il conosciuto effetto terapeutico del senso.
Alla fine della prima sessione del Seminario X Lacan ha già detto
che l’angoscia è un affetto, però non ha fatto una teoria generale sugli
affetti, e lo giustifica dicendo che sarebbe “sviluppare una psico-logia”
(p. 18), e sottolinea “non siamo degli psicologi, siamo degli psicoanalisti”.
Gli psicologi sono quelli che studiano la psiche, i processi propri della mente
umana, presi in opposizione ai processi che sono puramente organici, e
sviluppano un discorso su questo, insomma una continuazione dell’idea classica
dell’essere umano come corpo e anima.
Su questo punto Lacan si allontana da Freud, il quale aveva usato più volte
il termine “psiche”: intanto parlando di apparato psichico, ma il termine
stesso “psicoanalisi” etimologicamente significa la scomposizione di qualcosa
complesso in ognuna delle sue parti. È precisamente quello che ha fatto Freud
con le sue due topiche dell’apparato psichico: inconscio-preconscio-conscio;
io-Es-super-Io.
Un altro esempio è il termine metapsicologia, creato per nominare il
congiunto della concezione teorica e distinguerla della psicologia classica in
quanto per lui era centrare l’interesse nell’aldilà della coscienza,
nell’incosciente.
In realtà, potremmo dire che Freud riprendeva – seppur in un modo diverso -
un problema classico, quello della natura dell’uomo pensato come corpo e anima,
soma e psiche. Per esempio, Freud propose che la pulsione come concetto di
frontiera, tra lo psichico e il somatico. Inoltre nel 1938, in uno dei suoi
testi conclusivi, “Compendio di psicoanalisi”, Freud tornò sullo stesso
problema segnalando che non sappiamo cosa c’è lì in mezzo, non sappiamo cosa
articola psiche e corpo.
Che cosa ne pensa Lacan di questa “psiche”?
Lacan si burla un po’ - o molto - della psiche in diversi momenti del suo
insegnamento, dice di lei che è “una vecchia superstizione il cui testimone
abbiamo in tutte le epoche” o che “è un sogno che è stato ereditato
dalla filosofia” (1976). La critica anche apertamente: “Quella cosa che
esiste soltanto nel vocabolario dei psicologi - una psiche attaccata al corpo.
Perché diavolo, si deve dire, perché diavolo sarebbe doppio l’uomo? Che ci sia
un corpo già nasconde abbastanza misteri…” (1975).
Com’è riuscito Lacan a sbarazzarsi della psiche? Cosa gli permise di non
averne più bisogno per pensare ciò che è propriamente umano? Cosa mise come
operatore di quella peculiarità umana? Il registro simbolico.
Per Lacan l’apparato non è psichico ma del linguaggio. In un certo senso
Lacan cambia con questo il nome dell’umano: psiche sostituito da simbolo,
psichico da simbolico. Quello simbolico è il registro a partire del quale è possibile
cominciare a parlare dell’essere umano.
Una curiosità: nel secolo XIII, Federico II di Germania, intrigato dal
sapere quale lingua avrebbe usato un individuo crescendo in mezzo a persone che
non gli avessero mai parlato, fece un esperimento con un gruppo di bambini:
prescrisse alle nutrici di alimentarli e lavarli, però senza coccolarli o
parlargli in modo alcuno. Il lavoro fu vano… tutti i bambini morirono poco
tempo dopo.
I risultati di questo esperimento brutale mostrano come la vita umana si sostenga
nella relazione fra il corpo - con la sua forma e il suo flusso vitale - e il
linguaggio. Il linguaggio è l’attrezzatura che ci dà una vita soggettiva, da
essere parlante, da parlêtre.
In questo senso, l’ipotesi dei tre registri - Reale, Simbolico e
Immaginario - è un’ipotesi antimetapsicologica: sono i tre termini di Lacan che
oppone ai tre di Freud. Forse anche per questo Lacan fa un gioco omofonico tra
RSI e hérésie (eresia) e si presenta come un eretico.
Per cosa serve l’angoscia a Lacan?
Non si serve dell’angoscia per fare una teoria generale degli affetti,
quello che gli interessa è la nascita del soggetto, in quale reale può apparire
un soggetto, e di questo soggetto quello che vuole interrogare è giustamente il
suo desiderio, cioè la sua mancanza, perché può esserci desiderio, per
definizione, soltanto lì dove qualcosa manca. Si può desiderare solo quello che
ci manca.
Da questo punto di vista è logico che Lacan affermi di aver parlato sempre
dell’affetto. La psicoanalisi tale come lui la situa, come un discorso su una
praxi - una pratica, non una teoria -, un discorso sugli effetti del
parassitaggio del linguaggio sull’essere, sia nelle formazioni dell’incosciente
sia nel pensiero, dev’essere situato e dedotto anche nella specificità di questo
parassitaggio.
Potremmo dire che in certe occasioni il soggetto si fa rappresentare da un
affetto, lo porta come l’unica cosa, la più importante, che ha per dire di sé.
Tante volte, quell’affetto è l’angoscia.
Vorrei illustrarlo con una vignetta clinica.
Maria è una donna di approssimativamente cinquanta anni che vive
felicemente sposata col suo secondo marito. Viene da me perché improvvisamente
è presa dall’angoscia. Sa bene quando si è scatenato il suo disagio: da quando
suo marito ha svalutato la gravità della situazione che attraversava suo figlio
- figlio del primo matrimonio - che, per problemi nel parto di sua moglie ha
chiesto a Maria di aiutarlo badando all’altro nipote.
La reazione di Maria col marito è stata rabbiosa, di rifiuto, verbalmente molto
violenta, comportamenti inaspettati per lei. Per questo ha pensato di separarsi
e successivamente ha avvertito un forte “dolore di pancia”, come sempre
quando qualcosa la inquieta.
Maria non ha interesse nel raccontare la sua storia, lei vuole soltanto non
essere più angosciata. Dice apertamente che a lei non piace rimuovere le cose
del passato.
Della sua infanzia? Sa che suo padre si ammalò gravemente e morì pochi mesi
dopo che lei vide la luce. La madre, anche se segnata della tristezza di quella
perdita, seppe andare avanti: si risposò ed ebbero tutti una buona vita.
Con difficoltà riesce a raccontare del suo primo matrimonio, la separazione
e anche come si è lasciata “strappare” il figlio dall’ex-marito. Tutte
queste vicende non sa bene come le ha vissute affettivamente, ha soltanto il
suo dolore di pancia a segnare i momenti difficili.
Quel “mal di pancia” appariva regolarmente nel suo discorso. Ho
iniziato a sottolinearlo ogni volta che lei lo nominava, cosa che ci portava al
racconto di ancora un altro episodio, producendo una serie che caratterizzava
gli eventi importanti della sua vita. Era un significante chiave.
Dopo pochi mesi da quando ha iniziato le sedute, si aggiunge un lamento: da
quando viene a trovarmi si sente malissimo fisicamente. Lei, che non è mai
malata, ha dovuto rimanere a letto con febbre più volte per malesseri di
origini diversi. Tuttavia, non lo mette in relazione a questo inizio di messa
in parola ma piuttosto dice che l’angoscia la indebolisce. “Fino ad ora
– mi spiega ancora un'altra volta - avevo soltanto…” “mal di pancia!”,
finisco io la sua frase, con voce alta e decisa.
Maria rimane disturba, si arrabbia. Che il “suo” mal di pancia sia
detto da me la porta fuori dalla sua posizione di bella indifferenza e
amabilità. Ribatte: “Si, già da piccola avevo l’acetone, mal di pancia
nervoso, per gli esami… dovrei ritornare a prima di nascere, perché mia madre
già aveva “mal di pancia” per me”.
