lunedì 21 gennaio 2013

Il tempo della crisi e la politica dell'inconscio

Seminario dell'Istituto freudiano di Milano.
15 dicembre 2012


È un compito impegnativo quello di introdurre l’argomento di quest’anno: Il tempo della crisi e la politica dell’inconscio. Ho lavorato molto, tuttavia spero di avere mantenuto una certa leggerezza. Mi hanno spiegato che il tema che avete scelto ha sullo sfondo l’argomento del prossimo congresso AMP, quindi ho cercato di vedere in Televisione cosa poteva rispondere a questo tema.
In Televisione c’è una frase che mi piace molto: «scegliere l’inconscio di cui siete soggetti». Mi sono chiesta se ancora oggi potessimo dire questa frase. E poi: che cosa è la psicoanalisi? Che cosa può permettervi? E mi sono chiesta se questa definizione sia un orientamento verso il reale. 
Queste sono le questioni che ho avuto in mente lavorando il testo. 
Il titolo del prossimo congresso AMP si è un po’ trasformato, inizialmente era Un gran disordine nel reale, ora è Un reale per il XXI secolo. Dopo lo stravolgimento dell’ordine simbolico, che abbiamo studiato l’anno scorso, siamo passati al reale. Faccio notare che si passa da “il” reale a “un” reale. 
Guy Briole, direttore del prossimo congresso, scrive che J.-A. Miller ha ritagliato questo titolo per noi per evidenziare quello che del reale poteva costituire per tutti noi un blocco. Il reale quindi aveva un lato un po’ per tutti, faceva blocco. La tesi è che se le manifestazioni di questo reale in questo secolo sono diverse e disordinate, l’incontro con un reale è sempre singolare per ciascuno, per via della sua contingenza. Vedete qui l’opposizione tra “il” reale e “un” reale, al reale per tutti è opposto un reale singolare per ciascuno. Questo “un reale” evoca per noi anche l’Uno del c’è l’Uno del seminario XIX, o ancora quello che  Miller ha chiamato l’Uno del godimento, che ha sviluppato nel suo ultimo corso a partire dall’ultimo insegnamento di Lacan. “Un reale” ha quindi delle risonanze per quelli che sono della parrocchia, come direbbe Lacan. 
Dovremmo considerare le incidenze del reale nel mondo in cui viviamo e le sue conseguenze sul nostro modo di considerare la psicoanalisi nel XXI secolo. Detto in un altro modo, con questo reale singolare ciascuno fa un bricolage come può, e anche le società devono inventare dei modi di fare, perché gli umani possano sistemare le cose tra loro.
Questo per situare lo sfondo. Ma cosa vuol dire tutto questo? Cercherò di dare una mia risposta oggi. Ho preparato un percorso per commentare alcuni passaggi di Televisione.  
Non voglio fare uno sviluppo dettagliato sull’epoca contemporanea, non è il mio punto forte e per questo argomento vi rimando piuttosto a coloro che sanno parlarne bene come Marco Focchi, Eric Laurent o Marie Hélène Brousse. Io mi accontento di prendere come riferimento, oltre all’introduzione che ha fatto Miller a Buenos Aires, altri testi di Miller quali Una fantasia e Intuizioni milanesi.  Non li riassumerò, ma voglio indicarvi come ho affrontato la questione. Miller ci dice che occorre interrogarsi sulle condizioni e sulla pratica analitica oggi, interrogarsi su come la psicoanalisi risponde al disagio. Questo ci permette di vedere che la psicoanalisi non deve tanto aggiornarsi, quanto piuttosto trovare il giusto passo per rispondere al disagio della civiltà oggi.
