mercoledì 26 marzo 2014

Seminario del 15 febbraio 2014 Docente invitato: Antonio Di Ciaccia

Presentazione di Marco Focchi 
Quest’anno stiamo lavorando sul testo Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. Presentando il piano generale di questo testo, Jean-Louis Gault aveva particolarmente insistito sulla contrapposizione tra dialettica e struttura. Sullo sfondo vi è il dibattito culturale all’epoca di questo scritto, ad esempio la critica mossa da Levi-Strauss a Critica della ragion dialettica di Sartre, dove la struttura emerge come uno strumento critico e di contrasto rispetto alla dialettica. E questo sposterà i termini di riferimento all’interno della riflessione di Lacan. All’inizio, nell’insegnamento di Lacan, c’è un riferimento importante alla dialettica, ai temi hegeliani: il soggetto è pensato nell’intersoggettività e nell’esigenza di un riconoscimento da parte dell’Altro. La struttura, come la leggevano gli strutturalisti, non implicava una nozione di soggetto. Era una visione positiva, oggettivante. Invece, Lacan mantiene una funzione del soggetto, pur valorizzando la struttura. Nello scritto che abbiamo ad oggetto si parla di “dialettica del desiderio” e non di “dialettica soggettiva”, è quindi uno scritto-frontiera che sposta la dialettica del soggetto all’interno dell’intersoggettività sulla dialettica del desiderio. Se ad un certo punto Lacan fa cadere la nozione di intersoggettività, soprattutto nel Seminario Il transfert, non fa cadere la dialettica del desiderio, il desiderio resta all’interno di una definizione dove il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. Si pone il problema di articolare la struttura e il soggetto in una nuova definizione. 
Gault, nel precedente incontro, ha messo in risalto la connessione tra il testo che stiamo lavorando quest’anno con un altro scritto di Lacan, Posizione dell’inconscio, dove questo tema è particolarmente sviluppato.
La ridefinizione del soggetto comincia ad emergere nel Seminario VI, il seminario più vicino al testo oggetto di quest’anno. Nelle prime lezioni del Seminario VI Lacan prende in riferimento La trascendenza dell’Ego di Sartre, testo dove Sartre critica la nozione di Ego trascendentale e definisce un campo della coscienza che non ha bisogno di un Io unificatore. Quest’aspetto è ripreso da Lacan: lo ritroviamo nella critica alla psicologia in Posizione dell’inconscio. Quello che interessa Lacan è la critica che separa la coscienza dal soggetto, che ritroviamo già presente nel Seminario VI e che sviluppa in questo scritto relativamente alla differenza tra il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione, ciò che mette in luce la divisione soggettiva. 
Ad iniziare la lettura dettagliata di questo testo abbiamo oggi Antonio Di Ciaccia, presidente dell’Istituto freudiano e fondatore dell’Antenna 110.