È in quel momento che sorge il racconto da sempre saputo però da cui aveva
estratto l’affetto, per lasciarlo giacere a lato del suo pensiero: sua madre,
incinta di lei, data la diagnosi mortale della malattia del padre, decise di
abortire. Prese per farlo delle erbe che, fortunatamente, produssero soltanto
un fortissimo dolore di pancia.
Adesso: maternità, abbandono, corpo, non chiedere aiuto, non voler sapere…
cominciano a sfilare nel suo discorso. Appaiono sogni, tristezze che non furono
mai tenute in conto, domande diverse e volontà di sapere di più.
Il dolore di pancia non diceva quello che conteneva, la divisione
introdotta nel transfert apre in un altro modo la possibilità di un percorso
analitico.
Lacan ci dà una definizione generale di affetto in questi capitoli?
No, Lacan elude la definizione di affetto.
In questo, segue i passi di Freud, che non diede una definizione
dell’affetto a livello descrittivo, una definizione con cui si potrebbe
riconoscere, identificare e così distinguere da qualsiasi altra cosa. Freud si
riferisce al termine affetto perché parte dall’idea comune che tutti sappiano
cos’è e, pertanto, siano capaci di riconoscerlo.
Rispetto all’angoscia, in Inibizione, sintomo e angoscia (1926),
dice che è “(...) in primo posto qualcosa di sentito. La chiamiamo stato
affettivo, sebbene non sappiamo che è un affetto”.
Non è che Freud pretenda di ubicare l’esperienza soggettiva come criterio
di verità, però in questo modo evita di dare una definizione generale
dell’affetto, una definizione descrittiva, perché per farlo dovrebbe
appoggiarsi alla nozione di fenomeno – cioè dell’aspetto che le cose offrono
davanti ai nostri sensi dall’infuori, il primo contatto che abbiamo con le
cose. Sarebbe complesso nella teoria psicoanalitica, perché i concetti
analitici non corrispondono a fenomeni osservabili, infatti quello che la psicoanalisi
pretende di dimostrare è che non c’è accesso diretto del soggetto al mondo -
sia esteriore che interiore - che non passi dal linguaggio, che non si produca
senza la mediazione dell’Altro, e che, pertanto, l’espressione degli affetti e
la descrizione di questi varia secondo le società e secondo i soggetti.
Lacan si domanda come potrebbe parlare dell’angoscia in generale quando con
questo termine includiamo “esperienze così diverse come l’angoscia
paranormale, o anche francamente patologica, l’angoscia de (...) i nevrotici e
anche l’angoscia (...) del perverso, anche quella dello psicotico” (p. 27).
Nonostante questo non si rifiuta di classificare l’angoscia come un affetto.
Cosa si potrebbe utilizzare per insegnare qualcosa su questa questione
dell’affetto?
Lacan non parla tanto per parlare ma si riferisce a intenti concreti di
diversi autori che hanno cercato di insegnare qualcosa sugli affetti, intenti
che lui ha esplorato e analizzato. Ci presenta due metodi - il catalogo e
l’analogo - sui quali ci espone quello che ha trovato e come ne sia rimasto
deluso.
Propone un terzo metodo, il suo, che denomina come la chiave, e del quale
dice che è orientato dall’ideale di semplicità che in tutto l’insegnamento
cerca di raggiungere: cos’è la chiave? “La chiave è ciò che apre e che, per
il fatto di aprire, funziona” (p. 14).
Come pensa possibile la semplicità in relazione all’affetto? Perché
tutti i fenomeni umani sono mediati dal linguaggio, nessuno - l’affetto
come gli altri - può essere né compreso né situato correttamente se non è in
rapporto alla relazione dell’essere con il linguaggio. Pertanto anche per
l’affetto, Lacan definisce così la situazione di “initium”: “non c’è
apparizione concepibile di un soggetto come tale, ma a partire
dell’introduzione primaria di un significante, e del significante più semplice,
quello che si chiama tratto unario” (p. 25).
Questo significante dove si introduce? Nel reale del parlante, cioè, nella sostanza
della quale il suo essere è fatto, in quello che Lacan chiamerà, più tardi, la
sostanza godente.
Il reale dell’organismo che ogni essere è, risulta affetto da questa cosa
semplice, simplex, che Lacan chiama anche “singolarità del tratto”.
L’organismo, una volta che è influenzato dal linguaggio, sperimenterà affetti.
Il fatto che Lacan, nel Seminario X, usi il termine “singolare”
ha la sua importanza, perché segna come irripetibile e unico ogni parlante;
segnala l’impossibilità di prevedere, organizzare o orchestrare come e quando
si produrrà quell'evento.
È perché ha un corpo “toccato”, “marcato” dal significante,
che il parlante potrà sperimentare affetti, ed è importante esplicitarlo:
sperimentarli nel suo corpo.
Potremmo dire che questa angoscia iniziale che alcuni contemporanei di
Freud volevano attribuire alla nascita come successo puramente organico, Lacan
l’attribuisce alla nascita, ma a una nascita molta concreta: alla nascita al
linguaggio.
Preparazione redazionale di Alberto Tuccio
lunedì 27 febbraio 2017
mercoledì 15 febbraio 2017
giovedì 26 gennaio 2017
Seminario del 3 dicembre 2016 Docente invitato: Jean-Luis Gault
Vorrei ringraziare i
miei colleghi milanesi per l’invito, e tutte le persone che sono venute qui
stamane per lavorare con noi.
Il seminario
sull’angoscia è stato pubblicato da J.-A. Miller, il quale ne ha fatto
un’introduzione alla lettura tenendo sei lezioni, dall’aprile al giugno del
2004, pubblicate in due numeri, il n°58 e il n°59, della rivista della Scuola
“La cause freudienne”. Queste lezioni sono state pubblicate in italiano con il
titolo: L’angoscia. Introduzione al seminario X di Jacques Lacan. È a
partire dalla lettura fatta da Miller che vorrei introdurvi questo seminario.
L’angoscia è un
affetto, questo è chiaro. Ci sono diversi affetti: per esempio la tristezza, il
rimorso, la colpa, ma tra questi l’angoscia, nella clinica, nella pratica e
nella teoria psicoanalitica, ha uno statuto privilegiato. Sin dall’inizio, sin
da Freud, non è considerata come gli altri affetti: l’angoscia è un affetto
unico, è un operatore centrale nell’elaborazione di Freud.
Nella sua prima teoria
delle psiconevrosi di difesa, Freud concepisce l’angoscia come un prodotto
della libido. In un’ultima revisione teorica, Freud situa l’angoscia nella sua
relazione con l’inibizione e il sintomo, dove essa appare come l’operatore del
rimosso, in francese le moteur refoulement: è concepita come la causa
del rimosso.
L’angoscia conserva uno
statuto privilegiato nell’insegnamento di Lacan, da cui questo seminario. Non
abbiamo un seminario sulla tristezza, sul rimorso, sulla colpa, ma abbiamo un
seminario sull’angoscia a causa dello statuto particolare che essa ha nella
teoria, nella clinica e nella pratica analitica.
Possiamo parlare di angoscia
lacaniana, per indicare lo statuto particolare che prende in questo
seminario l’angoscia, la quale non è mai considerata come un disturbo o una
disfunzione e mai si pone la questione del suo trattamento. Questo non è un
seminario sull’angoscia come disturbo da trattare o da curare.
A dire il vero il
seminario X non è un seminario sull’angoscia, questo è il primo punto utile per
orientarsi nel seminario. Non è un seminario sull’angoscia perché Lacan ha
scelto questo affetto come tema del suo decimo seminario in quanto costituisce
una via d’accesso privilegiata all’oggetto a minuscola. Questa è la vera
scommessa del seminario: considerare che l’angoscia sia una via d’accesso
privilegiata all’oggetto del desiderio.