Miller ricorda come due discorsi, il discorso del capitalista e quello della scienza, hanno stravolto e ristrutturato il mondo: il dominio combinato di questi due discorsi ha rotto i fondamenti della tradizione, ha distrutto quello che strutturava l’esperienza umana fino a quel momento. Quindi, “frattura della tradizione” può essere considerato un sinonimo di “crisi”.  L’ordine del mondo che era sostenuto dal Nome del Padre era un ordine del tutto, fondato sull’idea, in una logica edipica, che è necessario che il godimento sia proibito perché sia permesso. Non voglio ricordare tutte le conseguenze che derivano dallo sprofondamento del Nome del padre e la sua pluralizzazione. Quello che succede è che non c’è più una struttura che si appoggia sul Nome del padre e quello che abbiamo al suo posto ha il nome un po’ vago di globalizzazione. È un tipo di insieme completamente diverso, è un tutto dove niente è più al proprio posto, non è più strutturato in modo tale che ciascuno si trovi identificato al proprio posto. Il corollario di tutto questo, Miller lo sottolinea più volte, è che abbiamo un soggetto disorientato e senza punti di riferimento. 
Un altro tratto della civiltà ipermoderna oggi è la messa in primo piano del plusgodere, non è più un mondo strutturato dagli ideali. Miller ha affrontato questo argomento già un po’ di anni fa, a Comandatuba ha parlato del «montare allo zenith dell’oggetto a plusgodere» e in Una Fantasia scrive il discorso ipermoderno, parla di questa scrittura dove troviamo a minuscola al posto dell’agente. Scrive il plusgodere come il godimento del soggetto, ma anche come tutti quegli oggetti, gadgets, che la tecnica ci mette a disposizione, e questo produce un soggetto senza punti di riferimento che Miller scrive come $. Rispetto a questo essere senza punti di riferimento, quali sono le soluzioni che il soggetto cerca di trovare? Ne trova due: da un lato la valutazione, dall’altro cerca aiuto. Quindi, oltre al contagio della valutazione, si ha anche un proliferare di terapie vaghe e si cerca tutto quello che può promuovere lo sviluppo personale. In rapporto a questo c’è la nozione del sapere, S2. Il sapere in fondo è soltanto una parvenza, una nozione relativistica, non solo nella filosofia ma anche nella vita quotidiana. Con queste soluzioni siamo, in effetti, lontano da un orientamento verso il reale. 
Miller nelle Intuizioni milanesi dà un esempio di questo soggetto senza punti di presa che cerca degli appigli, e ne descrive l’effetto con il termine giapponese Hikikomori, ben rappresentato dall’immagine del ragazzo isolato nella sua stanza attaccato al computer. Questi ragazzi sviluppano tutto un sapere specifico sui computer, ma solo su questo. Tuttavia, questo rinchiudersi produce delle bolle di certezza circoscritta che consentono alle persone di recuperare un minimo di padronanza, ma al costo di una specializzazione estrema. Potremmo dire che questi adolescenti, che sviluppano un sapere particolarmente ricco su queste nuove tecnologie, sono personalità monomaniache. Questo lato “mono”, qualunque cosa esso sia, è un po’ una tendenza della nostra epoca, anche nella salute mentale.
Potremmo domandarci se anche la psicoanalisi non sia una bolla di questo genere, la psicoanalisi come ricerca di una certezza dove tutto traballa. È una questione. Ed è la questione che pone il titolo “Politica dell’inconscio” per esempio. Non c’è l’idea che potremmo ritrovare l’inconscio di papà, come dice Miller. 
Nelle Intuizioni milanesi l’inconscio è politica, e sicuramente il termine politica nel nostro campo ha dei titoli di nobiltà, lo possiamo collegare, per esempio, al trittico “tattica, strategia e politica” che Lacan definisce in Direzione della cura. La tattica della interpretazione, la strategia della traslazione e la politica che riguarda gli obiettivi della psicoanalisi, cioè l’idea che lo psicoanalista si fa della propria azione, ciò che la orienta, ciò che ha di mira. 