Relazione di Antonio Di Ciaccia
Quando mi era stata indicata la possibilità per questo incontro in un primo tempo avevo pensato di no. Mi domandavo: perché? La lettura permanente che ho, dal 1987, con i testi di Lacan, mi ha dato una specie di sensibilità... a parte il ricordo personale che avevo con lui. Avevo soprattutto sperimentato sotto angoscia. Io ero angosciato e gli avevo spiegato le mie ragioni. C’era qualcosa della trasmissione che passava nel testo di Lacan. Lui stesso era angosciato. Però quest’angoscia Lacan non la mostra. I suoi sentimenti, le sue finezze, le lascia sotto traccia... ed è uno dei problemi della traduzione. Non si vedono, tranne quando è ironico, sardonico. Altrimenti sono appena delle sfumature, che le traduzioni precedenti avevano completamente barrato. Ho cercato di rimetterle in moto, quindi a volte le ritroverete.  
Mi sono domandato perché avevo un’avversione per il testo Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. È uno dei tre testi fondamentali degli Scritti. Direzione della cura presenta come si dirige la cura. Questione preliminare non è soltanto sulla psicosi, consiglierei a tutti gli allievi di imparare a memoria la terza parte: lì avete il cinquanta per cento del Lacan “classico”. Sovversione del soggetto è una resa dei conti con Hegel. 
Il motivo per cui avevo avversione verso Sovversione del soggetto mi si è rivelato così: Lacan fa fuori Hegel con Hegel, cioè utilizza la stessa arma di Hegel contro Hegel. Di solito non fa così. Fa fuori De Clarembeau con Jaspers. Fa fuori Jaspers con Hegel. Tiene sempre all’orizzonte la posizione di Freud e, alla fine, fa fuori Freud con Lacan. L’ultimissimo Lacan, è Lacan che fa fuori Lacan.
In questo scritto, la mia lettura è che Lacan utilizza lo strumento di Hegel per fare fuori Hegel. Ad esempio, a p. 809, lo dice in questo modo: «Per dirla con Hegel e contro di lui». 
Quali sono i due versanti in cui Lacan cerca di far fuori Hegel? Il primo è il soggetto. 
Il soggetto hegeliano non può corrispondere con il soggetto freudiano. Il concetto di soggetto hegeliano arriva all’uomo con “i baffetti”, come lo chiama Lacan altrove. Il soggetto freudiano porta al soggetto barrato ($). Sono due strade separate. Il punto di snodo è sul rapporto tra “verità” e “sapere”. In Hegel la verità e il sapere si congiungono: «La verità […] in se stessa non essendo altro che ciò che manca alla realizzazione del sapere» (p. 800). Questo porta al sapere assoluto, Selbstbewusstsein, l’essere cosciente di sé... che è dove va tutta la filosofia. Mi direte: ma questa verità, che è una verità totale, diventa una verità totale con il sapere. Questo è ciò che Lacan dice non aver niente a che fare con l’inconscio. È contro questo che Lacan si erge. E la verità rivelata? Lacan delimita la verità rivelata a qualcosa che non viene a completare il sapere, non è quello che manca alla realizzazione del sapere.  Con la lettura di Hegel, “verità” va a una completezza con il sapere, pericolosa per l’essere umano. La verità rivelata va a una parzialità che concerne alcune persone. La verità, come la intende Lacan, è in opposizione rispetto al sapere. Il sapere è dell’ordine della struttura, la verità è dell’ordine della verità che mente. Lacan fa uno spostamento: dalla correlazione che ha la verità con la cosa (la definizione di San Tommaso d’Aquino, Adaequatio rei et intellectus), a un’adeguazione della verità con la parola. È la parola che viene presa come punto di riferimento, non più la realtà. Questa è la prima operazione di Lacan, ma non è l’operazione di fondo di questo scritto. 
La tesi esplosiva è sulla dialettica del desiderio. Lacan legge in due modi “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”.
Sul versante hegeliano, quello che si trova al primo piano del grafo del desiderio, l’Altro è un Altro dell’interlocuzione: la madre, l’altro che risponde, colui che vi riconosce... Questo non porta al vero e proprio desiderio, ma a nient’altro che un’identificazione. Il vostro “desiderio è il desiderio dell’Altro” è sul modo banale del corrente motore della normalità, dell’identificazione, per esempio uno diventa medico perché il padre è medico.
Fermarsi a questo livello vuol dire che la psicoanalisi non è altro che un rivestimento, una ripetizione, di quello che tutto sommato la filosofia diceva da tempo. 
Lacan è obbligato a passare a un altro livello. Lo fa tramite il significante, cioè l’Altro. L’Altro del significante però lo trasforma un po’, perché identifica l’insieme dei significanti che riguardano il soggetto come ciò che è dell’ordine della pulsione, a cui corrisponde s(Ⱥ) nel grafo, ovvero manca un significante nell’Altro. Su questo schema (p. 820) Lacan fa una specie di parallelismo, nella parte bassa, dove si può leggere “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”: m da una parte e i(a) dall’altra: è la forma identificatoria. Questo viene a causa del fatto che, come cappello di questo passaggio, c’è da una parte A, l’Altro, e il messaggio inviato al soggetto, s(A). A questo livello si ferma lo psicotico. Questo Altro preliminare è sufficiente per lo psicotico. In realtà, se devo dire quel che penso, questo Altro preliminare è il funzionamento normale dell’identificazione. 
Evidentemente, se c’è psicoanalisi questo non è sufficiente. Come si fa a passare al piano superiore? In modo parallelo a m-i(a) che è sotto, il piano superiore parte da d, c’è desiderio, che ritrovate sulla destra, e sulla sinistra vi è la scrittura del fantasma, $◊a, una scrittura ancora immaginaria (le scritture immaginarie di Lacan sono sempre in corsivo). “Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” non è più sul versante di prima. L’oggetto a non ha l’Altro nello specchio, non c’è identificazione. Questo Altro non è più dell’ordine di un Altro concreto, bensì quello che nel Seminario V Lacan chiama l’“Altro astratto”, l’insieme dei significanti, e fa riferimento all’Altro della teoria dei giochi. È a questo livello che c’è qualcosa di mancante rispetto all’Altro. Mentre l’identificazione immaginaria, del livello inferiore, è completa, in quello di sopra c’è qualcosa che viene a mancare. Il “desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” se lo si prende sul versante destro, con il d, “dall’altro” diventa la struttura del fantasma. È lì che Lacan, in un modo un po’ spregiudicato, ma sufficientemente nascosto, utilizza l’arma di Hegel contro Hegel. Finora sosteneva: “Hegel dice: il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”, è il piano identificatorio, l’Altro che vuol essere riconosciuto. Per Freud non è così. In analisi non è così. 
“Il desiderio dell’uomo è desiderio dell’Altro” non è più a livello di riconoscimento. Miller dice una frase ambigua: “perché l’Altro vorrebbe essere interpretato”. C’è bisogno di qualcosa che è dell’ordine dell’analisi. 
Com’è che Lacan giustifica il passaggio dal primo piano al secondo? Se non si passa al secondo piano la psicoanalisi è inutile. La filosofia, la saggezza... sono sufficienti. Il piano di Freud è quello di sopra. Lacan è guidato da Freud e, in effetti, fa riferimento a Freud per assicurare la certezza di poter stare su questo piano superiore.
Come è che Lacan compie il passaggio da “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” hegeliano a quello freudiano? Dov’è l’operatore logico che permette il passaggio? È il padre morto (p. 813 e p. 815). La nostra doxa è il padre morto. Il padre morto è il padre simbolico. Lacan passa a questo livello senza giustificarlo, se non con un sogno di Freud. Per compiere il passaggio dal “desiderio dell’uomo hegeliano” al “desiderio dell’Altro freudiano” Lacan utilizza come operatore logico “il simbolo è l’uccisione della Cosa”. “Il simbolo è l’uccisione della Cosa” è uno schema di fondo che Lacan utilizza sempre, che rivela una sola volta ne La significazione del fallo. La chiave passepartout che Lacan ha in tasca, con cui apre più porte, anche in questo testo. Hegel dice “il simbolo è l’uccisione della Cosa” e Lacan utilizza questa chiave hegeliana per smontare tutta l’articolazione di Hegel. A p. 813 si trova: «il simbolico domina l’immaginario». Qual è l’operatore che porta a questa affermazione? Se a livello di quello che chiamerà all’epoca “immaginario”, che comporta già anche il reale, si mette “das Ding”, l’uccisione di das Ding dà il significante tramite l’aufhebung hegeliano. La parola chiave per far capire che è su questa lunghezza d’onda è il termine “mort”, ovvero “uccisione”. Si legge: «ed in questo ci si può domandare se non sia proprio l’uccisione ad essere il Padrone assoluto». Con questa frase Lacan mostra che utilizza la chiave di Hegel. In effetti, tre righe dopo, dice: «si tratta di sapere quale morte». 
Lacan l’utilizza questo schema nel passaggio dal “bisogno” che, barrato, diviene “domanda”, il bisogno deve essere messo in catena significante. Prendendo lo stesso schema: il bisogno passando dalla aufhebung, che è allo stesso tempo “cancellazione” ed “elevazione” al livello della domanda, dà come risultato il desiderio (p. 807). Lacan compie tale operazione anche con i primi due grafi. Nel primo grafo (p. 807), all’inizio, c’è una specie di D da una parte e $ dall’altra. Nel grafo seguente (p. 810), $ è spostato sulla destra, non è più sulla sinistra. C’è uno spostamento. Lacan cambia il grafo. Il primo grafo è il grafo del bisogno. Il grafo del bisogno viene barrato quando è messo in catena significante. Lo schema di fondo è: das Ding viene barrato e diventa il simbolico. Sotto c’è il bisogno che viene barrato, diviene domanda, e all’epoca dirà che ritorna come desiderio. In questo caso, il desiderio è dell’ordine del significato, mentre qualche anno dopo sarà dell’ordine del significante.