Il vero tema di questo
seminario è la ricerca dell’oggetto del desiderio, del desiderio nella sua
declinazione con il suo oggetto, dato che al suo inizio non abbiamo ancora
l’oggetto a. Lacan parte dalla questione: qual è il vero oggetto del
desiderio? È a partire da qui che vedremo la costruzione progressiva di quello
che chiamerà l’oggetto a, ma siamo all’inizio di questa costruzione.
La questione che dunque
orienta Lacan nella sua elaborazione di questo seminario è: qual è l’oggetto
del desiderio nella sua relazione con l’amore e con il godimento? La mappa
teorica che orienta Lacan è: il desiderio nella sua relazione con l’amore, con
il godimento e qual è il vero oggetto del desiderio.
Nei nove seminari
precedenti fino a questo dell’anno accademico 1962/63, Lacan aveva compiuto uno
sforzo di riformulazione della clinica e della teoria freudiana nei termini del
significante. Aveva trasformato, tradotto, i concetti freudiani a partire dalla
sua ripartizione immaginario/significante e cercando di significantizzare tutti
questi concetti: il desiderio, l’amore, l’oggetto, il corpo, ecc.
Il seminario
precedente, sull’identificazione, si conclude sull’affetto d’angoscia:
essa appare quando il soggetto è messo a
confronto con l’enigma del desiderio dell’Altro. Questo seminario rimane come
un punto interrogativo: il soggetto non sa quello che l’Altro vuole da lui e
prova un affetto d’angoscia. L’enigma del desiderio dell’altro è angosciante,
si presenta come una questione: tu che vuoi? Tu che mi guardi, mi parli, ecc.
Questa è la situazione
clinica dell’angoscia.
Nell’anno ‘56 Lacan
aveva fatto un primo seminario sull’angoscia, quello sulla relazione d’oggetto,
ma a partire dall’osservazione della fobia di un bambino: Hans. Lacan aveva
notato che la fobia del cavallo era una risposta sintomatica dell’angoscia del
bambino. Aveva situato ciò che aveva già fatto Freud: prima, Hans prova
angoscia e dopo ventiquattro ore appare la fobia, la paura del cavallo.
All’inizio il piccolo Hans non sa cosa accade ma prova un’angoscia diffusa e
dopo qualche tempo situa l’angoscia nella paura del cavallo.
Questo sintomo, la
fobia, legato al significante cavallo – Lacan interpreta il cavallo come un
significante – non assorbe completamente l’angoscia, rimane un resto d’angoscia
al di là della paura. Rimane un resto, il bambino rimane angosciato dalla
visione della macchia nera sulla bocca del cavallo. È un punto importante,
attira l’attenzione di Lacan che in questo momento è focalizzata sul punto
d’angoscia: non sa come rispondere a questo problema ma lo situa, lo
sottolinea, lo nota. C’è un resto: non si sa cosa sia la macchia sulla bocca
del cavallo, ma provoca un po’ di angoscia.
Lacan ritrova questa
questione dell’angoscia nell’ultima lezione del seminario sull’identificazione.
È l’angoscia che prova il soggetto di fronte alla questione del desiderio
dell’Altro. Lo sforzo di Lacan di tradurre la clinica e la teoria
psicoanalitica lascia un resto. È la problematica all’inizio del seminario X:
c’è qualcosa che resta, non teorizzato. Un resto che passa attraverso la rete
dei significanti.
Lacan aveva usato il
concetto di “rete dei significanti” per captare tutti i concetti freudiani e
aveva raccolto una serie di cose sul desiderio, sulla fobia, ecc., ma appare un
resto che la rete dei significanti non può captare. Questa è la problematica
che deve affrontare Lacan dall’inizio del seminario sull’angoscia.
L’angoscia fa parte di
questo resto che scappa attraverso la rete dei significanti. L’angoscia è
l’affetto che segnala questo resto. Si manifesta sul piano clinico come
angoscia perché non ha una risposta significante. Cosa rimane allora? L’affetto
d’angoscia. Quando possiamo avere un significato abbiamo infatti una risposta e
siamo tranquilli. È la funzione della paura del cavallo: si lascia il cavallo
fuori e a casa non c’è problema. Invece no, si mantiene sempre un resto che
sfugge alla cattura dei significanti e ciò produce angoscia.
In questo resto, però,
incontriamo anche il desiderio, e questa problematica è il punto di partenza
del seminario. Il desiderio, il desiderio dell’Altro, come causa dell’effetto
d’angoscia.
Così le prime due lezioni
del seminario sono intitolare da J.-A. Miller: la prima L’angoscia nella
rete dei significanti e la seconda L’angoscia segno del desiderio.
Con questo seminario
Lacan apre un cantiere teorico completamente nuovo rispetto alle elaborazioni anteriori.
Per quasi dieci anni Lacan aveva proceduto alla significantizzazione dei
concetti freudiani, adesso si confronta con un campo dell’esperienza soggettiva
che sfugge alla dimensione significante. Il registro che sfugge alla rete dei
significanti è quello che dobbiamo chiamare reale. Logicamente ciò che non è preso dal
significante o dall’immaginario, ciò che non possiamo catturare, vale a dire
che non è simbolizzabile e neanche immaginarizzabile, lo dobbiamo chiamare
reale. Per questo, a metà del seminario, incontriamo la lezione dodicesima che
s’intitola L’angoscia, segnale del reale. Lacan inizia con L’angoscia
segno del desiderio, ma dopo dieci lezioni situa giustamente l’angoscia
come segnale del reale, e se ne coglie il motivo.
Lacan si orienta a
partire dall’angoscia per costruire una nuova concezione del desiderio e
produrre una nuova nozione dell’oggetto che è in funzione nel desiderio, in
relazione con il desiderio, oggetto che chiamerà con un nuovo nome, ovvero
oggetto a. Nuovo nome perché non ha niente a vedere con le sue
precedenti concezioni dell’oggetto. Lacan aveva già parlato dell’oggetto, ma
qui sta scoprendo una nuova categoria d’oggetto, completamente inedita nella
teoria analitica.
A p. 42, Lacan parla
dello statuto dell’oggetto del desiderio: “tale statuto […] è proprio ciò
che si tratta di approfondire quest’anno, affrontando l’angoscia”, o ancora
a p. 48 “Tramite l’angoscia, il fenomeno dell’angoscia ma anche il suo
posto, che vi insegnerò a precisare, si tratta di approfondire la funzione
dell’oggetto nell’esperienza analitica”, o ancora alla fine del seminario a
p. 356 “[…] ho indicato che la funzione angosciante del desiderio dell’Altro
è legata precisamente a questo: non so quale oggetto a io sia per tale
desiderio”.
Non cambia solo il
concetto di desiderio, nel seminario cambiano anche il concetto di oggetto e
altri cambiano valore. La lettura del seminario può risultare difficile perché
Lacan conserva le stesse parole (desiderio, castrazione, fallo, oggetto, amore,
ecc.) ma nel proseguire delle lezioni esse cambiano valore. Quando incontriamo
uno di questi termini non siamo sicuri di sapere quale sia il suo valore:
quello anteriore o quello nuovo che Lacan sta scoprendo?
Per esempio il cambio
di valore del fallo e della castrazione conduce Lacan a riformulare la sua
concezione della posizione femminile e della posizione maschile. Cambia anche
valore la prima concezione lacaniana del corpo.
Abbiamo situato il
punto di partenza del seminario, ma il seminario non ha uno sviluppo lineare,
Lacan prende diverse vie di ricerca, certe saranno abbandonate, tuttavia c’è un
asse principale intorno al quale si ordinando i grandi rimaneggiamenti
concettuali.
Vediamo quali sono
questi rovesciamenti. Ne ho situati cinque.