Miller distingue quello che potrebbe essere una reazione nostalgica, che consisterebbe nel recuperare gli ideali minacciati, potremmo dire nel recuperare il Nome del padre, dall’idea di adattare la psicoanalisi al tecnicismo e perseguire la via della falsa scienza che segue invece il positivismo. Ci sarebbe anche una terza posizione, quella di dire: “tranquilli, non succede niente, questo non ci riguarda!”. Sono tutte posizioni poco produttive e dell’ordine della suggestione. Possono essere prese nel senso che “se c’è un problema allora possiamo avere la soluzione”, vale a dire proprio quello che caratterizza il discorso della scienza, cioè che le cose funzionano.  Queste soluzioni partono dall’idea che ci sia un sapere nel reale, quando invece nella psicanalisi c’è piuttosto un buco, un buco nel sapere nel reale, ed è la sessualità che fa questo buco. L’aforisma di Lacan «non c’è rapporto sessuale» vuol dire che non c’è un programma iscritto che porti all’incontro tra un uomo e una donna, non c’è un istinto in questo senso. Per questo oggi la psicoanalisi risponde rinnovando il concetto di sintomo. Il sintomo non è più inteso semplicemente come ritorno del rimosso nella logica edipica. Lacan, a partire dal seminario XXIII Joyce il Sinthomo, fa del sintomo ciò che s’inscrive proprio dove non c’è niente che si possa inscrivere. I sintomi, dice Miller, sono dei segni dell’assenza di rapporto sessuale, in questo senso Lacan dice che è ciò che vi è di più reale per ciascuno. Man mano che andiamo verso il reale, la domanda è se l’inconscio è reale o è simbolico, oppure è corporeo, come suggerisce Miller. Potremmo dire “politiche del sintomo”, in un certo senso.
Ho lavorato sulla questione del sintomo: riguarda tutta la questione della fine dell’analisi, la passe ecc… non a caso Lacan, alla metà degli anni Settanta, definisce l’analisi come un saperci fare con il proprio sintomo.
Il testo Televisione è datato Natale 1973. Lacan è stato filmato per la televisione francese da Benoit Jacquot e in questa intervista legge lo stesso testo che abbiamo oggi, non è stata un’intervista improvvisata. Le domande erano poste da Miller per iscritto e le risposte sono riportate nel testo, con la particolarità che a margine ci sono anche delle piccole note che ha aggiunto Lacan stesso rileggendo. Nella premessa Miller scrive: «Ho chiesto a colui che mi rispondeva (Lacan) di filtrare, di andare all’essenziale di quello che io capivo di quello che lui diceva». Il risultato è raccolto nel margine, in guisa di note di aiuto. È particolare ed è interessante avere questo taglio di lettura del testo, è inoltre interessante notare come Lacan si sia prestato all’oggetto del secolo, cioè la televisione. Abbiamo avuto Radiofonia l’anno prima, e poi Televisione.
Lacan si presta, lo fa un po’ per amicizia e non senza ironia, dice per esempio: «ho tentato di rispondere alla presente commedia». Ci riesce? È lui stesso a domandarselo, e commenta di no, mancato! Ma in rapporto a cosa è mancato? È fallito rispetto all’idea di parlare perché degli idioti possano capirlo, ma non è fallito se si considera da dove parla, parla al pubblico del suo seminario ed ha la gentilezza di dire che parla ad un pubblico di non idioti, di supposti psicoanalisti.  Parla dal posto dello sguardo, detto in altro modo, parla a partire dal posto dell’oggetto, e questo posto è anche quello che un supposto analista tiene, come mostra il discorso dell’analista. Una delle stranezze che Miller ha introdotto è proprio quella di scrivere il discorso ipermoderno con la stessa struttura del discorso dell’analista. Nel discorso dell’analista, l’analista è in posizione di parvenza d’oggetto, nell’a minuscola. Lacan dice: «essere questo oggetto grazie a cui quello che insegno non è un’autoanalisi», non è un ritorno su di se, sull’io o sul soggetto, l’enunciazione è da a minuscolo e si rivolge all’esterno. Punto interessante perché pone la questione di che cosa voglia dire insegnare, questa questione la pone in Televisione ma non solo qui.  Più avanti riprenderà le questioni kantiane, cioè “cosa posso sapere, cosa posso fare, cosa mi è consentito sperare”, e metterà l’accento sulla posizione da dove viene posta la domanda. La questione non è universale, ma è importante da dove la si pone. Così si trova in Televisione la questione “cosa è il sapere”, “cosa è la verità”, e “cosa è possibile dirne”? 
La prima frase dà il tono: «la verità non può essere detta tutta». Afferma anche che è impossibile che la verità si attenga al reale… non tutta, impossibile, reale, mancano le parole, dice.  Ricordiamoci che siamo nel 1973, l’anno della pubblicazione in francese del seminario XI, seminario tenuto nel 1964 e che è stato redatto da Miller. 