Chi c’è qui sotto? Si potrebbe dire: l’essere umano nella sua materialità, che non esiste perché venendo al mondo è già nell’ordine del linguaggio. Quello che supponiamo entrare nella catena significante ritorna, ed è l’essere umano come soggetto, come “mancante di…”. Anche nel testo, si nota che Lacan, forse per dare una mano ai cattolici e ai protestanti, dice che ha a che fare con qualcosa del peccato originale. Il peccato originale è al livello di “qualcosa che manca”, a un livello completamente mitico. Non manca di niente, però messo nella catena significante viene a mancare.  Quando Lacan dice “significato” vuol dire il soggetto umano. 
Il grafo di p. 807 si trova a livello del bisogno, mentre quello a p. 810 si trova a livello del desiderio: la chiave passepartout che Lacan utilizza è lo schema hegeliano de “il simbolico è l’uccisione della cosa”.
Lacan fa fuori Hegel tramite la meccanica hegeliana stessa... senza dirlo ad alta voce perché questa conferenza è stata pronunciata davanti a un pubblico di filosofi... non veramente molto gentili con lui, in particolare Jean Wahl, come fa notare con una piccola nota.  
È esattamente questa chiave che permette a Lacan di leggere il mito di Freud. Lacan afferma che c’è un solo mito moderno: quello di Totem e tabù. Lacan dice che il padre primitivo è esistito nella logica, ma mai esistito nella realtà, lo sposta.
Il passaggio da “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” di Hegel a Freud lo si trova alle pp. 816-817. 
Alla p. 818 abbiamo il, chiamiamolo così, “grafo del pescatore”. Lacan dice: «di quale bottiglia questo è il cavatappi?».  Il “Che vuoi?” è in italiano perché Lacan lo riprende dal testo di Cazotte Il diavolo innamorato che è in italiano. Come ha notato giustamente Bassols, non è tanto il “che vuoi da me?”, ma è “che mi vuole lui?”, o meglio “che vuole?”, cioè non soltanto “io sono agente” di qualcosa rispetto al volere dell’Altro, ma “io sono oggetto”.
In questo caso, l’Altro è a livello della pulsione, pulsione che si presenta come una domanda del soggetto ma che non controlla. 
Lacan situa da una parte A, l’altro concreto, dall’altra parte l’Altro, l’Altro a livello analitico, l’Altro nostro di ognuno di noi, tutto ciò che è dell’ordine della pulsione e che metteremo in domanda. Compongono il nostro Altro l’insieme dei nostri significanti. Vi è disgiunzione tra l’Altro concreto, padre, madre..., e l’Altro che è l’insieme dei significanti che ci hanno determinato: questi ultimi ci mettono in difficoltà, non son più il padre e la madre.  
Quale posizione occuperà l’analista? Per esempio, una delle cose da evitare, anche se i vostri pazienti vi mettono in quel luogo, è di farsi identificare con il padre e la madre, loro hanno il diritto di farlo, ma voi avete il dovere di spostarvi. Il che vuol dire arrivare a far capire che l’Altro per il soggetto è l’insieme dei significanti che lo hanno determinato sin da bambino, che, per esempio, il padre gli ha dato uno schiaffo senza volerlo, o la madre ha avuto una relazione volendolo, e lui, bambino, era lì con gli occhioni a vedere questo. Tutto questo è dell’ordine dell’Altro del soggetto. La posizione dell’analista è complicata proprio per questo, deve incarnare qualcosa che non ha nulla a che fare con il suo essere incarnato nei suoi significanti. L’analisi didattica è arrivare ad avere un desiderio deciso senza fantasma. Nell’ultima parte della sua vita, Lacan ripeteva: “tutte le volte mi chiedo io che ci sto a fare in un’analisi”, proprio perché c’è questa disgiunzione.
Relativamente al grafo (p. 819), quando si chiude la via immaginaria, quella del primo piano, m-i(a), si apre la via simbolica, quella del livello di sopra. I due piani li avrei messi uno dietro l’altro. “Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” copre quello che c’è dietro, tant’è vero che quando si inizia un’analisi si comincia inveendo contro i genitori, ci vuole un po’ di tempo per capire che loro ci stanno come i cavoli a merenda, e del resto l’esperienza analitica è che ognuno in analisi è in posizione femminile. Quindi ci si corica sul divano ci si occupa unicamente dei propri genitori, al soggetto dei figli gli importa molto meno.
In questo testo Lacan dice che la causa del fantasma è il significante, qualche anno dopo dirà che è l’oggetto. C’è una mancanza che è costitutiva, e che è indicata con s(Ⱥ), Lacan l’ha indicato come il punto estremo della femminilità. Nonostante Lacan dica che le donne abbiano un accesso più facile a ciò, non è detto che il mistero sia per loro risolto. Lacan lo indica come un significante mancante. È la castrazione. Per avere un desiderio soggettivato, in un certo qual modo “normalizzato”, bisogna passare per la castrazione. Solo la castrazione permette questo accesso. Quindi, al posto di “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” bisogna dire “il desiderio dell’uomo è il desiderio di quella costruzione dei significanti che permettono la castrazione”. È solo la castrazione che permette al soggetto di arrivare a quel punto dove Lacan dice che il desiderio «si presenta come ciò che uno non vuole» (p. 818), infatti, in quegli anni Lacan decideva che la fine di un’analisi era data proprio da questo. O meglio, l’inizio dell’analisi sta nella divisione tra desiderio e volere: “io voglio tanto bene a mia moglie, però quando vedo quei visini per strada…”. Per Lacan la fine di un’analisi è quando uno vuole ciò che desidera e desidera ciò che vuole. Questo porta nella carne della propria divisione soggettiva: “tu vuoi questo però in realtà desideri un’altra cosa”. Come si arrangia la faccenda? Solo tramite la castrazione. Lacan sosterrà questa tesi fino alla fine, infatti in Joyce il Sintomo, a p. 559 degli Altri scritti, scrive, facendo il verso alla posizione del Santo dell’analista di cui parla in Television: «A dire il vero non c’è un Santo-in-sé, c’è solo il desiderio di cesellare quella che si chiama la via, la via canonica. Per cui capita che si ‘ntomi nella canonizzazione della Chiesa, la quale ne sa quanto basta per riconicarsi, ma in tutti gli altri casi prende un grosso granchio. Infatti non c’è via canonica per la santità, malgrado la volontà dei Santi; non c’è una via che li specifichi, che faccia dei Santi una specie. C’è solo la scabellostrazione, ma la castrazione dello sgabello si compie esclusivamente con la escappata. C’è Santo solo a non voler esserlo, solo se si rinuncia alla santità». Cambiate “santo” con “analista” e vedete che cosa dà. Lacan dice che Joyce ha usato uno sgabello per salirci sopra e farsi bello… dello sga-bello... ci vuole la castrazione dello sgabello.
Verso la fine di Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, è il complesso di castrazione che dà la chiave di cosa vuol dire “sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”: «In questo complesso di castrazione troviamo la molla principale di quella sovversione che stiamo tentando di articolare - sul versante del soggetto - con la dialettica - quella del desiderio -. Giacché, propriamente sconosciuto fino a Freud che l’introduce nella formazione del desiderio, il complesso di castrazione non può più essere ignorato da nessun pensiero sul soggetto» (p. 823). Questo è il punto teorico finale e strutturale, “è un osso duro”. 
Da lì in poi riprende qual è il valore di s(Ⱥ) e, a p. 825, vedete la teologia di Lacan. La teologia di Lacan lo porta, tra l’altro, a rivedere la funzione, uso il termine non a caso, Dio. Un conto è il Dio di Einstein, che riguarda l’Altro dei giochi, il “Dio non gioca ai dadi”, ma ciò che riguarda ciascuno, uno per uno: è il sacrificio. C’è un passaggio dove dice che a Freud è rimasta la tomba vuota di Mosè. È rimasto un enigma. Come quello di Cristo rimane un enigma per Hegel. Lacan da una soluzione, è: s(Ⱥ) che viene realmente al posto del morto, ed è quello che apre la possibilità della normalità per l’essere umano. s(Ⱥ) è legato alla questione del sacrificio di Abramo, Isacco, ecc., di cui parlerà nel “Seminario inesistente”, il Seminario di cui c’è una sola lezione prima del Seminario XI. La questione del sacrificio è qualcosa con cui ogni nevrotico si trova ad avere a che fare: è il suo rapporto con la castrazione. 
Lacan prosegue con una parte sul fallo simbolico, una delle variazioni che Lacan darà del fallo. Fallo che è il personaggio più complesso che la psicoanalisi abbia prodotto, e anche il più mutevole. Il fallo ha un sacco di vestiti, ha il vestito immaginario, quello simbolico, quello reale, quello di me, quello che rende impossibile il rapporto tra l’uomo e la donna… il fallo ha una panoplia di vestiti, a volte esce pure vestito come il prefetto di polizia del balcone di Janet, a cui Lacan fa riferimento nel Seminario V.
Da p. 827 in poi, Lacan scrive annotazioni da un punto di vista strettamente clinico, che riguardano un po’ la perversione e molto la nevrosi ossessiva e l’isteria. In questo scritto non parla della psicosi dicendo che si ferma al primo piano del grafo. Com’è la cura dello psicotico in Sovversione del soggetto? Lacan dà l’impressione che non sa ancora muoversi. Dice che con gli psicotici ci si ferma al primo piano. Per la fine della cura accentua la questione del desiderio nevrotico, ma rimane l’enigma se ci sia un desiderio nello psicotico. A p. 830 termina: «L’esperienza analitica testimonia che comunque è la castrazione a regolare il desiderio, nel normale e nell’anormale». Cosa intende con questo “anormale”? È forse un interrogativo che Lacan si dà sulla psicosi?