Il corpo
Vediamo cos’accade al
concetto di corpo in questo seminario. Iniziamo dalla terza lezione: Dal
cosmo all’Unheimlichkeit. Tutti i lettori di Freud devono conoscere
Unheimlichkeit. È importante riconoscere almeno la parola Heim, in
inglese “home”: casa.
Das Unheimliche [S. Freud, Il perturbante (1919),
in Opere vol. IX, Bollati Boringhieri] è un articolo di Freud nel quale
studia le condizioni di questo fenomeno d’angoscia: angoscia di fronte a
qualcosa di estraneo ma nel quale si scopre qualcosa di se stessi, ad esempio
l’apparizione del doppio scatena l’Unheimlichkeit. La familiarità appare nel
mondo esterno come Unheimlichkeit: Un ha un valore privativo, “che non”
appartiene all’ Heim, ovvero la casa. Quindi questo fenomeno s’incontra
fuori dalla “casa”.
In questa lezione Dal
cosmo all’Unheimlichkeit Lacan riconsidera la funzione dell’immagine del
corpo come oggetto del desiderio. Fino a questo seminario Lacan aveva costruito
l’oggetto del desiderio sull’immagine del corpo: tutti gli oggetti d’amore
concatenati al desiderio sono oggetti legati all’immagine del corpo: “io amo
ciò che di me ritrovo nel mondo”. L’immagine del corpo allo specchio,
speculare, dava forma a tutti gli oggetti del desiderio.
In questo seminario
Lacan prende in conto un dato nuovo che indica così a p. 46: “L’investimento
dell’immagine speculare è un tempo fondamentale”.
Da una parte l’io e
nello specchio la sua immagine. Secondo Freud tutta la libido che si trova
nella parte dell’io, questa libido investita nel corpo proprio, può essere
investita nell’oggetto. C’è come una trasfusione di libido. Questa è la prima
concezione freudiana riformulata da Lacan con il suo specchio, come
interpretazione del narcisismo freudiano a partire dallo stadio dello specchio.
In questo seminario Lacan
dice “L’investimento dell’immagine speculare – alla destra (vedi foto) –
è un tempo fondamentale della relazione immaginaria – e aggiunge – fondamentale
in quanto ha un limite”. Questa è la novità: ha un limite questo
investimento! Non tutto l’investimento libidico passa attraverso l’immagine
speculare, rimane un resto, un resto libidico. Non tutta la libido passa
nell’investimento oggettuale, c’è un resto che rimane nel corpo proprio: ecco
la novità! C’è un limite a questo investimento!
È interessante vedere
che qui troviamo le parole “resto”, “residuo” e la formula “non tutto”, la
quale avrà tutto uno sviluppo nei seminari successivi.
Lacan si serve del
modello dello stadio dello specchio: da un lato abbiamo il corpo reale, il
corpo proprio, e dall’altro abbiamo la sua immagine. Secondo il modello del
narcisismo freudiano, che Lacan riprende con il suo stadio dello specchio,
tutta la libido situata nell’atto dell’Io, può passare dall’altra parte e
investirsi nell’oggetto.
Adesso Lacan si rende
conto che questo non è vero: non tutto l’investimento libidico passa attraverso
l’immagine speculare. Non tutto: rimane un resto di libido. Questo resto
libidico lo dobbiamo situare come un resto reale. Non lo possiamo spostare,
rimane là dov’è. Questa è la novità che Lacan trova in questo momento: c’è un
resto, che è un residuo libidico che si mantiene a livello del corpo proprio. È
un resto reale. Questo resto è la fonte della costruzione dell’oggetto a.
Questo resto Lacan lo scrive: a.
Non è lo stesso “a” che
c’era prima nella parte sinistra (vedi foto), perché quello era un “a” che
stava per “io”. A destra è in parte resto libidico, che sarà la fonte
dell’oggetto a.
Lo schema ottico che
Lacan ha utilizzato fino a questo momento lo si ritrova modificato: il primo schema
ottico presentava un’immagine completa di uno specchio, mentre in quello
introdotto ora, con la considerazione dell’investimento libidico, nell’immagine
manca qualcosa, c’è un buco, l’immagine non è più completa.
Nell’immagine investita
libidicamente c’è sempre un buco, che corrisponde al resto dal lato del
soggetto del corpo proprio. Nell’immagine manca qualcosa, c’è un buco, e Lacan
prende gli esempi nei testi di Karl Abraham, il quale aveva notato come in
diversi casi, nei sogni di una donna che ha un fidanzato o un marito appaia
l’immagine dell’altro, dell’uomo, ma senza i genitali. Questo non è il
risultato di una volontà di castrarlo ma più fondamentalmente ci indica che
l’immagine non è completa, soprattutto relativamente a questo investimento
libidico. C’è un bianco nell’immagine, manca qualcosa: questa è la vera
struttura dell’immagine, ma non si vede! Mai! Fatto salvo per questi sogni,
normalmente il mondo ci appare completo, ma Lacan ci indica che il mondo è
visibile e tranquillo perché c’è questo buco. Possiamo vedere tranquillamente
perché c’è questo buco, manca qualcosa nel mondo: questo ci rilassa.
Lacan indica questa
mancanza come un meno: - φ, dove φ (phi) sta per fallo, ma per indicare
attraverso il meno (-) la sottrazione libidica che esiste nell’immagine del
mondo, dell’Altro. Dal lato del soggetto rimane un resto libidico: è qua
l’oggetto a.
Dunque è a questo resto
che Lacan dà lo statuto di un oggetto. Questo oggetto non appare nel campo
visibile, rimane sconosciuto ma esiste a livello libidico: non esiste a livello
immaginario, non si può vedere, non esiste a livello simbolico, non lo possiamo
simbolizzare, ma lo possiamo provare. Provare per esempio come angoscia.
Questo oggetto non è
come gli altri che appartengono al campo del visibile o al campo del
significante. Lacan ci dice di più: “La condizione del mondo visibile è
questa mancanza nell’immagine. È questa estrazione libidica che rende il mondo
visibile”. Dalla parte del soggetto rimane “quel resto, quel residuo,
quell’oggetto, il cui statuto di oggetto è derivato dall’immagine speculare […]”
[J. Lacan, Il Seminario. Libro X. L’angoscia (1962-1963), Einaudi, 2007,
p.45] . Ora lo statuto del corpo è ripartito in due parti differenti: una parte
del corpo che può avere un’immagine, che può essere rappresentato da
un’immagine e un altro che non ha immagine, non ha immagine speculare. È
l’esperienza dell’angoscia che porta Lacan a questa considerazione e lo fa a
partire dall’Unheimlichkeit descritto da Freud.
Lacan s’interroga: quando
sorge l’angoscia davanti a una certa immagine? Quando un meccanismo fa apparire
qualcosa nel posto del - φ. Qui, dove non dovrebbe esserci qualcosa, qualcosa
avviene per otturare questo buco: allora sorge l’angoscia. Sorge quando questo
oggetto a, appare sotto la forma di qualcosa, che fa sì che, nonostante
non dovrebbe esserci, ci sia qualcosa, ci sia un oggetto del mondo che viene a
otturare questo buco. Da lì sorge l’angoscia.
Come abbiamo visto con
l’Unheimlichkeit possiamo situare Heim, la casa, dalla parte sinistra del
disegno, mentre Unheim appare fuori. Ciò che appariva dalla parte della casa
appare fuori e questo è angosciante: vedere se stesso all’esterno è
un’esperienza angosciante.
Questa è la
costruzione, l’interpretazione dell’Unheimlichkeit data da Lacan ed è
l’interpretazione che ne deduce con sua modificazione della costruzione dello
stadio dello specchio.