C’è una breve nota di Lacan: «quello che mi interroga sa anche leggermi». Questo riguarda l’incontro di Miller e di Lacan, Miller che ha fatto l’indice degli Scritti poco prima, nel 1964, e quindi sa leggerlo, sa leggere Lacan. Siamo subito dopo il seminario XX Ancora, che termina nel giugno 1973 ed è contemporaneo al seminario Les non-dupes errent (I non-gonzi vagano raminghi) gioco di parole con il Nome del padre: i non creduloni si perdono, s’ingannano, si sbagliano.  
Le formulazioni contenute in Televisione sono molto vicine anche alla Nota agli Italiani, breve testo dello stesso periodo indirizzato agli italiani che volevano formare una Scuola, uno scritto che riguarda la passe e la fine dell’analisi.  Il 1973 è anche un momento importante di variazione all’interno dell’insegnamento di Lacan: Miller situa la svolta intorno al seminario XX Ancora, e parla di un cambiamento di prospettiva radicale, un cambiamento di paradigma. Infatti, si passa da una “assiomatica del linguaggio” ad una “assiomatica del godimento”, dalla priorità del simbolico rispetto al reale all’equivalenza delle tre dimensioni Reale Simbolico Immaginario; o ancora, si passa dall’analisi come trattamento del reale attraverso il simbolico, all’analisi orientata verso il reale. Miller vede il segno di questo orientamento verso il reale alla fine del seminario XX, quando Lacan dice che l’oggetto piccolo a è soltanto una parvenza rispetto al reale, e situa il rovesciamento di prospettiva a partire dalla svalutazione del concetto di linguaggio come struttura per dare priorità alla nozione di lalingua
È utile situare questo rovesciamento per meglio collocare il testo Televisione, Miller l’ha ben collocato ed è un filo che percorre tutta la sua lettura di Lacan. Lacan cerca di trovare un’articolazione tra due dimensioni eterogenee, due dimensioni che sono presenti fin dall’inizio ma non sempre allo stesso modo: da un lato c’è il versante dell’inconscio strutturato come linguaggio, vale a dire il Freud de L’interpretazione dei sogni e delle formazioni dell’inconscio, dall’altra parte abbiamo il versante pulsionale o del godimento, quello dei Tre saggi sulla teoria sessuale. Miller mostra come all’inizio Lacan abbia privilegiato il primo versante perché, nel suo ritorno a Freud, voleva riprendere il valore della parola e del linguaggio in psicoanalisi che al tempo era un po’ assente. La tesi “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” è il punto di partenza, e resterà a lungo il punto di appoggio dell’elaborazione di Lacan, ma progressivamente, e in diversi modi, il versante pulsionale sarà articolato con il significante, per esempio con l’introduzione dell’oggetto a minuscola che è eterogeneo al significante e anche all’immaginario. Nel seminario X L’angoscia, dove Lacan ne parla una prima volta, questo elemento è molto incarnato e poi man mano acquista una consistenza logica, diventa un elemento che è ripreso nella logica significante del discorso anche se resta ex-timo. Il rovesciamento che si produce con il seminario XX cambia le cose, la nozione di linguaggio è svalutata, mentre fino a quel punto era il godimento ad essere barrato dal significante. In Sovversione del soggetto il godimento è proibito a chi parla e questo dà il paradigma di tutto il Lacan classico, mentre nel seminario XX troviamo l’espressione «dove parla lì gode» che è un totale capovolgimento rispetto alla funzione del significante. Prima il significante mortificava ora ha una funzione di godimento. Cito la frase di Ancora sull’inconscio: «l’inconscio non è che l’essere pensi, l’inconscio è che l’essere parlando gode», e aggiunge che «l’essere non vuol saperne di più, non vuol saperne niente del tutto». L’inconscio qui appare sotto tutta un’altra dimensione che non quella della catena articolata S1-S2 che risponde alle leggi della metafora e della metonimia. Questo pone il problema in riferimento all’interpretazione, c’è un legame molto stretto tra la concezione che si ha dell’interpretazione con quella che sia ha dell’inconscio. Nell’Istanza della lettera, per esempio, l’interpretazione è vista come un’operazione significante sul significante, ma le cose diventano più complicate quando è il godimento che diventa centrale. Miller fa notare che c’è un cambiamento di tono in Lacan: all’inizio c’è una sorta di ottimismo sul potere della parola e una fede nell’avvenire della verità del soggetto, mentre dal momento in cui l’assioma centrale è che “il reale esclude il senso” Lacan pone il problema della possibilità stessa della psicoanalisi. È come se fossero tagliati i ponti tra le cose e i nomi. Il godimento è opaco perché esclude il senso. Allora come può funzionare la psicoanalisi che è una pratica basata sulla parola? Si pone la questione di chiarire l’inconscio e lo faremo analizzando quattro passaggi in Televisione.