In questa seconda parte dell’incontro propongo un’analisi testuale.
Iniziamo con p. 795: «Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi». 
“Dialettica” è la parola che Lacan utilizza, fino a dieci anni prima, per indicare il transfert, l’aspetto immaginario del transfert (rif. Intervento sul tranfert). 
«Che essere un filosofo voglia dire interessarci a ciò cui tutti sono interessati senza saperlo»: trovo che sia una bella definizione della filosofia. 
Dopo parla di Hegel, suo interlocutore, e soprattutto di Fenomenologia dello Spirito da cui Lacan estrae la famosa frase: “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”.
Qualche riga dopo: che cos’è il soggetto? Il soggetto è ciò che è in un rapporto con il sapere, però «agevole anche per dimostrare l’ambiguità di un simile rapporto». Tutto si gioca su questa ambiguità: per Hegel non va dalla parte dell’ambiguo, per Lacan sì. 
Pagina seguente. Lacan si sposta. Non attacca frontalmente Hegel, si sposta utilizzando Nicola Cusano: «La stessa ambiguità manifestata dagli effetti della scienza nell’universo contemporaneo». Quindi passa a parlare della scienza e dello scienziato, e punta su qualcosa che è dell’ordine dell’ignoranza, sulla docta ignorantia. Per Lacan la psicoanalisi è possibile solo a condizione che ci sia la scienza moderna; questa non è stata una tesi generale di Lacan perché, fino al Seminario VIII, considerava che la psicoanalisi avesse un precursore in Socrate. Socrate è nella posizione dell’analista, soprattutto in quel passaggio dove dice ad Alcibiade: “Tu sai che io non sono niente”, per Lacan è la posizione del desiderio dell’analista. In realtà, la psicoanalisi non poteva nascere prima della scienza moderna (rinvio a In difesa della psicoanalisi, dove la prima parte del mio testo tratta della questione). Lacan ritiene che la psicoanalisi sia dell’ambito della scienza pur non essendo scienza. È una specie di contraddizione, ma è proprio lì il limite dato dalla scienza. Evidentemente, la scienza moderna è des-immaginarizzata. Con Galileo si è creata una situazione paradossale con cui Dio inizia ad essere barrato. Nello stesso tempo avviene anche nel soggetto, anche se tutto viene spostato sull’Io, sul Cogito ergo Sum di Cartesio. Cosa diventa il soggetto nella scienza? Diventa, se posso fare una metafora, come il puntino sul radar di una nave: non si capisce niente se non la posizione logica di quella nave. Nel radar non c’è scritto com’è fatta la stanza, com’è fatto il salone, ecc., è essenzialmente la posizione logica di quella nave rispetto al radar. Il soggetto prende questa posizione puntiforme e, nello stesso tempo, dice Lacan, evanescente: senza più carne. C’è bisogno di “quel soggetto” per poter affrontare il soggetto dell’inconscio.
Lacan propone una sovversione del soggetto: «In che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi» (p. 796). 
Poi Lacan comincia a prendersela con “quegli altri”, “gli psicoanalisti d’oggi”, indicando quelli dell’Internazionale e facendo riferimento a un testo, uscito negli anni ‘50, che indicava la posizione degli psicoanalisti dell’epoca, La psychanalyse d’aujourd’hui, scritto da una persona che non cita mai, tranne una sola volta togliendoci le vocali, cioè Nacht.
Lacan scrive: «Ciò che tenteremo di definire è la sovversione in se stessa, (…) come perno della nostra dimostrazione» (p. 796). Spiega che per sovvertire il soggetto bisogna dire no all’empirismo. È una posizione molto interessante perché tutta la psicologia proviene dall’aver detto sì all’empirismo. Per Lacan il medioevo è stata un’epoca estremamente importante perché basata sulla logica, ne sono un esempio le Quaestiones Disputatae tra i grandi teologi, in cui ogni tanto Lacan ci mette il suo zampino, devo dire in modo sempre molto preciso e corretto, tenendosi sempre dalla parte di Tommaso D’Aquino. Si arriva a dire che il sapere arriva o da un’induzione o da una deduzione. La deduzione deriva dal platonismo, dalle idee deriva un sapere dedotto, mentre l’induzione deriva dalle piccole cose dell’esperienza, tutto il positivismo viene da qua, cioè se facciamo una, due, tre esperienze, una dopo l’altra, possiamo estrapolare la regola. L’empirismo è squalificato da Lacan perché pensa che ci sia un’unità del soggetto, un’unità immaginaria del soggetto. Lacan dice che non è altro che un ritorno al soggetto della conoscenza. La conoscenza per Lacan esiste solo in un campo: si può leggere solo come la legge la Bibbia, la conoscenza è un rapporto carnale. Quando uno dice che “Tizio ha conosciuto Caia” vuol dire che ci è andato a letto. Semplicemente quella è conoscenza per Lacan, altrimenti pensa che sia semplicemente dell’ordine dell’immaginario, cioè una costruzione che uno si fa, su cui uno ci si siede sopra come uno sgabello.
Freud per “conoscere”, anche se sarebbe meglio dire “sapere”, non ha fatto altro che dar credito alle isteriche: «Ed ecco l’enormità: a quelli - del versante della filosofia - egli preferisce il discorso dell’isterico» (p. 798). «Ciò che abbiamo chiamato momenti fecondi nel nostro modo di collocare la conoscenza paranoica non è un riferimento freudiano», Lacan mette anche al suo posto l’amico Salvador Dalì, che all’epoca diceva che se Lacan aveva capito qualcosa della paranoia era grazie a lui… in un certo senso era anche vero.
«Dobbiamo penare per far capire, in un ambiente infatuato del più incredibile illogismo, che cosa comporti l’interrogare l’inconscio come facciamo noi, cioè fino al punto in cui esso dia una risposta non dell’ordine del rapimento o dell’atterrimento, ma una risposta in cui dica perché». Nel lavoro di analista si fa in modo che l’inconscio dica “perché” con i mezzi freudiani, il motivo dell’inconscio di tenere quel sintomo.  Su che cosa si basa quel sintomo? Che dica il perché. Quello che era formidabile in Lacan è che con una mano vi scuoteva, “devi dire perché!”, con l’altra vi teneva, uno non si sentiva mai lasciato cadere.
«Se noi conduciamo il soggetto da qualche parte, è appunto ad una decifrazione che suppone già nell’inconscio questa sorta di logica: in cui si riconosce, per esempio, una voce interrogativa, oppure il procedere di un’argomentazione. Tutta la tradizione psicoanalitica sta a sostenere che la nostra argomentazione può intervenire solo se entra dalla parte giusta, e che se questa anticipa su quella ne ottiene soltanto la chiusura». Quindi, prima logica, inquadramento, e poi decifrazione.
Più avanti dice: «Ci accostiamo al soggetto» senza rito di passaggio, la psicoanalisi non è un rito di passaggio. «Tutto ciò serve solo ad accostarci al nostro soggetto», per fare che cosa? «Un passo copernicano». Lacan fa riferimento a elipse. Elipse ha due traduzioni in italiano, Lacan le utilizza tutte e due. Elipse vuol dire che manca qualcosa nella letteratura, manca un elemento. È anche l’ellisse in astronomia: nel movimento degli astri c’è uno dei due fuochi che è vuoto. Lacan è lì che vuol portare la questione copernicana. Non è come si pensava prima, cioè che il sole, o qualunque altra cosa, è al centro e ci si gira intorno, ma ci sono due luoghi, uno pieno e l’altro vuoto ma operativo. Il punto è che c’è un vuoto operativo. In italiano, in letteratura si chiama “ellissi” mentre in astronomia “ellisse”; in francese sono tutte e due con lo stesso termine. Lacan ricorda come Copernico non parli degli oggetti, degli astri, ma del movimento; quello che conta è come si muovono, poco importa se sono questo o quest’altro. 
A p. 800 affrontiamo Hegel. Per Hegel la verità è ciò che manca alla realizzazione del sapere. Lacan dice: «L’antinomia che la traduzione scolastica…». Ricordate la “Adaequatio rei”? Nei miei studi di teologia e filosofia si ricordava come, tutto sommato, Hegel fosse un teologo travestito da filosofo. Il problema di ciò che viene chiamato Verità, con la maiuscola, in religione è rivelata, mentre per Hegel non ha quelle delimitazioni che invece esistono nella posizione della verità rivelata. La verità, soprattutto nella dottrina cattolica, è delimitata. C’è una differenza: per il teologo Hegel la verità è ciò che manca al sapere, invece nella teologia la verità è sempre stretta e delimitata. La posizione di Hegel arriva al Sapere Assoluto, Selbstewusstsein, essere cosciente di sé, onnicosciente (p. 800). Lacan dice: «Volesse il cielo che fosse così». Non è così. E alla fine del paragrafo c’è scritto: «non si collegano». Le teorie non si collegano affatto, secondo la dialettica tesi, antitesi e sintesi che darebbero questa assise completa del Sapere. «D’altronde la confusa voce di certi scricchiolii (…) è da altrove che deve suonare l’ora della verità». Si noti questo “altrove”, ailleurs: qualche anno prima Lacan definisce l’inconscio come ailleurs
Segue, a p. 801, un duplice riferimento: al soggetto assoluto di Hegel e al soggetto abolito dalla scienza moderna. C’è un rientro della verità che è stata rimossa da Hegel. La posizione logica della verità non è semplicemente quello che manca. Pertanto ritorna. In che modo? Tramite la scienza.
A p. 801, Lacan avanza la critica contro Hegel, presentando una posizione che va verso Freud: «Nel campo freudiano, malgrado le parole, la coscienza è un tratto altrettanto caduco nel fondare l’inconscio», quindi non è sulla posizione di Hegel. Prosegue: «nel fondare l’inconscio sulla sua negazione», cioè non-coscienza, «la coscienza è un tratto altrettanto caduco nel fondare l’inconscio sulla sua negazione quanto l’affetto è inadatto a sostenere il ruolo di soggetto protopatico». Non è l’inconscio il contrario della coscienza. L’affetto è inadatto a sostenere il ruolo del soggetto. Invece, tutta la lettura d’oggi del mondo moderno utilizza l’affetto come ciò che dà sicurezza al soggetto. Come la coscienza non è sufficiente per fondare l’inconscio semplicemente come negazione della coscienza, così anche l’affetto è inadatto a sostenere il ruolo di soggetto protopatico. Lacan dice che l’inconscio come negazione della coscienza lo conosceva già San Tommaso d’Aquino. 
Lacan dà la seguente definizione di inconscio: «L’inconscio a partire da Freud, è una catena di significanti che da qualche parte (su un’altra scena, egli scrive) si ripete ed insiste per interferire nei tagli offertigli dal discorso effettivo e dalla cogitazione che informa». È l’inconscio freudiano per Lacan. Non è la posizione dei post-freudiani. «In questa formula, che è nostra solo perché conforme sia al testo freudiano che all’esperienza, che esso ha aperto, il termine cruciale è significante». E dice che Freud mancava dello strumento della linguistica.
Lacan indica dove si trova il soggetto: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?» (p. 802). Ne dà due o tre modalità, riprendendo il testo dei due grandi grammatici Damaurette e Pichon. Il soggetto è lo shifther, cioè chiunque parla vuol dire “Io”, e nessuno può essere geloso dell’Io che l’altro dice, tranne che lo psicotico. Ma è il modo che designa qualcuno senza significarlo. 
«Chi parla? Quando si tratta del soggetto dell’inconscio» (pp. 802-803). Chi parla nel motto di spirito e nel lapsus? Ricordo che nel ‘78 una volta Lacan venne a Bruxelles. In una riunione, Pierre Malengreau gli pose la questione: “Quando c’è un lapsus dov’è la verità? In quale parte sta la verità? In quello che uno voleva dire o in quello che uno ha detto?”. Lacan risposte: “In tutti e due” (questo testo sarà pubblicato nel prossimo numero de La Psicoanalisi con il titolo “Sull’isteria”). È ciò che dice Freud. Una delle definizioni che Lacan dà dell’inconscio è: quello che sta nella differenza tra quello che uno dice e quello che avrebbe voluto dire. Lacan sta mettendo da parte il soggetto secondo Hegel, e lo sta indirizzando verso come lo presenta Freud.
«Perché la nostra caccia non sia vana (…) bisogna ricondurre tutto alla funzione di taglio» (p. 803), taglio che si ha tra significante e significato. Lacan mette insieme lo schema di De Saussure (S/s) e quello di Hegel (il simbolo è l’uccisione della Cosa). Per Lacan l’aspetto più importante è il taglio. La funzione più forte del taglio «è quella che fa da sbarra tra il significante e il significato. È qui che si sorprende il soggetto che ci interessa perché, annodandosi alla significazione ecco posta l’insegna del preconscio. Col che si arriverebbe al paradosso di concepire che il discorso nella seduta analitica vale se non in quanto esso inciampa»: questo è il motivo della regola freudiana. La regola freudiana è un imbroglio, un giusto imbroglio. Quando il paziente va sul lettino ricordategli la regola freudiana… io uso leggere il testo di Freud che si trova nel volume 6, a p. 10, le ultime due righe: ditegli esattamente la frase che Freud ha detto all’Uomo dei topi, è estremamente importante [«gli esposi l’unica condizione a cui la cura lo avrebbe impegnato, quella di dire tutto ciò che gli passasse per la mente, per sgradevole che fosse, per non pertinente o assurdo gli sembrasse», Freud S., Opere, Vol. VI, p. 10]. Una volta Miller ci ha fatto dire che cosa noi diciamo quando iniziamo un’analisi con i nostri pazienti. Lacan diceva che a partire da quello che dite al paziente si può dedurrà la vostra teoria. La regola fondamentale è, come dice Freud, l’unica regola a cui un’analisi è tenuta. Se fissate il paziente lì è possibile che l’inconscio “venga fuori”, altrimenti non riuscite a operare su di esso… poi l’inconscio viene fuori tutti i secondi della nostra vita, soltanto che non aiutate a fissarlo.
In questa seconda parte del nostro incontro volevo solamente darvi la modalità, anche troppo rapida, di come Miller ci ha insegnato a lavorare un testo. Miller ci metteva due ore per tre righe. Era estremamente più lento. Io ho saltato dei passaggi, ma prendete il testo e vedete qual è il suo punto di capitone. È molto importante che il punto di capitone si trasformi in realtà, quando fate l’analisi come analisti, nell’oggetto piccolo a. Il punto di capitone è l’oggetto piccolo a in una seduta. Lacan arriva a dire che basta una frase per puntarlo. È la logica del funzionamento per le sedute brevi. Quello che il paziente dice in seduta è da leggere così: Dov’è il punto di capitone? Da dove sta parlando il soggetto? Da che punto? A chi parla? Chi è il partner del soggetto? Quando si individua il partner, individuate qualcosa dell’oggetto a.
Lacan indica che il soggetto non è più quello hegeliano del Sapere Assoluto, piuttosto della discontinuità: «Solo questo taglio della catena significante verifica la struttura del soggetto come discontinuità nel reale» (p. 803). Questo è ciò a cui si deve puntare.
«Essere di non-essente, è così che l’Io fa il suo avvento come soggetto che si coniuga nella doppia aporia di una vera sussistenza che si abolisce dal suo sapere, e di un discorso in cui è la morte a sostenere l’esistenza. Commisureremo allora questo essere con quello forgiato da Hegel come soggetto» (p. 804). Lacan legge “il desiderio dell’uomo è desiderio dell’Altro” non più sul versante hegeliano ma sul versante in cui c’è la morte in gioco, si potrebbe dire “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro, ma il desiderio dell’uomo è il desiderio della morte”. Altro in quanto “morte” fa la sua entrata. “Morte” che si coniuga con l’uccisione, meurtre, del padre primitivo.
«Non esporremo ora la nostra dottrina della follia. Questa escursione escatologica infatti serve soltanto a disegnare quale beanza separi queste due relazioni, quella freudiana e quella hegeliana, del soggetto col sapere. E la radice più sicura di questa separazione è nei modi con cui in essi si distingue la dialettica del desideri» (p. 804). È lo status quaestionis se sia possibile una dottrina diversa del soggetto con il sapere. Da una parte, in Hegel, il soggetto è articolato al sapere che comprende la verità, dall’altra, in Freud, il sapere del soggetto è dell’ordine dell’inconscio e la verità del soggetto è dell’ordine della menzogna. 