Lacan dice a p.46/47 “L’angoscia
sorge quando un meccanismo fa apparire qualcosa al posto di - φ, qualsiasi
cosa. […] Così come ho affrontato l’inconscio con il Witz, quest’anno
affronterà l’angoscia con l’Unheimlichkeit. L’Unheimlich è ciò che appare nel
posto in cui dovrebbe stare - φ.”
Finalmente Lacan dà la
struttura più generale dell’angoscia: “L’angoscia sorge quando viene a mancare
la mancanza”, questo è un dato clinico sempre verificato. L’angoscia sorge
quando la mancanza viene a mancare.
In questa prima parte
del seminario X, Lacan usa il suo schema ottico per situare le apparizioni
angoscianti dell’oggetto. Nell’ultima parte del seminario lo schema ottico
sparisce, Lacan abbandona il riferimento al corpo speculare per considerare il
corpo come fonte di godimento. Lui che aveva sempre situato il corpo in
relazione all’immaginario, alla fine del seminario X lo considera come fonte di
godimento, contenitore di un elemento libidico: è una modificazione decisiva
del suo concetto di corpo. Lacan passa dall’apparizione angosciante
dell’oggetto a, primo passo, alle sue separazioni erogene, perché scopre
che attraverso queste apparizioni angoscianti c’è un elemento libidico, quindi
erogeno.
Il modello di
quest’oggetto, che fa capire a Lacan il legame tra angoscia e libido/godimento,
è l’oggetto anale, la cui separazione dal corpo è fonte di godimento. C’è la
separazione e c’è il godimento ma c’è anche l’angoscia che sta all’inizio di
tutto il processo. L’esempio scelto da Lacan è quello dell’uomo dei lupi:
incontriamo questa congiunzione tra angoscia e godimento nell’esperienza del
ragazzo laddove il momento d’angoscia è seguito dalla produzione dell’oggetto
anale fonte di godimento. Abbiamo tutto questo processo: l’angoscia, produzione
di un oggetto tramite la separazione e il godimento. Appare quindi un legame
tra angoscia e godimento che produce un oggetto attraverso la separazione. Questa
congiunzione tra angosciante ed erogeno si trova nella connessione che Lacan
nota tra orgasmo e angustia.
L’esempio è quello del
soggetto maschile che nel momento di un esame è angosciato perché non può
finire in tempo la redazione del suo compito. Non ha tempo per finire e si
angoscia. Interviene il maestro per prendergli il foglio e prova un orgasmo con
un’eiaculazione. Lacan vede qui la relazione tra il momento più intenso
dell’angoscia, la separazione con la necessità di lasciare questo oggetto e
l’orgasmo.
È a partire da questo
rovescio che introduce il corpo delle zone erogene, nel posto del corpo
speculare appare un nuovo statuto del corpo. Dal corpo speculare al corpo delle
zone erogene.
Il corpo è strutturato
da queste zone erogene che determinano lo statuto degli oggetti a: agli
oggetti freudiani – orale, anale e fallico – Lacan aggiunge l’oggetto voce e
l’oggetto sguardo.
Con questo cambiamento
dello statuto del corpo, appare un oggetto che si relazione all’angoscia. Nel
seminario IV Lacan riprende l’affermazione di Freud secondo il quale l’angoscia
non ha oggetto. Il piccolo Hans si ritrova angosciato ma senza poter dire che
cosa lo angoscia.
Non può situare un
oggetto dell’angoscia perché l’angoscia non ha un oggetto nel mondo visibile,
non ha un oggetto nel mondo dei significanti. Da lì Freud considera che
l’angoscia non ha oggetto, invece la paura ha un oggetto perché cura
l’angoscia, dato che l’angoscia trova attraverso la paura un oggetto, il
cavallo ad esempio. Rimane però un resto d’angoscia.
Nel seminario IV Lacan
considera, dopo Freud, che l’angoscia non ha oggetto ma in questo seminario X,
Lacan dice che l’angoscia non è senza oggetto! Frase un po’ particolare in
francese perché non dice che l’angoscia ha un oggetto ma dice “non è senza”
oggetto”, ciò vuol dire che dobbiamo situare un oggetto in relazione
all’angoscia.
Abbiamo visto l’apparizione di un oggetto nel
campo visivo dove dovrebbe esserci una mancanza
scatena l’angoscia. Vediamo la relazione tra un oggetto e l’angoscia. Qual
è l’oggetto angosciante? Non è un oggetto particolare, è qualsiasi cosa venga a
otturare la mancanza: questo è un effetto di angoscia. La novità è di non
considerare un oggetto visibile, significantizzabile. Non si tratta di un
simbolo, ma di qualcosa di strutturato. La struttura della mancanza è otturata
e questo scatena l’angoscia. L’oggetto a è questo: una struttura che si
viene a modificare e, dove dovrebbe esserci una mancanza, questa mancanza non
c’è più.
L’oggetto dell’angoscia
non è dunque un oggetto come gli altri: non è un oggetto immaginario e non è
neanche un oggetto significantizzato. L’angoscia produce quest’oggetto
particolare che è l’oggetto a minuscola. Lacan qui considera l’angoscia come
produttrice. La nozione dell’oggetto è cambiata nel seminario dell’angoscia, è
totalmente rielaborato, Lacan ha revisionato il concetto di oggetto.
A Lacan interessa la
macchia nera sulla bocca del cavallo, questo residuo del tutto singolare, al
fine di ottenere un nuovo oggetto nella teoria analitica, l’oggetto a.
Si vede come questa macchia, che aveva individuato alcuni anni prima, diventa
l’appoggio per la costruzione di un oggetto molto particolare.
Nella costituzione
dell’oggetto dell’angoscia interviene questo taglio, la coupure, la
separazione, opposta alla funzione del tratto significante che interveniva
anteriormente nella definizione dell’oggetto simbolizzato. Era il tratto
significante che definiva l’oggetto, adesso lo statuto dell’oggetto a è
posto in relazione al taglio.
L’angoscia di castrazione
Il secondo cambiamento
di valore riguarda l’angoscia di castrazione, nozione freudiana che Lacan
conserva nei seminari anteriori al seminario X e che di nuovo incontriamo qui.
La quarta lezione è infatti intitolata da J.-A. Miller Al di là dell’angoscia
di castrazione,.
Lacan nota che per
Freud l’angoscia di castrazione era l’ultimo termine dell’esperienza del
nevrotico nell’analisi. Questo è situato molto chiaramente, nella p. 50 scrive
“Che cosa ci ha detto Freud a questo riguardo? Che l’ultimo termine a cui è
arrivato elaborando questa esperienza, il suo punto di arrivo e di arresto, il
termine per lui insuperabile, è l’angoscia di castrazione.” Lacan si
domanda: “Questo termine è forse insuperabile?” è una questione mai
posta anteriormente, non era in questione questo termine finale dell’angoscia
di castrazione, qua sì. Ancora si chiede: “Che cosa significa questo arresto
della dialettica analitica dinnanzi all’angoscia di castrazione? Non vedete
già, nel semplice uso dello schematismo che impiego, delinearsi la via per cui
intendo condurvi?”. Lacan ha visto che c’era un passaggio, una via, e come
la parola “resto”, la parola “via” la incontriamo spesso in questo seminario:
la via presa da Lacan per esplorare che cos’è l’oggetto a, che cos’è
l’oggetto del desiderio, è la via dell’angoscia.
A questa via si oppone
un’altra via, che aveva utilizzato precedentemente: la via dell’amore. Qui in
questo seminario la via dell’angoscia si sostituisce alla via dell’amore.
Lacan ci dice che c’è
un passaggio per andare al di là dell’angoscia di castrazione: “L’apertura
che vi propongo, la dialettica che qui vi mostro, permette di articolare che
non è affatto l’angoscia di castrazione in quanto tale a costruire l’ultima
impasse del nevrotico”.