  1. A pagina 98 nella parte VI si legge: «la psicoanalisi vi permetterebbe di sperare sicuramente di chiarire l’inconscio di cui siete soggetto, ma tutti sanno che non incoraggio nessuno in questo senso, nessuno il cui desiderio non sia deciso». E abbiamo la nota a margine con questa domanda: «Non vuoi saperne niente del destino che prepara per te l’inconscio?».

  1. In un secondo passaggio, a pagina 83 parte IV, la formula di Lacan «chiarire l’inconscio di cui siete soggetto» viene espressa in un altro modo, e diventa: «ritrovarsi nell’inconscio come struttura». Qui Lacan risponde alla questione sugli affetti. Riprende le passioni dell’anima ed esprime la tristezza nei termini in cui ne parla Spinoza, come peccato, «una vigliaccheria morale che in ultima istanza non si situa che in rapporto al pensiero, cioè al dovere di dire bene o di trovar profitto dal ritrovarsi nell’inconscio nella struttura». Nella nota a margine troviamo: «c’è etica solo nel dire bene». Ritrovarsi nell’inconscio diventa una questione etica, c’è etica solo nel dire bene. In opposizione alla tristezza Lacan situa un’altra virtù: il «gaio sapere», cioè un certo rapporto con la lingua e con il senso. Non è il capire ma è «sfiorare il senso, rasentarlo più che si può senza che questo risulti appiccicoso», e questo è il godere della decifrazione. A margine: «sapere solo del non senso, sorta di un sapere dell’impossibile», è un tentativo di includere l’impossibile nel modo in cui si parla, nel dire bene. Nella parte VI Lacan riprenderà la questione dell’etica della psicoanalisi. 

  1. Anche in un terzo passaggio, nella parte III, Lacan parla di «ritrovarsi nella struttura», dove risponde alla questione sul rapporto tra psicoterapia e psicoanalisi. La domanda è: «A che condizione il soggetto ha possibilità di ritrovarsi nella struttura?». È a condizione che l’analista prenda una certa posizione. La posizione da prendere è di fare lo scarto o di essere un santo. «Un santo non fa la carità piuttosto si mette a fare la pietra di scarto: scarita». L’analista fa questo per permettere al soggetto dell’inconscio di prenderlo come causa del proprio desiderio, e attraverso l’abiezione di questa causa il soggetto ha la possibilità di ritrovarsi nella struttura. A margine, in questo punto, Lacan scrive: «oggetto a incarnato». Come troviamo nel discorso dell’analista, Lacan fa qui delle estrapolazioni sul legame che gli analisti possono intrattenere tra di loro e con la Scuola e sulla formazione degli analisti. La domanda implicita è come si possa raggiungere questa posizione di santo, Lacan evoca la passe, le società psicoanalitiche ecc.