Successivamente, Lacan apre su questa scissione: da una parte, sul versante di Hegel, il desiderio dell’uomo che sarà dell’ordine del riconoscimento, dall’altra il desiderio che sarà dell’ordine della castrazione.

Trascrizione di Alberto Tuccio
Preparazione redazionale di Giuseppe Perfetto

domenica 16 febbraio 2014

Seminario del 14 dicembre 2013.Docente invitato: Jean-Louis Gault

Seminario del 14 dicembre 2013
Docente invitato: JEAN-LOUIS GAULT


Presentazione di Marco Focchi
Dopo anni nei quali ci siamo occupati di temi collegati più al sociale, al mondo contemporaneo, quest’anno abbiamo scelto invece un filone clinico. Lacan dava un’indicazione clinica: bisogna disangosciare, ma non decolpevolizzare. La via per disangosciare è quella che va dall’angoscia al desiderio, cioè quella che, in fondo, toglie l’ingombro, la presenza, l’incombenza dell’oggetto e lascia spazio perché il desiderio si manifesti.
Il testo di riferimento per le letture fondamentali di quest’anno è Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano. Un testo del ‘60, centrale negli Scritti di Lacan. Un testo in cui viene messo in forma, per la prima volta in uno scritto, il grafo che Lacan ha elaborato nel Seminario IV e nel Seminario V: il grafo del desiderio”, come lo chiamiamo abitualmente. È lo scritto dove abbiamo il maggior sviluppo di Lacan sul tema del desiderio.
L’ultimo seminario di Lacan che è stato pubblicato in Francia è il Seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione. È contiguo a questo scritto, ed è il seminario in cui si conclude, nell’opera orale di Lacan, l’elaborazione del grafo. Questo testo degli Scritti è il più vicino al Seminario VI e ci dà dei riferimenti, delle coordinate importanti per leggere questo seminario, quando avremo il testo in italiano.
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio è un testo che Lacan ha pronunciato di fronte ad un’assemblea di filosofi, quindi ritroviamo molti riferimenti ad autori filosofici: nella prima parte, quella che commenterà J.L. Gault, si riferisce in particolare a Hegel. Pur parlando a un’assemblea di filosofi, questi riferimenti sono però declinati da Lacan sempre in senso clinico. Le grandi figure hegeliane, come la “coscienza infelice”, sono utilizzate per illustrare le svolte della clinica. È anche un testo che prende congedo da una certa lettura della filosofia, e apre un nuovo orizzonte di pensiero: è uno scritto cerniera tra i riferimenti culturali di Lacan.
Relatore oggi è Jean-Louis Gault, analista di spicco del Champ freudien e membro dell’Ècole de la Cause freudienne.