Considerare che
l’angoscia di castrazione non è l’ultima impasse del nevrotico è una completa
novità. Seguendo la via dell’angoscia Lacan ci propone di superare l’ostacolo
concettuale del complesso di castrazione nella teoria analitica. Per fare
questo, per superare questo ostacolo, riformula in modo inedito l’esperienza
dell’angoscia di castrazione. Lacan conserva la stessa espressione “angoscia di
castrazione”, usato da lui e da Freud da sempre, ma per darle un contenuto
nuovo.
Facciamo un salto fino
alla lezione diciottesima La voce di Yahweh. Lacan riprende la questione
dell’angoscia di castrazione, il problema del complesso di castrazione legato
al mito dell’omicidio del padre, a partire da un articolo di Reik sullo shofar,
che nella tradizione ebraica è un grosso corno che fa risuonare un suono molto
particolare e rimanda a un certo sacrificio nella storia mitica del popolo
giudaico.
Lacan dice a p. 277: “Se
seguiamo quanto osiamo sperare sia solo una metafora di Reik, è il muggito di
toro accoppato che si fa sentire ancora nel suono dello shofar”. Si tratta
del sacrificio del toro e del suo muggito ed è un riferimento a questo suono
dello shofar legato al muggito del toro che si sacrifica e dunque rimanda
all’al di là dell’omicidio del padre. Lacan prosegue “Diciamo, più
semplicemente, che è il fatto originario inscritto nel mito dell’omicidio del
padre a dare il via a quello per cui dobbiamo, pertanto, cogliere la funzione
nell’economia del desiderio, vale a dire che si proibisce, come impossibile da
trasgredire ciò che costituisce nella sua forma più fondamentale il desiderio
originario.” Lacan vede attraverso questo esempio il legame tra
proibizione, omicidio del padre, angoscia di castrazione; ma aggiunge: “Esso
è tuttavia secondario rispetto a una dimensione che dobbiamo affrontare qui,
ovvero il rapporto con quell’oggetto essenziale che funge da a, la voce
[…]”. Dunque qui Lacan dice che il desiderio originario è legato alla
proibizione, è la proibizione che fa nascere il desiderio, ciò che è proibito
diventa oggetto di desiderio e l’oggetto del desiderio si raggiunge solo nella
trasgressione: proibizione, oggetto proibito, oggetto desiderato, necessità
della trasgressione per raggiungere questo oggetto perché si deve trasgredire
la proibizione.
Questa è la conclusione
ortodossa e all’inizio di tutto questo c’è l’omicidio del padre. Dopo aver
rinunciato a tutto questo, in conformità con l’ortodossia freudiana, Lacan
aggiunge: “Esso è tuttavia secondario”, tutta questa costruzione che dà
conto della costituzione del desiderio e del suo oggetto è una costruzione
secondaria: il tempo primo è quello del rapporto con la voce. Prima di tutta la
proibizione, la relazione con questo oggetto non ha niente a che vedere con la
trasgressione perché è una relazione immediata, diretta, senza l’ostacolo della
proibizione, della trasgressione; questa è la novità che introduce Lacan per
considerare questo concetto di angoscia di castrazione. C’è una relazione
primaria con l’oggetto che non ha niente a che vedere con la castrazione.
Nella teoria analitica,
dove c’era il complesso di castrazione come termine originario, Lacan inscrive
ora l’oggetto a come elemento primario, viene prima dell’angoscia di
castrazione. Nell’ortodossia freudiana l’oggetto è creato dalla proibizione, è
sempre un oggetto proibito, ora Lacan situa l’oggetto al di qua di tutta la
proibizione. Al contrario sottolinea ora Lacan: “Il soggetto ha un rapporto
originario con questo oggetto a come pezzo di corpo, fonte di un
godimento”.
Dunque non è affatto
l’angoscia di castrazione a costituire l’ultimo termine dell’esperienza del
nevrotico, l’ultimo termine dell’esperienza del nevrotico è da situare per il
soggetto nel suo rapporto con la presenza di questo elemento di godimento nel
suo corpo, questo oggetto a.
Non si tratta più di
castrazione, non è una sottrazione, è una presenza, presenza nel corpo di
questo elemento libidico situato da Lacan in relazione a queste zone erogene da
dove sorgono questi oggetti: la voce, lo sguardo, l’oggetto anale, l’oggetto
orale, ecc.
Dunque l’angoscia non è
l’angoscia di castrazione, vuol dire che l’angoscia non è in rapporto con una
mancanza, al contrario, l’angoscia è in relazione con una presenza, la presenza
di un oggetto che non dovrebbe incontrarsi in quel posto dove c’è una mancanza.
Lacan lo dice così a p. 59: “Che l’angoscia non è il segnale di una
mancanza, ma piuttosto di qualcosa che si deve concepire a un livello
raddoppiato, in quanto è il difetto dell’appoggio che la mancanza dà.” Vale
a dire che il soggetto trova un appoggio nella mancanza e l’angoscia sorge
quando la mancanza fa difetto. Questo è il raddoppiamento di cui Lacan stava
parlando.
La mancanza manca
quando è annullata da una presenza: l’esperienza più angosciante per il
bambino, sottolinea Lacan, non è l’assenza della madre, come si ripete, ma la
sua troppa presenza. Quando fa difetto la mancanza che fa del bambino
desiderio, quando la madre gli sta sempre addosso, questo rapporto con il
desiderio è perturbato.
Il fallo
Il terzo cambiamento di
valore tocca il fallo. Prima di questo seminario Lacan poteva scrivere: “il
fallo dà corpo al godimento nella dialettica del desiderio”. Nel seminario
X il godimento si libera dalla prigione fallica: non è il fallo ma sono gli
oggetti a che danno corpo al godimento. È ciò che Lacan cerca di
rianimare con gli organi del corpo che divengono degli organi di godimento e
non dei significanti. Il godimento impossibile da negativizzato anteriormente
veniva rappresentato dal significante scritto con il phi maiuscolo (Φ) mentre
in questo seminario sono gli oggetti a a indicarlo: c’è una sostituzione
dove a prende il posto di Φ.
Il – φ abbiamo visto
essere la scrittura della mancanza, anteriormente in relazione con la
castrazione, ora abbiamo visto che – φ è in relazione alla struttura
fondamentale che fa si che nell’immagine, nel mondo immaginario, nel mondo del
significante, manchi qualcosa. Questo qualcosa è presente dal lato del soggetto
sotto la forma dell’oggetto a ma non ha nulla a che vedere con la
castrazione.
Il – φ che incontriamo
nel seminario non è affatto lo stesso che conoscevamo anteriormente, non è il
simbolo della castrazione. Lacan situa il – φ come una proprietà dell’organo
maschile, che sta tutto all’opposto della sua immagine di potenza, in quanto si
tratta della detumescenza che colpisce l’organo nel godimento. Il phi che era
l’immagine della potenza, adesso è – φ e non è in relazione a un agente che fa
intervenire la castrazione ma è in relazione a una proprietà anatomica.
In questo seminario
Lacan intraprende una critica del fallo immaginario: quello che appare nel
corpo visivo, nell’immagine dell’uomo si vede quest’organo. Ultimamente c’è un
film su un pornoattore italiano conosciuto nel mondo, Rocco Siffredi, che è
l’immagine della potenza. Come lo interpreta Lacan questo? Per lui ciò che
appare nel campo visivo riguarda il fallo in quanto immaginario, vale a dire
una funzione scopica. Il fallo immaginario è un’immagine della potenza, si
tratta di immaginare questa illusione della potenza: è un’immagine e basta, non
è un reale, è soltanto l’illusione della potenza. Il – φ nel seminario
sull’angoscia è un fallo designificantizzato, deimmaginarizzato, è ciò che
Lacan chiamava anteriormente “il pene reale”. Nell’angoscia ciò che è
determinante è il fallo organo che si oppone al fallo significante.