  1. Cosa vuol dire, per Lacan, «ritrovarsi nell’inconscio nella struttura»? Torniamo nella parte VI, a pagina 92 dove tratta delle questioni kantiane: «che posso sapere? niente che non abbia la struttura del linguaggio in ogni caso, dal che risulta che il punto in cui arriverò in questo limite è solo una questione di logica. Questo si afferma in quanto il discorso scientifico riesca all’allunaggio dove si attesta per il pensiero l’irruzione di un reale. Ciò senza che la matematica abbia altro apparato che linguistico». Quello che Lacan valorizza qui è che il discorso scientifico non solo modifica il reale ma lo crea, anche il discorso politico entra in gioco. L’uomo è arrivato sulla luna in base a calcoli, attraverso il maneggiamento di piccole lettere. La questione è dove è la psicoanalisi? A pagina 93: «Cosa si può dire del sapere che ek-siste per noi nell’inconscio?  Cosa può dirsi che del reale ci venga da questo discorso». La scienza crea lo stesso reale, e cosa possiamo dirne a partire dal sapere inconscio, il discorso analitico è esso stesso capace di produrre un reale? Lacan commenta che questo può sembrare folle, tuttavia è una domanda che bisogna porre. La questione è quella del sapere nel reale. Prende come esempio la perversione e dice che non possiamo insegnare a tutti in modo scientifico quello che si verifica nell’esperienza analitica. Introduce il problema della trasmissione, vale a dire come la psicoanalisi possa parlare dell’esperienza analitica. Lacan si è chiesto più volte se la psicoanalisi fosse una scienza, è stato un filo conduttore, evidentemente bisogna articolare la risposta. 
Riprendiamo il primo passo scelto in Televisione: «la psicoanalisi vi permetterebbe di sperare sicuramente di chiarire l’inconscio di cui siete soggetto». L’espressione che usa Lacan «tirer au claire» che traduciamo con «chiarire» ha più il significato di “risolvere un enigma”, si utilizza quando qualcosa è opaco, un sinonimo potrebbe essere “delucidare”. Miller, nel suo corso sull’Uno, porta l’attenzione su questa espressione e dice che Lacan l’ha scelta perché era rivolta a lui, è lui che lo intervista: di Miller si dice che sia chiaro, e già lo si diceva all’epoca. Nella delucidazione quello che viene in primo piano è il versante del sapere, chiarire l’inconscio è in rapporto con la rivelazione di una verità, ma l’accento è messo sull’aspetto epistemico. La nota a margine è: «non vuoi saperne del destino che prepara per te l’inconscio?».
Siamo alla risposta alla terza domanda kantiana, “che mi è permesso di sperare?”, per la quale ci riferiremo al testo Lakant, conversazione che Miller ha tenuto a Barcellona proprio a partire da Televisione. Qual è la questione che anima Kant? Cerca una certezza matematica, quello che vuole è dare una risposta universale, e nella Critica della ragion pratica cerca di dimostrare proprio questo. Affrontando queste questioni, Lacan fa un passo a lato e mostra come per la psicoanalisi il problema si ponga in modo diverso e, in un certo senso, respinge le domande: «queste questioni non contano affatto in psicoanalisi se in modo preliminare non ci si domanda chi è l’io che pone le questioni». Miller insiste affermando che in psicoanalisi non si può adottare una prospettiva universale, le questioni sono di ciascuno, in particolare, e anche le risposte.
Cosa mi è permesso sperare dalla psicoanalisi? In fondo Lacan traduce le questioni kantiane riferendole alla psicoanalisi e questo permette di chiarire l’inconscio di cui siete soggetti. Seguo un’analisi dettagliata della frase, quello che c’è scritto è «cosa la psicoanalisi vi permetterebbe di sperare», al condizionale. Perché la questione kantiana abbia un senso la trasformo in «da dove sperate», quello che il discorso psicoanalitico potrebbe promettervi, sottolineando il voi. Ma sperare cosa? Appena dopo Lacan dirà che la speranza nel domani radioso ha condotto le persone di cui aveva stima al suicidio: «Il suicidio è il solo atto che riesce senza fallire e se qualcuno non ne sa qualcosa è perché procede dal partito preso di non volerne sapere». È la scelta di non volerne sapere. La psicoanalisi pone la questione: «non vuoi tu saperne del destino che ti prepara l’inconscio?», del destino che ti costruisce l’inconscio? Si vede che si tratta di un sapere che il soggetto non può padroneggiare, piuttosto è l’inconscio che ci governa. Il termine “destino” è pesante, evoca qualcosa che è scritto, che determina. Ci potremmo porre la questione di cosa la psicoanalisi possa fare con questo determinismo a partire dall’inconscio. Penso alla conferenza su Joyce dove viene usato il termine “destino”, si ha l’illusione di dire e si è parlati e si costruisce la trama del proprio destino in cui si è presi. Del segno, del marchio del linguaggio che si è impresso su di noi si fa un destino. 