Relazione di Jean-Louis Gault
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano è un testo del 1962. È uno scritto tratto da un’esposizione orale pronunciata durante la partecipazione di Lacan a un congresso riunito a Royaumont sul tema della dialettica.
Lacan scrive nella prima pagina dello scritto: «Questo testo rappresenta la comunicazione che abbiamo fatto, a un Congresso riunito a Royaumont su iniziativa dei “Colloques Philosophiques Internationaux” sul tema: La dialettica, cui eravamo invitati da Jean Wahl, tenutosi dal 19 al 23 settembre dell’anno 1960». E precisa Lacan: «La data di questo testo, anteriore al Congresso di Bonneval da cui è uscito quello che gli fa seguito, che ce lo fa pubblicare: per dare al lettore l’idea dell’anticipo in cui è sempre stato il nostro insegnamento in rapporto a ciò che potevamo farne conoscere». Poco dopo il congresso sulla dialettica, si tiene a Bonneval, nel novembre del 1960, il congresso sull’inconscio freudiano, dove Lacan presenta Posizione dell’inconscio. Lacan ricorda che Posizione dell’inconscio, che viene pubblicato dopo negli scritti, è il testo che segue Sovversione del soggetto. C’è una relazione tra “sovversione” e “posizione”.
Ho riunito alcune riflessioni sulla prima parte di Sovversione del soggetto sotto il titolo: “Verità e sapere”. Per Lacan il problema sarà trattare il sapere accumulato da Freud e dagli psicoanalisti post-freudiani a partire dalla verità freudiana, cioè giudicare il sapere a partire dalla verità. Per noi è lo stesso problema: come leggere Lacan, come trattare il sapere accumulato da Lacan a partire dalla verità dell’insegnamento di Lacan? Non si tratta di giudicare gli enunciati di Freud o di Lacan a partire dal sapere, ma di discutere questi testi a partire dal movimento di verità che si ripercuote nella ricerca di Freud o nella riflessione di Lacan. La nozione del soggetto, che Lacan introdusse nella teoria analitica, fu il suo modo di risolvere l’antinomia tra sapere e verità. L’operatore messo in gioco da Lacan per trattare la tensione tra sapere e verità è proprio questo concetto di soggetto, che funziona a favore della verità. Per esempio, Lacan riferisce il suo concetto di soggetto al soggetto di Cartesio perché il soggetto cartesiano emerge come resto dello svuotamento del sapere. 
Non c’è una dogmatica nell’insegnamento di Lacan. Lacan non si deve leggere a partire dal sapere come dogmatico, ma attraverso un sapere che si confronta con momenti di verità, cioè un sapere messo alla prova della verità. 
In Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio incontriamo un’opposizione tra dialettica e struttura, introdotta da Lacan nella sua interpretazione dell’esperienza analitica. La prima parola che incontriamo in questo testo è “struttura”. Il testo comincia così: “Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi”. Questo scritto è animato da una tensione fra dialettica e struttura. Lacan aveva utilizzato la dialettica sin dall’inizio, a partire da Hegel, poi, come lui stesso dice, per sbarazzarsi di tutto “l’immaginario tanto apprezzato nella clinica”. La prima tappa necessaria, per ridurre il peso dell’immaginario nella psicoanalisi, fu introdurre la concezione strutturale dell’esperienza e della teoria analitica.
All’epoca di questo scritto, fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60, in Francia c’era un dibattito su dialettica e struttura. Per esempio, l’introduzione della posizione strutturale di Lévi-Strauss, come nel suo libro sul Pensiero selvaggio del ‘62, si presenta come una critica della ragione dialettica di Sartre. L’emergere dello strutturalismo è una reazione all’esistenzialismo e alla dialettica. In Foucault, nel ’66, in Les mots et les choses per esempio incontriamo una critica de L’essere e il nulla di Sartre. Vi è dunque opposizione: o dialettica o struttura. 
Lacan prende un’altra posizione. Per lui c’è la dialettica e la struttura, e introduce questa tensione tra dialettica e struttura nella sua riflessione sulla pratica e la teoria analitica. 
C’è antinomia tra struttura e dialettica perché la struttura non è dinamica: è la struttura come l’aveva elaborata Saussure, come relazioni tra elementi morti, che non hanno vita. In questo senso, la dialettica introduce la dimensione della vita. Ciò che era determinante per la struttura era la sincronia, la struttura rigetta la dimensione del tempo della diacronia.
Lacan tratta questa tensione partendo da la dialettica della parola e la struttura del linguaggio. Tematizza l’opposizione come il problema centrale dei rapporti del soggetto con la parola e con il linguaggio. Il soggetto parlante dell’esperienza analitica è preso tra la dialettica della parola e la struttura del linguaggio. Questo è il problema che tratta Lacan, perché per lui non c’è accordo tra la parola e il linguaggio.
Per Saussure, per esempio, c’è accordo tra parola e linguaggio, non c’è tensione. Lacan ha commentato i diversi paradossi del disaccordo tra parola e linguaggio, parlando della follia del sintomo (il sintomo è la traduzione della tensione tra parola e linguaggio) e anche delle ricadute della scienza. Così, a pag. 796 degli Scritti, Lacan scrive: «Lo scienziato che fa la scienza è lui pure un soggetto, ed anche particolarmente qualificato nella sua costituzione, com’è dimostrato dal fatto che la scienza non è venuta al mondo per incanto. (…) Ora questo soggetto [lo scienziato] che deve sapere ciò che fa, si presume almeno, non sa ciò che già di fatto negli effetti della scienza interessa tutti». C’è una tensione dal lato dello scienziato tra il suo rapporto con la scienza e gli effetti della scienza nella civiltà, sa ciò che fa quando fa la scienza ma non può sapere niente degli effetti del suo sapere. Si ripercuote, a livello della scienza, la tensione tra linguaggio e parola attraverso questa tensione nel sapere.
La difficoltà che incontra Lacan è la posizione quasi insostenibile di una struttura del linguaggio dove opera un soggetto dialettico. Ciò che testimonia di questa posizione insostenibile è proprio il titolo: Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio. La parola “dialettica” si sposta, non è più in relazione con il soggetto, con la dialettica del soggetto della parola, ma Lacan ne ha spostato il luogo, in relazione con il desiderio. E nel luogo della dialettica del soggetto incontriamo la “sovversione” del soggetto. Con questo testo Lacan introduce una nuova concezione del soggetto: una definizione non dialettica del soggetto, bensì strutturale. “Sovversione” del soggetto avviene dopo una concezione della pratica analitica che Lacan aveva precedentemente presentato come “realizzazione” del soggetto. Nel Discorso di Roma l’obiettivo di una cura analitica è presentato come una realizzazione soggettiva. Ma, già nel Rapporto di Roma, Lacan aveva questa preoccupazione: una definizione strutturale del soggetto. Vi è uno spostamento, dalla dialettica del soggetto del senso verso una definizione del soggetto a partire dalla struttura del significante.
La prima frase è: «Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi». E a pag. 802: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?». Prima la struttura. Struttura che struttura la pratica analitica. Struttura che definisce l’inconscio, e dopo Lacan tenta di definire un soggetto a partire dalla struttura dell’inconscio. 
Precedentemente Lacan usava una definizione dialettica del soggetto: riferiva il soggetto ad un altro soggetto, attraverso l’intersoggettività, attraverso il desiderio di riconoscimento del soggetto. Tale definizione del soggetto dall’intersoggettività è una definizione del soggetto a partire dal soggetto, perché l’altro soggetto è un soggetto, dunque vi è un circolo vizioso nella definizione del soggetto. Non è un peccato il circolo vizioso, perché è una necessità, necessità di fondare una teoria a partire da qualcosa che non si può definire, ma in questa prima concezione della teoria analitica era il soggetto l’elemento che non si può definire perché si definisce tutto a partire dal soggetto stesso.
Precedentemente avevamo prima il soggetto e dopo veniva il resto, qui Lacan introduce prima la struttura e dopo il soggetto. La struttura è qualcosa che si instaura prima del soggetto. Prima Lacan poteva definire l’esperienza analitica a partire dal soggetto, qui la definisce a partire dalla struttura del linguaggio. “Una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi”, prima Lacan non diceva questo, diceva che è il soggetto che è costitutivo della prassi che si chiama psicoanalisi. Questo è il rovescio operato da Lacan in questo scritto.
Lacan elabora la questione nell’ambiente intellettuale dell’epoca. La posizione di Lacan è molto originale perché adotta la struttura ma non rigetta il soggetto, e cerca una nuova definizione del soggetto a partire dalla struttura. Mantenere la nozione di soggetto era una contraddizione per gli strutturalisti, per esempio Lévi-Strauss non ha mai capito perché Lacan avesse mantenuto il concetto di soggetto nella struttura. Consideravano il soggetto come pre-strutturalista. Althusser e Derrida parlavano dell’arcaismo di Lacan a proposito del suo desiderio di mantenere questa nozione di soggetto.
Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio «quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?». È il problema di Lacan in questo testo. Lacan introduce una problematica nuova. Con l’introduzione della struttura non si parla più di parola ma di catena significante: «L’inconscio, a partire da Freud, è una catena di significanti». Il soggetto è definito dalla catena di significanti. Il significante è l’elemento minimale della struttura, la struttura si riduce ai rapporti tra significanti, questo è dedotto dalla concezione della struttura di Saussure. A questo livello incontriamo un altro circolo vizioso: il significante è definito a partire dal significante, ciò indica che l’elemento che non si può definire è il significante, e a partire dal significante si definisce il soggetto. Lacan sostituisce alla dialettica la diacritica, la diacritica è la definizione di un elemento a partire dalla differenza con un elemento dello stesso tipo. La concezione saussuriana del significante dice che il significante si definisce soltanto come differente da un altro significante. Nella fonologia questo è chiaro, in italiano per esempio, distinguiamo due fonemi “r” e “l” perché c’è una differenza tra “rana” e “lana”, mentre nel giapponese “r” e “l” non si distinguono, c’è un solo fonema che copre il campo fonetico di “r” e”l”.  Ciò è molto importante nella clinica, per esempio il commento di Lacan del sogno del padre che non sapeva di essere morto parte da questa posizione differenziale. 
Riprendendo l’algoritmo saussuriano, Lacan definisce il significato come effetto del significante e il soggetto come un effetto del significante. Si tratta di una definizione del soggetto a partire dalla logica del significante. Definire il soggetto dalla logica non è definirlo a partire dal riconoscimento, com’era la sua posizione iniziale. Lacan mantiene la stessa parola “soggetto” ma ha un senso completamente diverso. Da Sovversione del soggetto il soggetto definito da Lacan è il soggetto dell’inconscio, precedentemente era il soggetto della parola, il soggetto che parla e che dava senso alla parola. Nella dialettica el soggetto, quando si trattava di un soggetto per un altro soggetto, il soggetto non era definito a partire dalla rimozione. Riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto possiamo concepire? Nella logica del significante, il soggetto è rappresentato da un significante per un altro significante. Non si tratta più di un soggetto in rapporto con un altro soggetto, ma di un significante in rapporto con un altro significante a livello della catena significante.
Lacan parla di “sovversione” del soggetto non più di “dialettica” del soggetto. La parola “sovversione” vuol dire: soggetto sovvertito dal significante. In precedenza, era il soggetto che era creatore del senso, ora il soggetto è rappresentato da un significante, è un soggetto creato. Al posto del senso viene il soggetto e il significante è il padre del soggetto, il creatore del soggetto. Il problema della creazione, di cui Lacan aveva parlato, si sposta verso il significante, dando al significante il posto di creatore del soggetto. 
Il soggetto è il soggetto dell’inconscio, non il soggetto della parola. Il soggetto non s’incontra più a livello della parola, a livello del discorso è un soggetto che sparisce. La questione che incontra Lacan è vedere come si presenta il soggetto a livello della catena significante perché il suo posto è stato rimosso, dunque non è più presente a livello della catena significante, si trova altrove che nel discorso concreto. Lacan mostra che se nel discorso concreto non incontriamo mai il soggetto dell’inconscio, lo lo possiamo incontrare altrove, e qui sta tutto il valore dell’opposizione fra enunciato e enunciazione. A pag. 802 Lacan scrive: «Una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire? Possiamo tentar di partire, in una preoccupazione di metodo, dalla definizione strettamente linguistica di Io, Je, come significante: dove esso non è altro che lo shifter o l’indicativo che nel soggetto dell’enunciato designa il soggetto in quanto parla attualmente. Esso designa cioè il soggetto dell’enunciazione, ma non lo significa. Com’è evidente nel fatto che ogni significante del soggetto dell’enunciazione può mancare nell’enunciato». Abbiamo un enunciato senza il segno del soggetto dell’enunciazione. Lacan incontra il problema di come si presenta il soggetto a livello del discorso concreto, e la sua preoccupazione è di costruire un concetto di soggetto conforme alla struttura del linguaggio.