Vediamo le conseguenze
di questo cambiamento di valore del fallo rispettivamente nel soggetto
femminile e maschile. Quando si regola sul fallo significante la castrazione ha
come fondamento l’assenza del pene nel versante femminile, ne consegue un
sentimento di inferiorità della donna su un piano immaginario. Nella dialettica
simbolica la donna entra con il segno meno (-) – tutto questo è l’ortodossia
freudiana – perché la sua mancanza d’oggetto è il fallo significantizzato,
l’oggetto simbolico fallico, da cui l’incidenza del fantasma fallico – che
esiste nell’uomo come nella donna – che è quello di credersi in qualche modo
provvista di fallo, credere la madre provvista di un fallo. Tutto questo esiste
a un livello inconscio e come testimonianza di questo fantasma fallico ne
risulta, nell’ortodossia freudiana, un effetto di complicazione nella posizione
femminile rispetto al desiderio, perché deve attraversare questa relazione con
il fallo con il quale non ha niente a che fare.
Sulla strada del
desiderio s’incontra il fallo significante – posizione femminile secondo Freud
e Lacan fino a questo seminario – mentre il fallo organo si scopre sulla strada
del godimento. “Quando si mette in funzione il fallo organo le conseguenze
sono diverse – dice Lacan nel seminario X – nell’uomo l’organo si
negativizza esso stesso nella sua operazione copulatoria nel momento della
detumescenza”. All’opposto Lacan formula rispetto alla donna: “alla
donna non manca niente”, la donna non ha niente a che vedere con il fallo
organo dunque non le manca niente. È l’uomo che incontra la castrazione sotto
la forma della detumescenza nel proprio corpo a livello dell’organo, quindi
Lacan, nella sua nuova interpretazione del complesso di castrazione,
sostituisce la detumescenza alla castrazione.
Che cos’è la
detumescenza? È un certo “non potere”, non poter continuare. È l’uomo che si
ritrova alle prese con la mancanza in questo momento, o meglio è l’uomo che è
alle prese con la sparizione dell’organo. L’organo nella sua funzione non può
operare, sparisce questo organo strumento, e dunque per l’uomo il rapporto al
desiderio e al godimento si rivela più complicato attraverso questa esperienza.
Dal lato femminile la
posizione soggettiva è più semplice, nel rapporto con il godimento una donna
non perde niente, in quanto al desiderio essa ha un rapporto diretto che non è
mediato, non ha – φ come intermediario. In questo seminario il fallo non è più
implicato come significante ma come organo, come strumento del godimento nella
copulazione, il fallo significante appare come uno specchietto per le allodole,
come emblema di una potenza immaginaria, falsa, che conduce il soggetto
maschile a un’impostura quando crede di avere questa potenza.
Anche una donna può identificarsi
con questa immagine illusoria della potenza, ciò la conduce alla mascherata:
fare il fallo, mascherata descritta dalla psicoanalista Joan Rivière.
In questa nuova
congiuntura concettuale la donna appare come più vera e più reale, come intitola
una lezione del seminario sull’angoscia: “La donna, più vera e più reale”.
L’oggetto fallico e la
sua mancanza sono implicati nella sessualità femminile solo in un tempo
secondo. La problematica fallica non è primaria nella donna, ne è catturata
solo attraverso l’uomo. Una donna che ha un rapporto semplice con il proprio
desiderio può essere angosciata di fronte al desiderio di un uomo. Lacan a
questo riguardo dice: “Un vero desiderio d’uomo angoscia il soggetto
femminile”.
L’oggetto del desiderio
Anche l’oggetto del
desiderio risulta affetto da un cambiamento di valore. Con il seminario sul
transfert Lacan aveva avanzato la teoria dell’oggetto del desiderio come agalma,
parola greca trovata da Lacan nel testo di Platone, che significa: cosa
preziosa. Socrate contiene la cosa preziosa: lui che all’apparenza è poco
affascinante, contiene una cosa preziosa che fa di lui l’oggetto del desiderio,
l’oggetto dell’amore. L’agalma è contenuto da un soggetto che gli dà un suo
valore, ma l’agalma è anche la bellezza della sua anima (alma). Apparentemente
un tale sembra brutto, ma nel cuore ha qualcosa di prezioso: questo è il
fondamento dell’oggetto d’amore, ma Lacan aveva concepito il desiderio a
partire dall’amore.
Nel seminario del
transfert l’agalma è questo oggetto desiderabile che si presenta nel campo
visivo davanti al soggetto, e il desiderio mira a questo oggetto. L’agalma è un
oggetto che si presenta davanti al desiderio. Il desiderio si dirige verso
questo oggetto, l’agalma è l’oggetto mira: desiderato dal soggetto.
Invece, nel seminario
sull’angoscia, Lacan scopre un altro oggetto in relazione con il desiderio.
Lacan rivela un oggetto che ha una funzione di causa del desiderio. C’è
un’opposizione tra l’oggetto causa che Lacan sta scoprendo in questo seminario,
oggetto causa che causa desiderio, e l’oggetto agalma ovvero quello che il
desiderio cerca di trovare nel mondo, oggetto mira da intendere come
l’oggetto a cui mira, a cui si rivolge, in francese objet visée, si può anche
dire oggetto bersaglio.
Il nuovo oggetto
scoperto da Lacan in questo seminario non è, però, l’oggetto che il desiderio
sta cercando di raggiungere nel mondo ma l’oggetto che causa il desiderio:
è un’altra cosa. Il desiderio scatenato dall’oggetto causa troverà nel mondo un
altro qualsiasi oggetto per la sua soddisfazione.
Ci sono due tempi per
la messa in funzione del desiderio: prima l’oggetto che causa il desiderio
scatena il desiderio e dopo un qualsiasi oggetto presente nel mondo darà
soddisfazione al desiderio. Allora il vero oggetto qual è? Non è l’oggetto a
cui si mira, ma è l’oggetto che causa il desiderio ad essere il vero oggetto!
Questo oggetto che
causa il desiderio è costruito sulla base del resto libidico che abbiamo già
incontrato, così il nome che Lacan sceglie per questo oggetto causa è la parola
palea, in modo tale da rispondere alla parola greca agalma. Palea
designa lo scarto, il resto, quello che si butta via, lo strame, come lo si
trova nel testo di San Tommaso.
Lo statuto dell’oggetto
bersaglio è l’agalma, mentre per l’oggetto causa è piuttosto dell’ordine della
palea, rifacendosi così sempre all’organo anale che resta paradigmatico della
funzione dell’oggetto causa.
Nel seminario sul
transfert Lacan nota che Alcibiade fa di Socrate l’oggetto bersaglio del suo
desiderio, Socrate prende questo posto a causa della presenza nascosta in lui
dell’agalma, l’oggetto affascinante; in questo caso il desiderio è concepito a
partire dall’amore, in cui il paradigma dell’oggetto affascinante è il fallo
(Φ). Nel seminario sull’angoscia Lacan restituisce l’oggetto al suo posto
d’oggetto causa, l’oggetto viene riportato nel posto della causa sotto la forma
del resto o dello scarto.
In questo senso abbiamo
una svalorizzazione del desiderio, lo scopo del desiderio è sempre uno scopo
falso, un equivoco sull’oggetto che conta, e così il desiderio appare come un
equivoco perché questo oggetto che vediamo nel mondo è sempre un oggetto falso
e c’è qualcosa di equivoco nel desiderio perché questo oggetto non si vede ma è
la causa, che è sconosciuta in sé ed è da scoprire attraverso l’analisi.