C’è una differenza tra l’inconscio strutturato come un linguaggio e l’articolazione del significante, e l’inconscio come elucubrazione sulla lalingua.  In varie conferenze tenute nel 1975, l’inconscio non è presentato come un discorso articolato ma piuttosto come i marchi, i segni di cui il bambino, neanche il soggetto, si è impregnato, qualcosa che gli segna il corpo. È un’altra concezione dell’inconscio che segna l’enorme rovesciamento avviato con il seminario XX: «quel che accade al corpo per via della lingua» è un’altra definizione che Lacan darà del sintomo, per via della materialità della lingua da cui il bambino è investito nel suo ambiente. È un accento diverso. O delucidare “l’inconscio di cui siete soggetti” attraverso la decifrazione delle metafore e delle identificazioni, oppure ritrovare le marche di cui ci si è impregnati. Questo è l’accento che Lacan mette nel suo ultimo insegnamento, e che oggi è l’orientamento di Miller: avere di mira il reale del sintomo.
Televisione si trova su un punto di giuntura, tra l’inconscio come sapere articolato e l’inconscio come godimento. Si trova questa ambiguità quando Lacan dice cos’è l’inconscio. Cosa ha scoperto Freud? Non si può dare un senso sessuale a tutto, quello che Freud mostra è che c’è un godimento, l’inconscio lavora, non calcola, non giudica, ma tutta la sua sostanza si concatena. Freud scopre, decifrando i sogni e i sintomi, che c’è un godimento sul fondo delle catene significanti. Non sono catene di senso, ma di godimento. Lacan gioca con la parola godisenso, è un tentativo di congiungere queste due dimensioni separate, senso e godimento, in modo che non si escludano. Poi si spingerà più lontano, nel seminario XXIV L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre (Il non saputo che sa è l’amore) introduce qualcosa che si spinge più in là dell’inconscio, e gioca sull’equivoco del termine Umbewust, termine tedesco per indicare l’inconscio, che diventa une-bevue, in francese la svista, la sciocchezza che si fa. Questa svista, dice Lacan, è la base materiale dell’inconscio, è quel tremolio, quel traballamento che si produce prima che lo si capisca, è la materialità prima ancora che le si possa aver dato un senso. 
Nella prefazione all’edizione inglese del seminario XI, che Miller ha ampiamente commentato in L’esp d’un laps, Lacan gioca sulla contrazione dello spazio di un lapsus e commenta che quando lo spazio di un lapsus non ha più alcun senso allora siamo sicuri di essere nell’inconscio, ed è qui che usa l’espressione «inconscio reale». È inconscio reale prima che all’inconscio sia dato un senso, e nell’analisi l’interpretazione fa attenzione a queste piccole sviste e fa di questi elementi casuali ed isolati un’articolazione. È questo che Lacan ha scritto nella sua formula une-bévue, la svista è l’S1, il significante solo, non articolato. Allora, le formazioni dell’inconscio sono già una interpretazione di questa traccia materiale, sono già un’articolazione S1-S2, Lacan dirà che è già una costruzione, una elucubrazione, ed è quello che Miller chiamerà l’inconscio di traslazione. Miller differenzia i due piani dell’inconscio perché in fondo è l’analisi che fa esistere l’inconscio nella traslazione, la psicoanalisi avvia questo cammino di delucidazione e non si può farlo altrimenti che facendo dei collegamenti.
In psicoanalisi quando si dice orientare verso il reale, o verso il sintomo opaco, è in fondo un cammino che chiede di leggere per arrivare a quello che è illeggibile. Nell’ultimo Lacan, la pratica dell’analisi è una pratica che ha di mira l’Uno. Miller, per esempio in Il rovescio dell’interpretazione, dice che si tratta di riportare il soggetto al significante elementare a partire dal quale ha delirato nella sua nevrosi. Bisogna ricondurre il soggetto agli elementi della sua esistenza contingente, fuori senso e assolutamente separati. Si tratta di ricondurre la trama del destino del soggetto agli elementi primari. Il destino è già articolato in S1-S2. Aver di mira il reale non è aver di mira il sintomo. Il sinthomo, con il “th”, è piuttosto aver di mira il nodo reale e materiale,    singolare a ciascuno, che è l’urto della lingua sul corpo. 