Questo soggetto, ritenuto nell’inconscio, è un soggetto inedito nella storia del pensiero. Lacan parte dal soggetto della parola, lo introduce nella struttura del linguaggio e, nello stesso tempo, si trova costretto a modificare la definizione di questo soggetto.  
La frase iniziale di questo testo, «una struttura è costitutiva della prassi che si chiama psicoanalisi», rappresenta la destituzione del soggetto costituente, indica la sovversione del soggetto. Nella prima parte del suo insegnamento Lacan concepiva la cura, soprattutto la fine della cura, come una realizzazione del soggetto. Da questo momento deve cambiare la sua concezione e lo farà dicendo che la cura analitica si dirige verso la destituzione del soggetto. La parola “destituzione” del soggetto per caratterizzare la fine dell’analisi è in relazione alla concezione di un soggetto sovvertito dalla struttura. 
In questo testo, il primo riferimento ad autori è Hegel. Lacan evoca Hegel come «un’agevole mediazione per situare il soggetto: in un rapporto con il sapere» (pag. 795). Lacan dice che la situazione del soggetto, come lui lo introduce nella psicoanalisi, la trova in Hegel. E situa questo soggetto, a partire da Hegel, nella sua relazione con il sapere. Il sapere è ciò che si definisce dalla coppia S1-S2, dalla relazione tra un significante e un secondo significante.
Lacan utilizzava Hegel sin dall’inizio, per esempio nel ’51 come guida per orientarsi nella pratica analitica quando commentò il caso di Dora (Intervento sul transfert). Ma in questo scritto si oppongono due tipi di relazione con il sapere: la relazione con il sapere del soggetto hegeliano e la relazione del soggetto con il sapere in Freud.
In questo testo Lacan si allontana da Hegel, relativizzando il suo riferimento precedente nel proprio insegnamento, per esempio incontriamo questa riflessione: «Donde il nostro riferimento puramente didattico, lo si sappia, a Hegel, perché si comprendesse, ai fini di formazione che ci sono propri, in che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi» (pag. 796). Lacan spiega la sua posizione rispetto a Hegel: è stato il modo di introdurre la questione del soggetto nella psicoanalisi. Il “soggetto” veniva da Hegel, ma come « riferimento puramente didattico». La parola “didattico” svalorizza completamente il riferimento a Hegel. Non è Hegel il teorico al quale ci si può riferire, è soltanto un aiuto didattico. Ma introduce qualcos’altro: Hegel per far intendere, «perché si comprendesse (…) in che termini stia la questione del soggetto così come essa è propriamente sovvertita dalla psicoanalisi». Ciò che Lacan dice è: 1. abbiamo introdotto la questione del soggetto a partire da Hegel per mostrare che, 2. in definitiva, questa nozione di soggetto è sovvertita nella psicoanalisi. Lacan risponde a lui stesso, perché era lui ad aver utilizzato la nozione di soggetto dialettico di Hegel, lui stesso aveva definito la fine dell’analisi come realizzazione del soggetto. Qui Lacan fa riferimento alla soluzione ideale di Hegel: «Torniamo per questa via al servizio che ci attendiamo dalla fenomenologia di Hegel: che segna una soluzione ideale, quella (…) di un revisionismo permanente, in cui la verità è in costante riassorbimento in ciò che ha di perturbante, in se stessa non essendo altro che ciò che manca alla realizzazione del sapere. L’antinomia (…) qui è supposta risolta in quanto immaginaria. (…) Questa dialettica è convergente (…) [verso] un sapere assoluto» (pag. 800).
È la posizione che Lacan aveva adottato in precedenza trattando dell’esperienza analitica, come una dialettica convergente, come una dialettica di integrazione. Ciò supponeva un soggetto compiuto nella sua identità a se stesso. Lacan rigetta tale concezione del soggetto hegeliano, commenta il percorso delle figure della coscienza nella Fenomenologia dello spirito affermando che «questa dialettica è convergente (…)». La prospettiva del sapere assoluto è interpretata da Lacan come equivalente alla congiunzione tra simbolico e reale, congiunzione del simbolico con il reale, «e questo che altro è se non un soggetto compiuto con la sua identità con se stesso?». Il riassorbimento completo della verità nel sapere assoluto, questa riduzione del reale al simbolico, suppone un soggetto compiuto nella sua identità con se stesso, «in ciò si legge che questo soggetto è già lì perfetto». L’ipotesi fondamentale di tutto il processo era un soggetto compiuto nella sua identità a se stesso. Lacan aggiunge: «Ed infatti è nominato come ciò che ne è il sostrato», il sostrato dell’operazione della conquista del sapere assoluto «si chiama», nei termini di Hegel, «Selbstbewusstsein, essere cosciente di sé, onnicosciente».
Se la nozione del soggetto si sottrae alla dialettica, “sovversione” vuol dire che il soggetto non è identico a se stesso, che non si compie, che la sua divisione è definitiva.
Lacan oppone l’infelicità della coscienza in Hegel al disagio della civiltà in Freud: «Chi non vede la distanza che separa l’infelicità della coscienza che, per quanto potentemente scolpita in Hegel, si può dire essere ancora soltanto sospensione di un sapere dal disagio della civiltà in Freud » (pag. 801). Disagio della civiltà che «non può essere altrimenti articolato che come il rapporto di traverso (in inglese si direbbe: skew) che separa il soggetto dal sesso?». Evidentemente, non incontriamo in Hegel questa considerazione del rapporto di traverso del soggetto con il sesso.
Come concepire una dialettica del desiderio senza una dialettica del soggetto? Lacan qui non parla del desiderio del soggetto, ma del desiderio dell’uomo. 
C’è una difficoltà: Lacan incontra qualcosa che non è dialettizzabile. Lo sforzo di Lacan in questo testo sarà isolare gli elementi sui quali la pratica analitica si inceppa. 
La dialettica è sempre la riduzione all’unità degli opposti, il confronto fra due concetti opposti si risolve nel superamento dell’opposizione, cioè nella sintesi. Ciò vuol dire che la realizzazione del soggetto, come reintegrazione, sarebbe una de-sovversione del soggetto. Si sarebbe potuto pensare all’esperienza analitica come un tentativo di superare la sovversione del soggetto. Ma questa sovversione è definitiva: qui s’inscrive da parte di Lacan l’elaborazione del soggetto dell’inconscio, conforme alla struttura del linguaggio, definito a partire dalla catena significante e delle formazioni dell'inconscio. La sovversione del soggetto è qui l’emblema del soggetto barrato. Come definire questo soggetto? Questo soggetto non si manifesta più in quanto tale, non possiamo parlare del soggetto che si presenta in se stesso, si manifesta soltanto attraverso la rappresentazione del significante. E la rappresentazione del soggetto attraverso il significante si vede soltanto dall’inciampo del significante. Lacan situa il soggetto attraverso il significante “ne”, nella frase : “je crains qu’il ne vienne» (pag. 802): c’è una divisione tra l’enunciato e l’enunciazione. Attraverso questo “ne” il soggetto dell’enunciazione dice “che non venga!”, attraverso questa struttura del linguaggio Lacan situa il soggetto dell’enunciazione. Adesso il soggetto dell’inconscio si manifesta a partire dai lapsus, dagli atti mancati, cioè da ciò che può mancare a livello della catena significante. «Per cui il posto dell’inter-detto, che è l’intra-detto di un fra-due-soggetti, è lo stesso in cui si divide la trasparenza del soggetto classico per passare agli effetti di fading che specificano il soggetto freudiano» (pag. 803). Lacan introduce queste parole inter-detto, intra-detto, parla di due soggetti: il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione. È lo stesso soggetto o sono soggetti diversi? È lo stesso soggetto, è il soggetto sempre diviso. Lacan sottolinea questo “fra tu e tu” nel suo commento a Amleto. A un certo momento, Amleto si dirige verso la madre e gli dice “between you and you”; in un altro passaggio lo spettro si dirige verso Ofelia e parla del “between you and you”. Lacan, a partire da questo momento, punta verso, amplia, la divisione soggettiva, non fa un movimento di riduzione della divisione se non per mostrare il “tra tu e tu”: ciò che lo psicoanalista deve interpretare. «(…) per passare agli effetti di fading che specificano il soggetto freudiano nel suo occultamento ad opera di un significante» (pag. 803), con il significante il soggetto sparisce, per esempio nel seminario sul desiderio Lacan dice non c’è altro segno del soggetto se non il segno della sua scomparsa.
Lacan continua così: «(…) questi effetti ci conducono ai confini in cui lapsus e motto di spirito nella loro collusione si confondono, o anche là dove l’elisione è talmente la più allusiva nel ricondurre al suo covo la presenza (…). Perché la vostra caccia non sia vana, vana per noi analisti, bisogna ricondurre tutto alla funzione di taglio, di coupure, nel discorso, e la più forte è quella che fa da sbarra fra il significante ed il significato. (…) Solo questo taglio della catena significante verifica la struttura del soggetto come discontinuità nel reale» (pag. 803). Lacan definisce la struttura del soggetto come discontinuità a partire dalla struttura della catena significante, essa stessa discontinua.  Il soggetto si presenta anche come sottrazione, come mancanza a livello del significante.   
Da questo scritto, Lacan promuove un nuovo concetto del soggetto che non ha nulla a che vedere con la sua concezione precedente di un soggetto compiuto nella sua identità con se stesso. L’insegnamento di Lacan non avanzerà nella direzione della dialettica; l’ha mantenuta in relazione al desiderio, e questo fa problema.
Lacan sottolineerà elementi che non sono dialettizzabili: il desiderio è dialettizzabile, il godimento non è un elemento dialettizzabile, incontreremo per esempio il “non c’è rapporto sessuale”, “non c’è la donna”… 
La dialettica, in questo testo, si mantiene in relazione al desiderio, ma si tratta del desiderio dell’uomo, non del soggetto. Desiderio dell’uomo che si forma in relazione al desiderio dell’Altro, «perché in esso il desiderio si lega al desiderio dell’Altro, ma è in questo anello che dimora il desiderio di sapere» (pag. 805). C’è una dialettica del desiderio perché il bisogno passa attraverso l’Altro, l’Altro del significante, e si ripercuote in una domanda. Emerge il desiderio, ma fino al punto in cui si stacca l’oggetto a.
Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano è uno scritto di transizione perché sta in una posizione insostenibile: mette in relazione il soggetto che non è più dialettizzabile con un desiderio che è mantenuto nella dimensione della dialettica. Posizione dell’inconscio indica un’avanzata.
Man mano che la dialettica perderà il suo valore, in Lacan diverrà centrale la problematica del fantasma.
In questa nuova concezione del soggetto introdotta da Lacan in questo scritto, il soggetto riferito al significante è un soggetto morto. Per esempio: «Io posso venire all’essere con lo sparire, dal mio detto» (pag. 804) parla del soggetto. E aggiunge: «Un sogno riferito da Freud nell’articolo: Formulazioni sui due principi dell’accadere psichico, contiene questa frase, legata al patetico su cui si sostiene la figura di un padre defunto come quella di uno spirito: Non sapeva che era morto» (pag. 804). Un uomo aveva perso il padre da poco, dopo la sua morte fa questo sogno: il padre è presente, vivo, nel sogno, parla con il soggetto e il soggetto aggiunge, parlando del padre, “non sapeva che era morto”. Per interpretare l’assurdità apparente del sogno, Freud aggiunge una parte della frase che considera mancante: dobbiamo aggiungere a “non sapeva che era morto” la frase “secondo il mio desiderio”. Questa è l’interpretazione che Lacan commenterà in cinque lezioni sul sogno nel seminario sul desiderio. In questo scritto aggiunge qualcos’altro: il sogno non tratta della relazione del figlio con il padre, ma della relazione del soggetto con il significante, «ne abbiamo già preso pretesto per illustrare la relazione del soggetto col significante» (pag. 804). Il soggetto che parla, il soggetto del significante, non sa che è morto. 
Questo sembra un po’ assurdo se ci riferiamo al soggetto nel senso comune, al soggetto della parola, al soggetto della conoscenza, al soggetto psicologico.
All’inizio del suo insegnamento, Lacan aveva situato la dimensione della vita dal lato del soggetto, ora la vita non è più legata al soggetto ma sarà legata all’oggetto a, per esempio nella concezione che possiamo avere del parlessere, dell’essere parlante.
Lacan indica questo: «(…) è la morte a sostenere l’esistenza» del soggetto come soggetto del significante (pag. 804);
«In Hegel (…) è al desiderio che è attribuito il compito di quel minimo di legame con l’antica conoscenza che bisogna sia mantenuto dal soggetto perché la verità sia immanente alla realizzazione del sapere. L’astuzia della ragione vuol dire che il soggetto fin dall’origine e fino alla fine sa ciò che vuole. È qui che Freud riapre alla mobilità dove escono le rivoluzioni, il giunto fra verità e sapere » (pagg. 804-805). Il soggetto hegeliano sa e soprattutto sa ciò che vuole. Questo non lo incontriamo dal lato del soggetto freudiano: Freud apre l’opposizione tra verità e sapere, ciò vuol dire che il soggetto freudiano non sa ciò che vuole.