L’analisi non è analizzare la relazione del desiderio con un oggetto bersaglio,
perché è un oggetto falso, è sempre un’illusione, ma l’elemento determinante
del desiderio è la sua causa, che è da scoprire per interpretare e analizzare
ciò che è il desiderio. L’oggetto bersaglio è affascinante ma si rivela
un’illusione. In questo punto Lacan evoca per un istante il buddismo e ne
riprende un’asserzione secondo cui il desiderio non è che illusione. Il
desiderio è illusione quando lo consideriamo a partire dall’oggetto bersaglio,
a partire dal suo scopo nel mondo.
A dire il vero lo
statuto del desiderio è appeso a un oggetto differente da quello a cui tende.
L’oggetto agalma, l’oggetto bersaglio, è un oggetto falso, un oggetto
posticcio. L’oggetto autentico, veritiero del desiderio è l’oggetto che causa
il desiderio, ma questo rimane sconosciuto per il soggetto. Il desiderio
autentico è tale in quanto non conosce il suo oggetto, in quanto non conosce l’oggetto
che lo causa. Il vero desiderio non è il desiderio conscio ma è il desiderio
che rimane rimosso cioè inconscio. La formula che Lacan usa in questo seminario
“io ti desidero anche se non lo so” esprimendo così questa nescienza del
desiderio.
Il posto autentico
dell’oggetto a è dal lato del soggetto, non è fuori, non è dal lato
dell’Altro: l’oggetto a, a lui indivisibile, è in quanto fallace che si
trova nell’altro.
Questo è il punto di
partenza di Lacan, situare l’oggetto a dal lato del soggetto come questo
resto libidico causa del desiderio, ma nell’ultima lezione del seminario Lacan
cerca di situare questo oggetto dal lato dell’Altro. È un’operazione molto
complicata che Lacan tenterà di risolvere con la costruzione di alienazione e
separazione, elaborata in Posizione dell’inconscio.
L’oggetto definito come
un resto irriducibile alla simbolizzazione del luogo dell’Altro, dipende
tuttavia da questo Altro. Non è un elemento significante situato nell’Altro ma
ha un posto nell’Altro. Questa costruzione Lacan la lascia per gli anni
successivi, dove svilupperà l’articolazione tra l’oggetto a e la sua
posizione nell’Altro.
È la via dell’angoscia
che conduce Lacan alla scoperta dell’oggetto causa, invece la costruzione
dell’oggetto bersaglio è appoggiata sull’oggetto d’amore.
Le due vie: la via dell’amore e la
via dell’angoscia
J.-A. Miller aveva
commentato questo aforisma che incontriamo
nel seminario dell’angoscia: “Solo l’amore permette al godimento di
accondiscendere al desiderio”. Questa frase ci fa capire che desiderio e
godimento sono due strutture diverse: ci vuole l’amore per passare dal
godimento al desiderio.
Lacan si applica a mantenere
a dal lato del soggetto, perché? Perché l’oggetto a, è una
trasformazione del godimento del proprio corpo. Abbiamo visto questo resto
libidico trasformato e convertito in questo oggetto a. Invece il
desiderio è un’altra cosa, è la relazione con l’Altro. C’è una faglia tra
desiderio e godimento: il godimento situato dal lato del soggetto, questo resto
libidico nel proprio corpo, e il desiderio che è la relazione con l’Altro.
Si deve considerare la
relazione tra desiderio e godimento perché si deve situare, per Lacan,
l’introduzione dell’Altro nel mondo del soggetto. A livello del godimento non
c’è uscita verso l’Altro, tuttavia sappiamo che esiste la relazione con
l’Altro: non siamo ognuno nella sua prigione, ognuno nel suo autismo. Esiste la
relazione con l’Altro, ma la questione che Lacan ci vuole far considerare è
come situare il godimento, che è qualcosa di completamente autistico, e la
relazione con l’Altro.
Il godimento ha come
luogo il proprio corpo, mentre il desiderio è relazione con l’Altro. Nel
seminario sull’angoscia Lacan introduce l’amore come mediatore tra godimento e
desiderio. L’amore è mediatore perché sposta o falsifica l’oggetto a, rendendolo
agalma: è la trasformazione e falsificazione dell’oggetto a - scarto,
palea - in un oggetto agalmatico, attraverso l’amore, che permette la relazione
d’amore e dunque la relazione con l’Altro.
Ma l’angoscia non è
mediatrice, Lacan dice essere mediana.
Allora J.-A. Miller
propone quest’altro aforisma per rendere conto della posizione mediana dell’angoscia:
“Solo l’angoscia trasforma il godimento in causa del desiderio”.
Abbiamo visto che
abbiamo un oggetto, abbiamo un resto di godimento, situato dal lato del
soggetto. L’angoscia trasforma questo resto di godimento in un oggetto a,
causa del desiderio, ovvero l’angoscia permette la trasformazione di questo
oggetto di godimento in un oggetto causa del desiderio, che permette di
stabilire la relazione con l’Altro attraverso questo oggetto a. Dunque
l’aforisma proposto da Miller.
Abbiamo qui la
soluzione, l’uscita dall’autismo del godimento, per stabilire la relazione con
l’Altro, attraverso l’angoscia, con la produzione di quest’oggetto causa e lo
scatenarsi del desiderio.
Così l’angoscia
funziona come un operatore che produce l’oggetto causa secondo Lacan.
L’angoscia lacaniana è un’angoscia produttrice, così abbiamo due al di qua del
desiderio, ognuno che apre una via diversa per esplorare lo statuto del
desiderio e del suo oggetto.
Dobbiamo pensare
l’articolazione tra desiderio e godimento. Il godimento è sempre un al di qua
del desiderio. Il desiderio è una trasformazione del godimento ma sono due
strutture diverse. Se fino a questo punto dell’insegnamento Lacan aveva preso
la via dell’amore per arrivare al desiderio, ora nel seminario X attraverso la
via dell’angoscia sviluppa una nuova concezione del desiderio.
Lacan dice, alla fine
del seminario sull’angoscia: “Il momento in cui viene messa in gioco la
funzione dell’angoscia è precedente alla cessione dell’oggetto”. Prima
l’angoscia e dopo la cessione dell’oggetto, ciò vuol dire che l’angoscia è
produttrice di questo oggetto.
Lacan dà un esempio
dell’articolazione tra angoscia e produzione di un oggetto, con il caso
dell’uomo dei lupi e del suo sogno ripetitivo in cui si può ricostruire
l’episodio di una defecazione. Questo esempio della produzione dell’oggetto
anale è il modello dell’angoscia come operatore che produce l’oggetto causa:
prima angoscia, produzione dell’oggetto anale, godimento.
A partire da questo
modello di produzione dell’oggetto Lacan dettaglia le separazioni anatomiche
dell’oggetto a e con questo primo esempio concepisce gli altri esempi:
sguardo, voce, orale, come oggetti separati dal corpo proprio. Sono separazioni
naturali dell’oggetto prelevato sul corpo e precisamente senza l’intervento di
un agente che sarebbe l’Altro come agente della castrazione. Adesso non c’entra
l’intervento dell’Altro castratore ma si tratta di un’operazione puramente
anatomica, di separazione di un oggetto dal corpo. Esempio: l’oggetto anale.
J.-A. Miller conclude
così la sua presentazione del seminario sull’angoscia: “L’oggetto a è
l’effetto principale del linguaggio”. Adesso abbiamo l’agente della
castrazione che è il linguaggio. Il nome stesso dell’angoscia riveste
l’operazione mortifera del significante. Il significante, tutte queste
separazioni e l’angoscia, come effetto del taglio del significante
sull’organismo. L’angoscia è l’affetto per eccellenza che connota la produzione
dell’oggetto a, cioè l’effetto principale del linguaggio sul godimento.
Trascrizione di Alberto Tuccio
Iscriviti a:
Post (Atom)