Al di là di tutti i meandri del desiderio, l’analisi mira a cogliere quello che è il nucleo di godimento, non si tratta di puntare a un senso nascosto quanto piuttosto di disfare l’articolazione destinale avendo di mira il non senso. Alla fine l’analisi conduce a un tronco di reale che può essere colto, ed è per questo che si insiste nel dire “un reale”. Nel seminario XXIII Lacan non parla del reale come fosse una sorta di tutto, dice «ci sono solo dei frammenti di reale e se ho inventato un reale è il mio reale». È come il torsolo di una mela: per arrivare al centro bisogna sgranocchiare molto.  Lo si può cogliere avendo presente che ciò che si dice è un po’ un ricamarci sopra, che la verità è mentitrice, il reale sfugge al simbolico e anche all’immaginario. Quello che fa la psicoanalisi è di cogliere ciò che c’è di più reale.
E c’è la questione di come se ne possa parlare dopo, se necessariamente si è in una questione fittizia. Questo è un punto particolarmente importante perché non si tratta di relativismo dove tutto è finzione e una risposta vale l’altra, piuttosto si tratta di vedere come, per esempio appoggiandoci sulle testimonianze degli AE, si cerchi di rendere leggibile ciò che per definizione è illeggibile. La questione di Lacan potrebbe essere così riassunta: a partire dal discorso dell’inconscio, possiamo farne matema nel reale creando una possibilità di trasmissione integrale?  O non è piuttosto la poesia che permette questa operazione? Il seminario XXIV sembra andare in questa direzione, il ben dire è una retorica. È la questione di come possiamo parlare ai nostri contemporanei dell’esperienza psicoanalitica e di questo orientamento verso al sintomo. È la risposta della psicoanalisi. In modo da far posto alla più grande singolarità possibile del soggetto.

Domanda
A proposito del dire bene, si può considerare la scrittura come qualcosa che può trattare il rapporto fra il soggetto e il proprio godimento?

Risposta
Ha ragione nell’evocare il termine “scrittura”. Naturalmente, bisogna distinguere la scrittura come scritto e la scrittura nel senso di scrittura poetica, romanzesca, dello scrittore. Lacan nel suo ultimo seminario Il momento di concludere si interroga sul fatto di poter fare la passe per iscritto, commenta: «forse avremmo maggiori possibilità di cogliere il reale». Quindi la scrittura nel senso della lettera fuori senso, che per Lacan è quasi sinonimo di reale. C’è un’affinità della lettera con il reale, ed è per questo che Lacan insiste tanto sulla matematica, in Televisione dice che si aspetta qualcosa che sarebbe come un dono per le matematiche. C’è un passaggio dove si domanda cosa chiedere a quelli che vogliono fare una analisi: «la rifiuto alle canaglie» dice, oppure «ci vuole un desiderio deciso», e afferma:  «ci vorrebbe un dono come quello che è necessario per accedere alla  matematica se questo dono esistesse». Evoca qualcosa del trattamento attraverso la lettera, con lo scritto, affrontare il reale attraverso lo scritto. Pensiamo agli scrittori, ci sono degli scrittori del senso come ci sono degli scrittori dell’illeggibile. Per esempio, potremmo distinguere tra le scritture del fantasma, delle storie e degli scenari, e le scritture che lavorano la lettera, il fuori senso, ma tutto questo non ci direbbe ancora nulla di quello che è l’uso della scrittura per l’autore stesso. Lacan si è smarcato dalla interpretazione psicoanalitica, edipica, dell’arte. Con Joyce piuttosto ha insistito sulla funzione sintomatica dell’arte che, in effetti, è un trattamento del godimento.

Anne Lysy

Trascrizione di Eva Bocchiola
Redazione di Giuseppe Perfetto

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