Dibattito

Focchi
Ti sei riferito al rapporto che questo scritto ha con Posizione dell’inconscio. Ci sono temi che si riflettono in un testo e nell’altro, per esempio la critica alla psicologia, al soggetto psicologico e a quello che costituisce idealmente l’oggetto di una scienza psicologica. Un “soggetto” che Lacan critica perché, dice, non è unitario. In Posizione dell’inconscio troviamo la formalizzazione di quello che già qui è accennato, quando Lacan parla della divisione del soggetto usando la formula del ne espletivo francese, che in italiano non abbiamo. Cosa ci dice Lacan in quelle parole?

Gault
Lacan lo segnala nella pag. 802. Il “ne” i grammatici lo considerano qualcosa di un po’ capriccioso. Il soggetto ha voluto dire così ma…, salvo che… Si sa sicuramente che Lacan aveva un collega psicoanalista e anche linguista, Pichon, che aveva scritto una Grammatica con un collega, Damourette. Lacan aveva letto questa Grammatica e ha trovato da essa parole che dopo ha introdotto nel suo discorso [Rif :. Des mots à la pensée. Essai de la grammaire de la langue francaise, Chapitre La Negation, http://www.valas.fr/IMG/pdf/Lac_act_damourette.pdf]. C’è una ricchezza immensa di commenti sulla negazione. La caratteristica della negazione in francese è che usiamo due termini per formulare una negazione. Per esempio, la negazione in italiano si dice così: “non parlo”, “non vado”, “non gioco”, ecc. Basta il verbo coniugato alla persona che gli conviene e il “non” che si mette davanti alla frase affermativa. Il francese ha una negazione particolare: si devono utilizzare due termini, due elementi, due pezzi. In francese “io parlo” è “je parle”, per formulare “non parlo” diciamo “je ne parle pas”. Damourette e Pichon chiamano il primo pezzo, ne, “discordanziale”, discordante, marca una discordanza tra enunciato ed enunciazione, una discordanza tra una posizione del soggetto e un’altra posizione del soggetto, una discordanza tra due posizioni del soggetto in relazione a ciò che sta dicendo. E chiamano il pas il preclusivo. Lacan ha preso da Pichon il “preclusivo”. “Preclusivo” vuol dire che qualcosa non c’è. La negazione comune fa intervenire i due pezzi, ma si incontra spesso in francese una delle forme negative che usano soltanto il ne discordanziale. Il ne discordanziale è discordante perché traduce due posizioni opposte del soggetto, traduce la divisione soggettiva: il soggetto vuole e non vuole, dice una cosa ma vuole il contrario. L’esempio che dà Lacan è “je crains qu’il ne vienne”, a questo dobbiamo opporre le frasi “Je crains qu’il vienne” frase affermativa, “temo che lui venga”, “non voglio che venga”, “spero che non venga”. “Je crains qu’il ne viennes pas”, “temo che non venga”, che apparentemente vuol dire che il desiderio del soggetto è diretto verso la venuta, “ vorrei che venisse”. Ma c’è una terza possibilità: “Je crains qu’il ne viennes”, dice una cosa ma nello stesso tempo il soggetto attraverso la piccola parola ne esprime un desiderio e nega, “vorrei non venisse ma temo verrà”.

Pozzi
Il soggetto è un effetto del significante, non del senso. Tuttavia, questo effetto non è lo stesso a seconda della struttura. Quello che ci ha esposto mi sembra vada nella direzione per farci capire in che modo questo effetto ha a che fare con la nevrosi. La questione sul ne e il pas sembra che introduca anche qualcosa che ha a che fare con la psicosi… le strutture divergono.

Gault
Qui “struttura” è “struttura del linguaggio”. Non c’è una struttura per il soggetto nevrotico e un’altra struttura per il soggetto psicotico. Il soggetto in quanto parlante, giacché introdotto nel linguaggio, è diviso dal linguaggio, ha a che fare con la struttura del linguaggio. Il soggetto emerge come effetto della struttura. Questo è generale, è trans-clinico. Per esempio Schreber testimonia della sua divisione dal linguaggio, come quando è confrontato con le frasi interrotte (allucinate) che lui deve completare. Si vede molto chiaramente che come soggetto del significante è sottomesso alla divisione, dal significante. Il soggetto Schreber, nel momento dell’allucinazione, si trova diviso tra un elemento Significante 1 e un altro elemento Significante 2. Possiamo dire che è lo stesso per ognuno di noi, per ogni soggetto che parla. A livello della struttura del linguaggio non c’è differenza. La differenza è che per Schreber una parte della frase è allucinata, l’altra parte è singolarizzata, assunta come parola sua. Una è rigettata nel reale, come allucinata, l’altra fa parte del suo discorso. La frase del sogno “il padre non sapeva che era morto” è un enunciato assurdo, ma questa parte non è allucinata, fa parte del discorso del soggetto che torna nel sogno. E anche il secondo elemento, “secondo il proprio desiderio”, fa parte del discorso del soggetto: il soggetto riconosce che aveva sognato questa frase, sua, e riconosce il desiderio che lui aveva avuto di vedere la morte toccare il padre. La divisione esiste per il soggetto nevrotico, la divisione esiste per il soggetto psicotico. Nel caso di Schreber, per esempio, la differenza è che il soggetto è confrontato col fatto che una parte dei suoi pensieri sono nel reale. Non può recuperare questo. Si mantiene questa divisione assoluta tra una parte degli enunciati del soggetto e un’altra parte degli enunciati del soggetto. Invece, nel caso del paziente di Freud una parte torna attraverso il sogno, una parte è rimossa, rimossa vuol dire che può tornare nel discorso del soggetto, il soggetto può riconoscere questo come suo. Schreber non può riconoscere la parte allucinata, una parte del simbolico è rigettata, è preclusa, e torna nel reale. Nel caso della nevrosi la parte rimossa fa parte del simbolico e dunque torna in una forma che non è reale, ma in una forma simbolizzata, nel lapsus, nell’atto mancato, nel sogno, ecc.

Visini
Quali possono essere le corrispondenze tra la struttura del linguaggio e quella dell’inconscio?

Gault
Lacan dice che la parola “inconscio” è una parola che ha mille sensi. In Posizione dell’inconscio Lacan parla di un inconscio molto preciso, lo qualifica, “freudiano”. “Inconscio” si è sempre mantenuta per lui una parola difficile da utilizzare, perché fa riferimento alla coscienza. Non si tratta di un elemento che non ha la qualità di essere cosciente, non si tratta di un “non ha”, ma è un elemento positivo. La difficoltà che è contenuta nella parola incosciente è che questa parola contiene un elemento negativo: in-cosciente, non cosciente. Alla fine del suo insegnamento Lacan aveva detto “non possiamo utilizzare un’altra parola perché questa parola è di Freud, ma a me non piace”, ed ha fatto tutto quasi un seminario intero su un diverso modo di parlarne, in francese aveva chiamato l’incosciente freudiano “l’Une bévue”, fa riferimento al suono della parola “inconscio” in tedesco “Unbewusst”. In francese “Une bévue” è un modo elegante di qualificare un atto mancato, si direbbe “una svista” in italiano. Parlare significa che manca sempre qualcosa nella frase. “L’Une bévue”, “l’Unbewusst”, l’inconscio”, sono la stessa parola che indica questo effetto di mancanza inerente al uso del linguaggio. Questo è il fondamentalmente effetto del linguaggio: rinvia il soggetto ad una mancanza di parola, e soprattutto la parola introduce la divisione. “Tu hai detto qualcosa ma cosa hai voluto dire?”. La frase, la più semplice, è sempre sottomessa all’interpretazione. La parola “buongiorno” può essere una dichiarazione di guerra per esempio. Si deve interpretare la più semplice parola. È quello che ha scoperto Freud. Questa divisione. Quando il soggetto parla si divide, e si trova diviso tra quello che ha detto e quello che avrebbe voluto dire. Secondo la concezione di Lacan, ciò che Freud aveva chiamato “inconscio” è legato allo statuto del soggetto che parla. Si dice qualcosa, c’è un enunciato, ma c’è al di là un pensiero, una intenzione più o meno inconscia che il soggetto non può dire, non ha detto. Il soggetto può recuperare questa parte che non ha detto, ma se parla, introduce di nuovo una divisione, e questa divisione tra dire e detto è irriducibile. Quando si parla di questi effetti, che Freud ha chiamato “formazioni dell’inconscio”, incontriamo la struttura articolata del linguaggio. Da qui la definizione che Lacan ha potuto introdurre del’ inconscio strutturato come un linguaggio.

Ramaioli
Concludevi dicendo che al tramonto della dialettica fa fronte l’ascesa del fantasma. Hai nominato il Seminario VI. Miller, nella presentazione del Seminario VI, dice che la questione del fantasma attraverserà tutto il seminario. Dunque, dal soggetto della dialettica, al significante, al fantasma. 

Gault 


Possiamo parlare del grafo. C’è questa differenza molto importante tra due piani del grafo, e questa separazione non la possiamo ridurre perché quando parliamo apriamo questa separazione. È lì che si situa il desiderio. Il desiderio indica la divisione tra enunciato ed enunciazione. Lacan situerà il desiderio in questo campo. La questione del desiderio, che è la questione del seminario VI, Lacan la riferisce a un oggetto molto particolare: il fantasma. È il fantasma l’oggetto del desiderio in quanto inconscio. Per sapere cos’è il problema che il soggetto incontra nella sua relazione con il desiderio si deve puntare verso il fantasma, fantasma che dà supporto al desiderio. Non si può fare una interrogazione sul desiderio al livello conscio. Nella struttura del fantasma incontriamo la relazione molto particolare che il soggetto ha con un oggetto, non è essenziale dire che questo oggetto è l’oggetto del desiderio, ciò che è importante è la struttura del fantasma nella quale il soggetto è implicato nella relazione con un oggetto molto particolare, immaginario all’inizio, dopo pulsione.

Trascrizione: Elsa Forner
Revisione redazionale: Giuseppe Perfetto